Il fronte giustizialista, dopo la gaffe dell’altro ieri in Parlamento, è stato preso per le orecchie e richiamato all’ordine da Marco Travaglio. Il quale in questi giorni ha un bel da fare a tenere uniti i suoi che scappano da tutte le parti: cinquestellati indisciplinati, dimaisti diventati liberal, Conte che sbaglia le dichiarazioni, magistrati che ci capiscono poco e vanno appresso alla corrente esultando invece di fischiare. Un vero casino. Adesso, sembra, il fronte si è ricompattato (salvo i traditori” come Di Maio, che quello è più infido di Galeazzo Ciano…), ed è sceso in trincea contro il trio delle streghe: Mattarella-Draghi-Cartabia.

Travaglio è stato molto rude sul suo giornale: si è disperato per l’insipienza di un bel drappello di 5 Stelle, anzi di tutti, che si son spellati le mani senza accorgersi che Mattarella stava attaccando i magistrati. Il povero direttore, che ormai ha assunto stabilmente la direzione di quel che resta del grillismo, li ha bastonati. Deve aver pensato che se gli tocca andare avanti con questi qua non va molto lontano. Nel suo richiamo all’ordine, anche per farsi capire dalle teste dure del suo seguito, ha menato fendenti contro Mattarella, accusandolo anche di avere tradito la Costituzione. Come? Non accettando la nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia e poi accettando le dimissioni di Conte e conferendo l’incarico a Draghi. Travaglio ritiene che la Costituzione su questo punto sia moto chiara: il premier deve essere Conte. Comunque il grande equivoco dell’altro giorno è stato assai divertente. Vedere mezzo fronte giustizialista (molto più di mezzo) battere le mani a Mattarella che picconava la magistratura, è stato abbastanza spassoso. E certo non si può dare torto a Travaglio e alla sua furia. Pensate che persino Gratteri ha omaggiato Mattarella, e che oltretutto il suo omaggio è stato valorizzato proprio dal Fatto, probabilmente all’insaputa del direttore.

Quindi oggi si festeggia? No, per una semplice ragione. Quel Parlamento che ha passato il pomeriggio ad applaudire Mattarella è lo stesso parlamento di conigli che negli anni scorsi si è sempre piegato ai diktat della magistratura. Voi conoscete molti parlamentari che si sono battuti contro lo strapotere dei Pm e per il ritorno allo stato di diritto (invocato da Mattarella)? Io al massimo una decina. Tutti gli altri sono sempre rimasti zitti, non hanno speso un centesimo del loro tempo per occuparsi dei problemi della giustizia. Molti hanno fatto silenzio persino difronte agli orrori di Bonafede, alle leggi borboniche, alle spazzacorrotti e spazza diritto, alla consacrazione dell’eternità dei processi con l’abolizione della prescrizione, all’affossamento della riforma carceraria, alla liberalizzazione dei trojan tedesco-orientali, alle autorizzazioni ai processi politici ai ministri; i più anziani di loro non si erano opposti all’arresto del senatore Caridi (dichiarato dopo alcuni di carcere del tutto innocente), né all’espulsione dal Senato di Augusto Minzolini (condannato da un giudice ex sottosegretario del partito avversario) né di Berlusconi, avevano votato la legge Severino, che è una mostruosità, e avevano in tutti i modi contribuito al disfacimento del nostro sistema giudiziario, trasformato in una casamatta del potere senza controllo di un gruppetto di magistrati.

Perché allora applaudivano quando Mattarella denunciava questi misfatti? Certo, i misfatti più gravi sono da attribuire alla magistratura, ma i parlamentari erano stati complici convinti. Perchè erano stati complici? Solo per paura, per codardia? Può darsi. E può darsi che ascoltando il “capo” che dava via libera a una riforma moderna del catafalco giustizia, abbiano pensato: ma allora si può!. Sarà anche così, ma proprio per questo: c’è da fidarsi? Io non mi fido. Non c’è bisogno di un Parlamento che faccia piccole riforme. Occorrono colpi d’ascia con l’obiettivo di riportare sotto controllo un potere assoluto che ha maturato una degenerazione correntizia e soprattutto sovversiva. Servono molte leggi che spezzino questa capacità di sopraffazione che inquina la modernità e la civiltà e la libertà.

Separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, fine del controllo del Csm da parte della corporazione e delle correnti, prescrizione, introduzione di elementi che stabiliscano la reale parità tra difesa e accusa, divieto di porte girevoli tra politica e magistratura, fine dell’ergastolo e dell’inumano 41 bis, e molto altro ancora. Ma soprattutto serve una riforma che tolga ai Pm e ai Gip (spessissimo loro sodali taciturni) il potere quasi fisico di esercitare una inaudita violenza sugli indiziati, sequestrandoli e sottoponendoli a ricatto, paura, demolizione psicologica, talvolta vera e propria tortura. E privandoli di ogni diritto umano e civile. Oggi nelle nostre carceri ci sono più di 15 mila detenuti in attesa di giudizio. Cioè mai condannati. Cioè innocenti. Più della metà di loro sarà assolta in primo grado, dicono le statistiche, un altro 20 o 30 per cento in appello o in Cassazione; resta una piccola minoranza che in gran parte sarà condannata a piccole pene.

Capite l’enormità di questa ingiustizia? E voi lo sapete perché sopravvive questa ingiustizia medievale? Perché senza questo potere i Pm e i Gip diventerebbero dei semplicissimi inquirenti, costretti a trovare gli indizi e le prove, i riscontri, a lavorare duro, a cercare i delitti e non a mettere nel mirino i sospetti (questa cosa la dice addirittura Antonio Di Pietro). Proibire la carcerazione preventiva se non nei casi estremi di violenza (poche centinaia all’anno) sarebbe davvero il primo passo. E sarebbe la prova che Mattarella parlava sul serio. Se non si fa neanche questo vuol dire che quel discorso era una messa in scena, erano una messa in scena gli applausi, ed è spiegabile la reazione cauta di molti magistrati: indispettiti, sì, ma sicuri che alla fine la spuntano loro, come sempre. Gli ha fatto un baffo il clamoroso scandalo Palamara, figuratevi un discorsetto del Presidente…

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.