Si è alzato il sipario sull’Anno Giudiziario 2022 nell’illegalità: ouverture del primo attore abusivo, poi ognuno ha recitato la sua parte facendo finta di niente. Come se il Palazzo della giustizia non fosse in macerie. Il Presidente abusivo della Corte di Cassazione Pietro Curzio –prima licenziato dal Consiglio di Stato, poi ri-assunto in zona Cesarini dal Csm- ha parlato di “chiaroscuro” della giustizia, dopo aver snocciolato i soliti dati che sentiamo senza in realtà ascoltare a ogni inaugurazione, anno dopo anno. Come se la giurisdizione fosse solo una tabellina di numeri e non riguardasse persone, corpi e menti di vittime e di colpevoli e di innocenti e al centro di tutto non ci fosse la massima tortura che, prima ancora del carcere, è il processo.

La ministra Cartabia si è limitata a replicare la relazione che aveva tenuto pochi giorni fa al Senato, con la giusta soddisfazione per le riforme fatte in meno di un anno e per aver portato a termine e reso esecutivo (a partire dal mese di febbraio) l’Ufficio del processo, ottomila tecnici del diritto pronti a dare una mano ai giudici. Se questi glielo consentiranno, e ci permettiamo di avere qualche dubbio, con tanti galli nel pollaio delle toghe. Ma ha solo sfiorato, ancora una volta, il tema cruciale del Consiglio superiore della magistratura. Hic Rhodus, hic salta, vien da dirle. Ma già i pettegolezzi di palazzo sussurrano che sia stato lo stesso presidente Draghi a frenarne la riforma, in leggero conflitto di interessi, nell’attesa dell’elezione del prossimo capo dello Stato. Resta il fatto che questa calma piatta è quanto meno anacronistica, come se gli uomini e le donne di giustizia si fossero rinchiusi in una sorta di bolla separata, una monade senza porte né finestre, per non vedere e non sapere che cosa succede là fuori.

Ben lontani i tempi in cui il Presidente Sandro Pertini aveva cercato di sciogliere il Csm, lasciandosi contaminare dai fatti della realtà, prima per un asserito coinvolgimento nella vicenda-bufala della P2 del suo vice, e poi per il famoso “scandalo dei cappuccini” per un’inchiesta per peculato aperta dalla procura di Roma. Non un gesto proprio di stampo garantistico, ma almeno lui ci aveva provato, a non considerare il Csm un sacrario intoccabile. Poi finì che, consultati (come prescrive l’articolo 31 della legge istitutiva) i presidenti delle Camere e il comitato di presidenza e avuto parere negativo, lasciò perdere. E il Csm non fu sciolto. È inutile girarci intorno, il presidente Mattarella non ci ha neppure provato, ad avviare la procedura, nonostante la radiografia scandalosa che ne ha fatto Luca Palamara e le conseguenti dimissioni a catena che ne erano succedute. Eppure ieri mattina è stato un coro, dalla ministra Cartabia al vicepresidente Ermini, tutti a ringraziarlo perché ne aveva più volte auspicato la riforma. Ma ci sono situazioni in cui il bubbone va reciso. E Sergio Mattarella, che tutti considerano un ottimo Presidente, sulla giustizia è stato decisamente assente, quasi facendoci dimenticare che del Csm lui è il numero uno.

Abbiamo ricordato Pertini, ma come dimenticare Cossiga, l’unico che forse ha seriamente tentato, finché non gli hanno dato del pazzo, di metterne in discussione il potere assoluto? Il primo scontro fu decisamente politico. Una bella lezione, quando i membri del Csm volevano discutere sulle affermazioni del presidente del Consiglio, che era Bettino Craxi e che aveva criticato la magistratura. Cossiga impedì quell’ordine del giorno e i membri togati si dimisero in gruppo. Un vero ammutinamento, che poi rientrò, e il primo round fu a favore del Presidente. Anche se le scaramucce furono continue, tra il 1990 e il 1991, sempre sugli ordini del giorno, perché il Csm voleva far politica e discutere sui vari scandali politici, come per esempio quello su Gladio. Ci vollero i carabinieri fino in aula, e varie minacce di scioglimento del Consiglio, per far tornare la situazione alla normalità.

Se il settennato di Cossiga fu sicuramente il più turbolento, ma anche quello più segnato dal tentativo da parte del Presidente di ridimensionare il potere dell’organo di autogoverno, quello di Mattarella è più riconducibile alle tradizioni di Gronchi (che lo volle istituire nel 1958), Segni, Saragat e Leone. Navigazione tranquilla, ma allora il mare non era ancora in tempesta. E la tempesta non può che riguardare i vertici della magistratura. Perché non c’è riforma possibile, se non esiste chi la sappia e la possa applicare. In poche parole, la barca non va se nessuno la sa condurre e governare. Poi, certo, a ogni inaugurazione dell’anno giudiziario ci si dà una priorità nei temi da valorizzare. Come dimenticare il politicissimo “resistere resistere resistere” di Saverio Borrelli contro Berlusconi a Milano? Nel forzato regime di calma piatta di ieri, ognuno è andato per la propria direzione. Si è data una certa sottolineatura ai femminicidi, anche se ancora, dopo la riforma del “Codice rosso”, che è servita almeno a rompere il silenzio e l’indifferenza, non si è trovata la soluzione legislativa che impedisca alle donne di essere assassinate quando scelgono l’indipendenza nelle relazioni affettive.

Poi c’è stata l’improvvisa (e improvvida, secondo noi) uscita del procuratore generale Giovanni Salvi, quello che ha perso il telefonino in contemporanea al suo collega Francesco Greco proprio quando lo aveva chiesto loro un pm, sull’ergastolo ostativo e l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Per un attimo, ci è parso di sentir parlare il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri o un esponente del Movimento cinque stelle, che infatti ha applaudito tutto intero. «Il 41-bis e l’ergastolo ostativo-ha detto il procuratore- non sono carcere duro, ma strumenti per impedire che i mafiosi continuino a comandare dal carcere, come avveniva prima del 1992». Un vero intervento controriformatore, alla vigilia della scadenza che la Corte Costituzionale ha dato al Parlamento perché l’istituto dell’ergastolo ostativo, creato proprio nel 1992 dopo le stragi di mafia in clima emergenziale, venga abolito e non collegato alla necessità del “pentimento” da parte del detenuto, tenendo conto del processo di cambiamento del singolo e del passare del tempo.

Salvi ha preferito invece sottolineare l’importanza della collaborazione, allineandosi alla parte più reazionaria e immobile della magistratura e alla cultura politica grillina, contro la ministra Cartabia, impegnata in prima persona in quella riforma. Che importa se poi ha anche buttato lì che il Parlamento deve «restituire al Csm il ruolo disegnato dalla Costituzione»? Sulle macerie, senza aver prima messo un punto e a capo? A volte è meglio il silenzio. O non entrare neppure in scena.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.