Un episodio in uno degli infiniti talk show televisivi che hanno accompagnato l’elezione del presidente della Repubblica ha illustrato simbolicamente, come meglio non si sarebbe potuto, l’intera vicenda che ne ha rivelato il cuore. In una delle trasmissioni di maggiore ascolto, Piazza pulita, nel pieno della tempesta mediatica che sembrava volere coprire il vuoto della politica, al tavolo del conduttore, ha preso posto Francesco Micheli.

Come è noto nell’opinione informata, Micheli è un esponente colto e intelligente della classe dirigente reale del Paese, un’espressione alta della borghesia milanese. Si notava già fisicamente una diversità, nessun segno di agitazione, di nervosismo, di aggressività. L’asciutta compostezza lo sottraeva dalle voci che provenivano dal logoro teatro della politica corrente ed era come se i rumori, che parlavano delle tante quanto inconcludenti ipotesi che si sarebbero potute portare per formare la nuova presidenza, non lo impensierissero né lo influenzassero. Micheli ha continuato a indicare come unica soluzione necessaria la conferma di Draghi alla presidenza del Consiglio e il bis di Matterella presidente della Repubblica. La motivazione era di sistema. Si trattava cioè di garantire la stabilità e la governabilità politica al fine di proseguire il corso intrapreso dal Paese e reso, secondo questa visione, ancor più necessario di fronte ai sommovimenti geopolitici, all’incertezza economica che grava sul futuro e alla crisi sociale sempre in corso.

Sembrava una voce fuori dal coro, una presenza straniera ma influente. Esprimeva invece l’istanza politico istituzionale più profonda di questo sistema economico-sociale in corso d’opera. La politica non solo non è in grado di proporre l’alternativa di modello che pure io credo sarebbe storicamente necessaria, ma neppure oggi è in grado di avere una propria autonomia rispetto ai processi in atto, una qualche autonomia che la possa candidare a governarli. Così, al fine, sono i processi che governano la politica e la politica risulta solo una subordinata. Tra l’altro, la politica dà una così desolante immagine di sé da far temere che una soluzione da essa partorita, cioè costruita nel fisiologico confronto tra i diversi schieramenti, tra le diverse forze politiche, avrebbe potuto portare a esiti catastrofici, a candidature impresentabili, alle alleanze più improbabili.

Il sistema, “la cosa”, avrebbe detto Sartre, può così di rimessa guadagnare un’apparenza di razionalità e di ragionevolezza, come a dare sicurezza a confronto con l’inaffidabilità della politica, almeno a quella parte di opinione pubblica sequestrata dalle forme del dibattito corrente. Sulle sue rovine, l’assetto tecnico-oligarchico di governo fa allora un altro passo avanti. Va detto che la politica ha dato una pessima prova di sé in tutta questa vicenda. I partiti sono usciti di scena, le coalizioni sono risultate prive di coesione e di capacità di proposta, i leader politici si sono rivelati impotenti. Eppure, lo spettacolo è dilagato, invasivo come non mai, ma mai è restato così lontano dal Paese reale, a cui esso è risultato estraneo quando non fastidioso. Non c’è bisogno di ricorrere alla sociologia, basta l’ascolto su un mezzo di trasporto pubblico, in un bar, in un luogo di lavoro o di incontro. I leader hanno preso il posto dei partiti, ma il Paese non ha trovato leader credibili e popolari.

Qui non vince alcun protagonista politico, perdono tutti e malamente. Il centrodestra precipita col suo leader, che prima si dà una primazia nella scelta del nuovo presidente, che i fatti gli negano, poi si inabissa portando persino la rotta del presidente del Senato o facendosi portare da essa. Infine, si divide nel voto sulla conferma di Mattarella, rendendo evidente e aperta la sua crisi. Quel che non sta da quella parte è difficile da definire e questa esperienza non ha certo aiutato a poterlo fare. Quel che appare è una sommatoria di forze senza progetto e senza proposte. Prima che i fatti, i processi, non i soggetti politici, portassero al bis dei presidenti non si è potuta ascoltare una sola proposta da parte del Partito democratico. Il silenzio sarà anche d’oro ma non fa politica. L’immobilità non può continuare a essere la cifra della sinistra politica, moderata o riformista che voglia essere. Di fatti, anche in questa vicenda in Italia la sinistra non c’è stata. E del resto, anche in questa vicenda, solo un’altra certificazione della morte sua già avvenuta.

