Ma siamo proprio sicuri? Mattarella? Ma quanto è bello bravo e buono Mattarella? Ma quanti capelli bianchi e belli, ha Mattarella. Parlar male di Mattarella? Ma siete pazzi? Che dio ci scampi e liberi dalla tentazione. Perché la tentazione c’è. Articolo uno: Mattarella passerà alla storia come un personaggio statuario, Occhi di statua. Ciechi. Bisogna avere un bel po’ d’anni per ricordare Prete Liprando, un personaggio cantato da Jannacci che premetteva: “Questa canzone è dedicata a tutti coloro che, pur essendo testimoni di fatti giganteschi per le conseguenze che avranno, non se ne accorgono nemmeno”.

Ma scusate, a voi risulta che Mattarella abbia fatto una piega o anche un plissé di fronte allo scandalo, l’ultimo, del Consiglio superiore della magistratura di cui, a norma di Costituzione, è il Presidente? Ma manco la piega, ma manco il plissé. Immobile, bello, statuario: “So’ cazzi di chi viene dopo si me, mica miei” , affermano i suoi occhi intensi, credo cerulei. La magistratura tutta è stata messa a ferro e fuoco dagli scandali, abbiamo ascoltato e letto dei processi truccati, delle carriere fatte solo per traffico di influenze, delle nomine illegali ripristinate in barba alla legge e lui, il bianco Presidente che fa concorrenza a babbo Natale, pur avendo tutti i poteri, il tempo e il dovere per farlo, che fa? Niente. Parla d’altro. Legge le previsioni del tempo, l’oroscopo, la soluzione del rebus della settimana scorsa, ma allude, questo sì, allude molto, si suppone seguito da una nube di scriba e farisei che gli confezionano un comunicativo semplice da quarta elementare su tutto. Lui dice: è meglio che vinca il bene e che il male non prevalga, rubando il mestiere al papa ma fra diffusi battimani.

Ma quanto ha parlato d’altro, Mattarella! È stato il perfetto presidente sfinge che lascia a politici e a giornalisti enigmisti il compito di interpretare, supporre, dedurre, ipotizzare tutto ma senza mai dire niente. Mai. Neppure un nanosecondo. In questo Paese fuori controllo per un sistema giudiziario balordo e boiardo, lui che è il capo-toga, l’Akela degli ermellini, non dice nulla sulla compravendita di carriere, correnti, sentenze. Non un fiato, ma in compenso ci ha offerto una nuova Costituzione, la sua. Poveretto, non avremmo voluto essere noi in quella situazione maledetta del giorno che gli portarono davanti un avvocato impacchettato e impomatato con il fazzoletto a tre punte, i taschini del gilet. Sì, il Conte. Quello stanato dal New York Times perché si era messo a curriculum le lezioni di inglese che aveva comperato simulando di aver tenuto dei corsi alla New York University. I giornalisti del prestigioso NYT lo avevano passato al setaccio, il Conte, perché all’inizio l’avvocato si era offerto per fare il capo di un governo di destra con Salvini.

I Democrats di tutto il mondo, che vanno per le spicce, hanno sempre assimilato Salvini alla destra razzista di casa loro e dunque avevano concluso, non senza ragione, che il capo del governo che stava per nascere fosse un fottuto avvocato di destra, fucking fascist Italian government, e quindi si erano buttati a pesce a fare i giornalisti. Quello fu il momento, secondo noi, in cui il vecchio Matta meritò la medaglia, peccato che fosse una occasione solitaria.
Lo ricordate: faceva caldo, si sudava molto in doppiopetto ingilettato sotto il sole, e l’avvocato Conte sudava brillantina che neanche Dirk Bogarde in “Morte a Venezia” di Visconti quando gli si squaglia il fondo tinta. Fu il momento di vera ironia del Matta perché disse davanti alle telecamere qualcosa sul curriculum dello sconosciuto, augurandosi di leggerne uno meno farlocco.

