Il “pompiere” è il diretto interessato, Sergio Mattarella. Non lui in persona che parlato con chiarezza, ovviamente, ma il suo staff: “Non esiste ipotesi di un Mattarella bis”. La subordinata è la seguente: «Le forze politiche che si pongono candidate alla guida del Paese, si dimostrino all’altezza delle sfide che deve affrontare il Paese».

La facciano finita, insomma, di rilanciare e creare problemi e si assumano una volta per tutte la responsabilità di risolvere i problemi. Imparino a camminare da sole senza l’alibi di qualcuno che li risolva. Più chiaro di così non si può. Eppure lo stallo è totale. E il bis resta ancora il jolly da calare sul tavolo un secondo prima di piombare, appunto, nel caos istituzionale. Cioè un paese che a fine gennaio, quando le previsioni danno il picco dei contagi, si troverà pericolosamente alla vigilia del 3 febbraio, ultimo giorno di incarico presidenziale, senza un nuovo capo dello Stato. Questo scenario è al momento assai probabile per almeno tre motivi.

Il primo: se oggi sono circa quaranta i Grandi Elettoricontagiati e quindi impossibilitati di raggiungere il seggio presidenziale alla Camera dei deputati, è probabile che il 24 gennaio, data della prima chiama, i contagiati raggiungano le 60-70 unità. Se non di più. Occorre ricordare che il quorum non cambia per via delle assenze: servono comunque 673 voti nelle prime tre votazioni, i 2/3; dalla quarta votazione in poi 505 voti. Magic number già difficili oggi da raggiungere con un Parlamento così balcanizzato, figuriamoci con una settantina di assenti che il Covid difficilmente metterà fuori gioco in pari misura tra i gruppi parlamentari.

Il secondo motivo che tiene ancora in piedi il bis di Mattarella è la candidatura di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere resta in partita, continua a contare i voti ed è convinto di farcela. O almeno di potercela fare. Al momento, a oggi, diciamo che vuole andare a contarsi. Gli alleati, sempre fino a ora e sempre in dichiarazioni ufficiali che spesso non corrispondono alle reali intenzioni, confermano la fedeltà. Sul Cavaliere quindi potrebbero veramente concentrarsi i voti senza però arrivare alle necessarie 505 schede. A quel punto però sarebbe il fondatore di Forza Italia con il suo ricco pacchetto il regista dell’elezione del tredicesimo capo dello Stato.

Il terzo motivo ha a che fare con il governo. Lo ha detto ieri Matteo Renzi, lo conferma nel Pd Base Riformista, lo dicono anche i 5 Stelle: non si risolve la questione Quirinale finché non è risolta quello del governo. Serve un patto di legislatura che copra fino al 2023, assicuri la realizzazione degli obiettivi del Pnrr e sappia affrontare le emergenze del momento, dalla crisi energetica al caro bollette. Detto meglio: se Draghi salirà al Colle, come è naturale immaginare, occorre trovare prima il sostituto alla guida del governo.

Tre motivi che portano al “pantano istituzionale”. Dal 24 gennaio al 3 febbraio ci sono undici votazioni utili. Tante ma non tantissime. A Leone ne servirono 23. Se entro il 3 febbraio il Parlamento non riuscisse a trovare una soluzione, ci sono due tesi: Mattarella va in proroga; sale al Quirinale la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Scenari del terzo tipo che è bene evitare perché darebbero un colpo ferale alla credibilità e all’accountability dell’Italia destinataria di 220 miliardi di prestiti europei. Ecco perché nonostante le secchiate d’acqua gelida rovesciate dal diretto interessato, il bis di Mattarella è una brace ancora viva sotto la cenere. In Parlamento hanno in testa questa soluzione più Grandi Elettori del previsto: un pezzo di Pd, quello che considera Draghi una parentesi a termine e che rivendica il primato della politica per cui Draghi è bene che salga al Quirinale; un bel pezzo di 5 Stelle terrorizzato dalla fine anticipata della legislatura e che chiede il mantenimento dello status quo; anche quei 111 del gruppo Misto avrebbero solo da guadagnare dal mantenimento dello status quo, Draghi a Chigi, Mattarella al Colle.

In questo quadro, ieri hanno assunto un significato speciale le parole del più esperto dei Quirinalisti in servizio, la firma del Corriere della sera Marzio Breda. Intervistato su Il Domani in occasione del suo ultimo libro, ha detto: “Mattarella bis? Ho posto la questione in alto. Ovverosia, se il contagio continua a preoccupare e il quadro politico diventa minacciosamente ingovernabile, potrebbe Mattarella rifiutarsi? Ho ricevuto in risposta un eloquente silenzio”.
Ieri, festa del Tricolore, Sergio Mattarella ha ricevuto l’astronauta Samanta Cristoforetti e le ha consegnato il tricolore da portare nello spazio nella sua prossima imminente missione.

È una delle ultime cerimonie segnate nell’agenda del Capo dello Stato. Anche il segretario dem Enrico Letta ha dedicato un tweet al Tricolore: “Il pensiero va all’unità e alla coesione che sono in questo tempo ancora più importanti di sempre. Non è retorica. È il dovere di ognuno di noi, cittadini della nostra Italia”. Un messaggio che va letto anche con la lente del Quirinale. Il Pd non ha numeri decisivi ma gioca un ruolo decisivo. Gli occhi sono puntati sulla riunione congiunta fra direzione e gruppi parlamentari convocata il 13 gennaio. Nelle ultime ore, la corrente guidata da Matteo Orfini ha annunciato di voler proporre in direzione l’opzione Mattarella Bis perché “non si cambia il capitano della nave nel mezzo della bufera”.

Il Capitano in questione non è Mattarella. Ma Draghi, la cui dipartita da palazzo Chigi “porterebbe troppa instabilità in un momento così delicato”. La partita Quirinale è una partita doppia: non si trova la soluzione per il Colle senza un’intesa politica forte per il governo. Matteo Renzi lo ha capito per primo. Enrico Letta segue a ruota. Manca all’appello il centrodestra. Che tiene ferma la fiche su Berlusconi. Ma aspetta di vedere cosa succede il 13 gennaio.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.