L’intera politica, la politica nel suo insieme, esce da questa prova ulteriormente devastata, ancor più lontana e più separata dal Paese reale, dalle popolazioni. C’è – va detto – una parte del Paese che può essere rassicurata dalla conclusione della vicenda. Del resto, questa era l’attesa del mondo economico, l’attesa dell’Europa. Nei giorni scorsi sono accaduti fatti che in altri momenti avrebbero fato schizzare lo spread fino alle segnalazioni di pericolo. Non è accaduta nulla di tutto questo. Lo spread è stato fermo nei suoi confini. Nel momento di massima incertezza sulla scelta del presidente della Repubblica, con possibili ricadute sulla stessa stabilità del governo, sono andati in vendita titoli di Stato italiani che però sono stati tutti immediatamente venduti sui mercati internazionali. L’uno e l’altro fatto hanno testimoniato due convinzioni di quel che si è soliti chiamare i mercati.

La prima è che il sistema Italia gode ora della loro fiducia; la seconda è che la vicenda del presidente della Repubblica sarebbe andata, in combinazione con quella del presidente del Consiglio dei ministri, precisamente com’è andata a finire. Ma l’esito non era solo quello atteso dei mercati. Credo si possa presumere che una parte probabilmente, numericamente minoritaria, ma assai significativa dell’opinione pubblica del Paese, quella che sommariamente possiamo chiamare informata, quella che insomma legge i giornali, una parte cioè di quel 50% della popolazione che ancora vota si sentirà rassicurata dalla conclusione della vicenda. Rassicurata, in particolare, dalla dignità e dal decoro del presidente della Repubblica rieletto. Il giudizio negativo sulla politica, persino il suo rigetto, si è accentuato nel Paese nel corso di queste settimane, ma anche questo ha certo indotto questa stessa parte a pensare che sia preferibile questa soluzione, pur così anomala, a ciò che può determinare la politica se lasciata al suo corso.

La crisi della politica protrae lo stato di emergenza. Nella crisi della politica va messo a pieno anche il sistema delle comunicazioni di massa, che a quella stessa crisi lavora sistematicamente anche senza volerlo. Ma senza politica, cosa accade alla democrazia? Come essa è vissuta dalle masse popolari? Anche da quel 50% che già non vota e però non solo da questo? Bisogna ricordarsi che questo corso economico e politico è quello che aggrava le diseguaglianze e approfondisce la crisi sociale, anche nella crescita. È accaduto ieri, accadrà domani, se non interviene il cambio di rotta nella politica, e nella politica economica più specificatamente. Anche questo esito è ancora la conseguenza invece del suo fallimento, del fallimento della politica e della conseguente sistematica invocazione di una supplenza emergenzialista a destra. Ancora una volta è accaduto, la nostra democrazia è da tempo in larga parte sospesa e la sua trama è sempre più logorata.

Bisognerebbe saperlo vedere anche nei giorni di festa. In particolare, i partiti, un tempo calati nella Repubblica, escono abbattuti anche da quest’ultima vicenda repubblicana. Le coalizioni sono prigioni della progettualità, sono pure macchine elettorali per cercare di andare, di stare, di tornare al governo. Ora sono causa ed effetto della crisi della politica e delle soggettività politiche, della partecipazione democratica alla vita pubblica. I partiti potrebbero almeno allora provare a rinascere sul lato istituzionale mettendosi direttamente alla prova del consenso elettorale senza altri scudi alla loro capacità di consenso. Il voto proporzionale al posto del maggioritario non è certo salvifico rispetto alla crisi dei partiti, ma di fronte al disastro delle coalizioni, prima dinnanzi alla prova del governo con la scelta del Papa straniero, poi alla prova del presidente della Repubblica, con l’innaturale richiesta di bis, almeno l’idea di liberarsi dal laccio mortificante delle coalizioni dovrebbe essere una semplice misura di igiene politica da adottare da partiti che fin qui risultano totalmente ininfluenti e sempre più lontani dalla vita reale del Paese.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.