Fu il momento della grande crisi istituzionale, la più grave e la più sputtanata della storia della Repubblica, quando i due mezzi vincitori, Di Maio e Salvini, decisero di inaugurare la formula Bibì/Bibò come modello costituzionale e il nostro Matta disse sì, perché mbo, mi sembra divertente anziché dir loro ma andate tutti a farvi fottere, adesso chiamo i carabinieri corazzieri e vi faccio appendere per i pollici. Direte voi: e che poteva farci? Purtroppo, le cose andarono così. Ma manco per niente: le cose andarono così e il Parlamento eletto era inabile ad esprimere una qualsiasi maggioranza politica e un Presidente con le palle avrebbe dovuto immediatamente rispedire a casa le Camere e richiamare gli elettori al voto come si fa nelle vere democrazie parlamentari. Il Presidente della Repubblica, supremo guardiano della Costituzione, dovrebbe passeggiare nervosamente ogni notte sugli spalti del Quirinale insieme a qualche armigero armato di spada e schioppo per fare ciò che Rembrandt mostrò nella Ronda di Notte, con in più un cagnolino abbaiante e un paio di signore avventurose.

Non chiediamo tanto, ma caspita! Tu vedi un Parlamento che non ha e non trova una maggioranza politica, e poi vedi Bibì e Bibò che si presentano tenendosi per la manina che non fidandosi l’uno dell’altro, hanno deciso di chiedere l’affidamento del governo a un tizio che conosce un tizio, secondo cui il tizio finale sembra proprio un bravo ragazzo, ci piacerebbe vedere questo perfetto sconosciuto sulla sedia che è stata di De Gasperi, Parri, Moro, Cossiga e Andreotti, Berlusconi, Ciampi, Prodi. E lui dice sì, va bene, se po’ fa’, perché no, che c’è di male? E passa un anno o giù di li e gli dicono che le cose in quel governo sono andate a puttane e che se prima si era fatto un governo di ultra destra guidato dallo sconosciuto portato al guinzaglio a Palazzo da uno che conosceva un altro. E poi, colpo di scena, con lo stesso Parlamento-pizza-al-taglio che prima forniva voti tutti di destra, si ricicla tutto a sinistra e lui, il Matta, contento, dice sì va bene, mi pare che sia anche elegante, farei solo l’orlo un po’ più basso, comunque nulla da obiettare, sai le risate che si faranno gli storici.

Nulla da obiettare? Sulla magistratura, nulla da obiettare, su un Parlamento che entro pochi mesi già non rappresentava più l’elettorato, nulla da dire, si forma in copia conforme per gli usi consentiti e anche non consentiti, quando lui sta lì, a Palazzo, con uno e unico scopo: stare attento alla corrispondenza della maggioranza parlamentare con quella del popolo elettore. E poi lo sconosciuto a Palazzo. Conte non è come Mario Monti, o Mario Draghi, o Carlo Azeglio Ciampi. E intanto, se ricordate, Tarzan-Dibba passava da una liana all’altra in America Centrale inseguito dalle varie Izquierdas venezuelan-guatemalteche che gli davano del fascista perché avevano googlato Salvini. E poi la storia dell’insediamento di Draghi. L’insediamento di Draghi l’ha voluto Bruxelles, ed è stata l’Europa che ha scelto il castigamatti che avrebbe ammannito la purga delle riforme disegnate a Bruxelles (peraltro annacquatissime, guarda quella della giustizia) per poter riportare l’Italia nel novero dei Paesi civili e strapparla al suo destino mediorientale sulla via della seta.

Se non ci sbagliamo la soluzione Draghi è stata promossa anche in Europa proprio da Berlusconi che lo portò alla Banca d’Italia. Mattarella sa perfettamente tutto perché è un uomo di grande esperienza anche nei settori dell’Intelligence e ho avuto personalmente l’onore di ascoltarlo nella veste di ospite della commissione d’inchiesta che ho presieduto per quattro anni e che cercò di capire che diavolo di fine avessero fatto le molte schede mancanti del dossier Mitrokhin. Roba ormai vecchissima, ma ricordo che rimanemmo tutti impressionati dalla tenacia di Sergio Mattarella, dalla accuratezza delle sue risposte che purtroppo non aiutarono moltissimo il Parlamento a far luce su fatti che nel passato minarono la storia del nostro Paese. Ma oggi preferiamo alla vigilia del suo commiato ricordare a questo enigmatico Presidente che un suo predecessore che proveniva anche lui dalla Democrazia Cristiana, Francesco Cossiga, di fronte all’aperta ribellione del CSM di allora, fece arrivare in piazza Indipendenza di fronte al Palazzo dei Marescialli le camionette con reparti di Carabinieri in tuta antisommossa, per ricordare a tutti i limiti dei clerk di Stato e i poteri di chi rappresenta lo Stato.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.