Sergio Mattarella è stato un esemplare presidente della Repubblica. In una fase a lungo tormentata della vita politica, dalla quale non siamo usciti, ha svolto il suo ruolo con rigore e imparzialità. Non è sorprendente, dunque, che da più parti si speri e si invochi la sua rielezione a capo dello stato. È la testimonianza di una reputazione conquistata nell’esercizio delle sue funzioni. In realtà, il rifiuto che Mattarella ha opposto a questa eventualità è solo l’ultimo segno della corretta interpretazione del suo mandato. Certo, la costituzione non vieta tale possibilità ed esiste come è noto (e citato) un precedente in questo senso. Ma il rifiuto espresso dal presidente consiste nell’evitare che una eccezione si trasformi in una regola, travolgendola.

La ragione dovrebbe comprendersi facilmente, se si tiene conto del ruolo che la costituzione assegna al titolare di questo alto mandato. L’articolo 87 afferma che il capo dello stato “rappresenta l’unità nazionale”: egli non è dunque il rappresentante di una parte di essa, com’è invece di fatto il caso degli organi eletti che sono rieleggibili perché responsabili dinanzi a quella parte del corpo elettorale che li ha scelti ed autorizzati, e che da questa possono essere confermati o sostituiti. Siamo qui di fronte ad uno dei fondamenti delle democrazie rappresentative: il fatto che la maggioranza che governa possa, pacificamente ricordava Norberto Bobbio, essere sostituita dalla maggioranza degli elettori, in realtà, dei rappresentanti da quelli eletti alla fine del mandato del parlamento. Il suo dover essere super partes – in questo senso rappresentante dell’unità in un ordinamento politico pluralista basato su elezioni competitive – implica che il Presidente della Repubblica sia esente dalla prospettiva di una possibile rielezione.

Questa, infatti, potrebbe facilmente spingerlo a favorire la parte che, come può accadere, lo ha eletto, per assicurarsi il possibile rinnovo del mandato. Tale libertà dalla dipendenza nei confronti di chi lo ha scelto è condizione importante della sua imparzialità. Il rifiuto di Mattarella è una lezione di diritto costituzionale, da parte di chi viene, oltretutto, dalla funzione di giudice delle leggi. Prima di essere scelto per la carica che ricopre, Sergio Mattarella è stato membro della Corte Costituzionale, eletto dal Parlamento nel 2011. I giudici della Corte sono nominati per un solo mandato, non rinnovabile, poiché il loro compito è quello di garantire i diritti dei cittadini tutti e l’ordinamento costituzionale, indipendentemente dalle maggioranze di governo, in genere di parte. Essi non devono essere sotto il controllo delle parti politiche, perché sono loro che hanno il compito di controllarne i poteri. Il presidente della Repubblica, come i giudici delle leggi, è un organo di controllo dell’ordinamento. E la non rielezione è in qualche modo condizione della sua imparzialità. Questo e non altro è il senso del rifiuto cortese di Mattarella.

Certo, se come è possibile (e sperabile, da parte di chi scrive) l’altro presidente, quello del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, resterà al timone del Governo, sappiamo bene che non sarà facile trovare un successore di Mattarella. Questo parlamento è ancora diviso in tre parti, quelle che risultarono dalle elezioni del 2018, senza chiare maggioranze. I partiti sono, come è stato ripetuto da tutti, per lo più divisi e il voto segreto rende imprevedibili ed evidentemente incontrollabili gli esiti possibili. Inoltre, e più rilevante, il governo Draghi è espressione di un Parlamento che, con una sola eccezione, lo sostiene. Un presidente scelto da una parte del parlamento (semmai questa riuscisse a racimolare i voti sufficienti dopo il terzo scrutinio) non sarebbe un viatico buono per il nuovo capo dello stato. Come in altre occasioni – e ancora di più in questa – sarebbe augurabile e necessaria una elezione consensuale fra le parti politiche. È chiaro che, come per il primo ministro, sembra impossibile in questo parlamento che la scelta si indirizzi verso una personalità con una identità politica di parte.

Come nel caso di Draghi, scelto da Mattarella e accettato dai partiti, così sarebbe augurabile che il prossimo capo dello stato venga da istituzioni super partes, sicché possa garantire continuità con la presidenza esemplare che volge al termine e affinità con il presidente del Consiglio. Perché è su questo dualismo al vertice dello Stato che si regge lo sforzo in atto di porre l’Italia al centro dell’Unione Europea. Rispetto alla quale abbiamo una chance che non si può perdere: quella di essere non più il membro malato, ma uno dei leader e una delle componenti esemplari.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino