Mattarella non è Cossiga. Non è neanche Pertini. Non gli piace alzare la voce, fare clamore. Noi nel titolo abbiamo scritto “picconate”, per ricordare il vecchio Presidente che voleva far circondare Palazzo dei Marescialli (cioè la sede del Csm) dai carabinieri, e tutti gli davano del pazzo ma aveva ragione lui; però è chiaro che Mattarella il piccone non lo sa usare e non gli piace: usa il fioretto, al massimo tira un ceffone.

Beh, stavolta un ceffone l’ ha tirato. In piena faccia alla magistratura. È stato il momento più importante e forte del suo discorso di insediamento pronunciato ieri pomeriggio a Montecitorio, durato 38 minuti e interrotto 52 volte dagli applausi. Ha usato parole dolci ma che assomigliano molto alle frustate. C’è una frase che non è stata notata, ma che è una frase di granito: ha chiesto che sia ristabilita “la certezza del diritto”. Avete presente tutti quelli che si impancano e strappano l’applauso chiedendo a ogni pié sospinto la certezza della pena? La certezza della pena è un’idiozia, spesso in contrasto col diritto. Lui ha detto invece ”certezza del diritto”, e di sicuro non gli è sfuggito il valore polemico di queste tre parole, perché Mattarella spesso è stato molto pauroso su questi temi, ma di diritto, questo è certo, ci capisce.

Martedì abbiamo aperto il giornale con un titolo un po’ furioso. Diceva così: “Il Mattarella bis pietra tombale sulla riforma della giustizia”. Forse – probabilmente – ci sbagliavamo. Comunque questo discorso di ieri del Presidente ci fa pensare che ci sbagliavamo, e noi, con tutta la nostra anima, speriamo che sia proprio così. Cioè speriamo che il Mattarella-due sia molto diverso dal Mattarella-uno, che prenda di petto i problemi che ieri, sobrio ma deciso, ha segnalato uno ad uno. Quali problemi?

Primo, la perdita di credibilità della magistratura. Secondo la rottura del rapporto di fiducia con la gente. Terzo, il rischio di sentenze ingiuste. Quarto, l’interesse eccessivo dei magistrati per il potere che sovrasta l’interesse per la giustizia. Quinto, il non funzionamento del Csm, travolto dalle correnti. Non è poco. E poi ha aggiunto, seppure con parole rapide, la sua denuncia sullo stato delle carceri, sovraffollate e – questo chiunque lo sa – sovraffollate soprattutto perché zeppe di persone imprigionate senza processo dai magistrati.

Poi Mattarella ha voluto anche concedere qualcosa. Ma pure in questo passaggio è stato prudente. Ha ricordato che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura sono un bene prezioso, ma ha anche aggiunto che questa indipendenza va conquistata e difesa. E addirittura ha detto che non la si può difendere se non si riconquista la fiducia del popolo. Mi ha colpito questo discorso, perché non me lo aspettavo. Immaginavo che Mattarella avrebbe fatto, come ha fatto, uno splendido discorso sulle grandi questioni sociali, sul lavoro, sulle persone, sulla dignità, sulla violenza contro le donne (un po’ meno esplicito è stato sull’immigrazione, dove, forse per non indispettire la Lega, non ha mai usato la parola accoglienza), ma non speravo che potesse mettere la lancia in resta sulla giustizia. Quello che più mi ha stupito, però, è stata la reazione del Parlamento.

Questo è il Parlamento che non ha mai fatto un fiato per contestare lo strapotere della magistratura. È sempre stato coniglio. Soprattutto nella sua componente di sinistra. Succube delle procure e dei 5 Stelle. È il Parlamento che ancora non ha pronunciato neppure una vocale per fermare la persecuzione dell’ex parlamentare Giancarlo Pittelli. Eppure ieri è scattato in piedi e ha tributato il più lungo dei suoi applausi alle sferzate di Mattarella alla magistratura. Entusiasta. Persino i 5 Stelle lì a spellarsi le mani. Come è possibile? Ora possiamo sperare che il Parlamento si muova per riportare sotto controllo la magistratura? Era silenzioso e acquattato solo per la paura blu che nutre verso le procure, ma pronto alla rivolta? La copertura offertagli dal Quirinale gli è bastata? Beh, se sarà così, noi del Riformista, che siamo tra i pochi che lo hanno criticato, gli facciamo un monumento a Mattarella. Proprio qui a via Pallacorda.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.