Conobbi Pier Ferdinando Casini nel ‘99 quando diventai vicedirettore del “Giornale”: mi chiamò per conoscermi e per pranzare in un ristorante del Centro. Non ricordo che cosa mangiai io, ma non dimenticherò mai il pasto di Casini: una sola e unica mela verde, che pelò, tagliuzzò, contemplò, assaggiò a minuscole dosi e che poi si decise a mangiare come antipasto, primo, secondo, dessert, caffè e ammazzacaffè. Nient’altro.

Dieta, fisico asciuttissimo, conversazione esplorativa e riconoscimento reciproco che col passare del tempo diventò anche una buona amicizia, specialmente quando ci trovammo arrampicati sulle curve del Gruppo Misto alla Camera. Infatti, erano passati gli anni, io ero entrato in Senato dove presiedetti la “famigerata commissione Mitrokhin” che scoprì un po’ più di quello che c’era da scoprire e che fu per questo coperta da una massa di letame mediatico accuratamente preparato secondo gli usi e costumi della casa Italia. E non soltanto Italia. Casini a quell’epoca era uno dei tre alleati del primo governo Berlusconi: con Gianfranco Fini e Umberto Bossi permetteva al governo di reggere. Le cronache riferivano costantemente di cene tempestose e rappacificazioni mai definitive perché tutti i contraenti facevano politica e dunque avevano bisogno come dell’ossigeno di poter emergere e differenziarsi da Berlusconi senza metterlo in crisi.

Casini fu presidente della Camera e questa carica e funzione lo abilitano, secondo le regole tradizionali del Cursus Honorum, ad essere un papabile Presidente della Repubblica. Di fatto lo azzopparono. Ci fu una volta in cui Berlusconi fu persino costretto ad andare a presentare le dimissioni dal Capo dello Stato per vedersele respingere e farsi reincaricare cinque minuti dopo. Erano tutti riti tribali della nuova formula bipolare in cui la parte che vince governa ma al suo interno si spappola e l’inventore della formula nonché direttore dell’orchestra si trova continuamente legato e impacciato. D’altra parte Berlusconi aveva compiuto quel gioco di prestigio, quel miracolo storicamente irripetibile di vincere le prime elezioni a cui partecipava, mettendo insieme pezzi che non combaciavano tra di loro: La Lega Nord antifascista di Bossi al Nord, alleanza nazionale fascista al Sud con Gianfranco Fini. E poi Pierfi. Lo chiamavano così e io trovavo detestabile questo nomignolo né credo piacesse a lui ma non c’era niente da fare: Pierfi di qua, Pierfì di là e Pierfì svolgeva un ruolo importante nell’area democristiana dove allora si contendevano la leadership il professor Rocco Buttiglione, un amico papista wojtyliano ma anche amante della logica formale, Cesa e altri minori.

La Democrazia Cristiana l’avevo vista rinascere flebilmente per subito rimorire ed ero stato testimone degli ultimissimi atti quando con Mino Martinazzoli facemmo dei convegni in qualche vecchio cinema di Roma mentre andava forte il Patto Segni, con Mario Segni che però non ebbe mai da Martinazzoli la luce verde per fare ciò che tutti gli italiani si aspettavano facesse: dare la svolta, fare una piccola rivoluzione che fosse almeno un rimodernamento e aprisse a una destra liberale sulla quale già aveva messo il cappello Berlusconi perché vedeva che la situazione della Repubblica era in crisi e che i partiti della prima Repubblica avrebbero fatto una brutta fine. L’autore della profezia come è noto era stato il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che usava riversarmi confidenze di cui la più solida fu la previsione di quello che sarebbe successo al nostro paese con la fine della guerra fredda: l’Italia non avrebbe contato più un accidente, non sarebbe più stata la cerniera tra est e ovest, tutte le piccole grandi porcherie fatte da democristiani repubblicani socialisti socialdemocratici, ma anche comunisti missini e radicali e chi più ne ha più ne metta, sarebbero passate al pettine del supervincitore americano il quale avrebbe alzato le sue forche e messo sul rogo le sue streghe pur senza farlo vedere.

Poi cominciarono a cadere le teste di mani pulite, la celebre operazione americana “Clean Hands” e poi la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, il colpo di reni berlusconiano, la vittoria, il governo, l’avviso di garanzia recapitato dal Corriere della Sera a Berlusconi al suo primo meeting mondiale, con crollo dell’embrione della seconda Repubblica, passaggio di campo di Lamberto Dini per un governo tecnico, palla al centro, elezioni, governo Prodi, poi D’Alema in cabina di bombardiere sulla Serbia, poi finalmente Berlusconi rivince e dice adesso si gioca tutta un’altra partita, qui comando io o perlomeno vorrei che voi seguiste le mie linee. Non ci fu verso, e quello fu il fallimento politico del berlusconismo nato da una grande idea visionaria, il paese che amo, il rilancio di tutto il mondo liberale, l’emigrazione dei cervelli comunisti verso Forza Italia guardata anche da intellettuali schizzinosi come un porto d’approdo e poi un grande rilancio festoso al quale partecipò anche lui: Pier Ferdinando Casini, che a casa mia, mia moglie, da quando aveva saputo la storia della mela al ristorante, chiamava semplicemente il bello. Hai visto il bello, che cosa fa oggi il bello, stasera in televisione il bello non c’era, e così via.

Poi capitò che ci rivedessimo tutti a New York al Four Seasons per un saluto frettoloso e la comune vita parlamentare ci avvicinò man mano. Conobbi così un uomo molto esperto, un non divo ma non un uomo di abbuffate, al contrario un uomo di diete e di centimetri molto misurato ma anche capace di invettive. Ricordo il giorno in cui io mi precipitai dall’America e tutti i senatori e i deputati tornarono dalle loro vacanze per la improvvisa riunione delle commissioni esteri e difesa nella grande sala del mappamondo quando la Russia invase la Georgia. Era la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale che un paese europeo entrava col proprio esercito oltre i confini di un altro paese europeo per sottometterlo. Ricordo Casini pronunciare un discorso di rara energia e rettitudine morale, senza enfasi chiassosa ma con le idee chiare nella distinzione tra il bene e il male, il lecito e l’illecito. In quell’occasione anch’io fui molto turbato da questo evento dal momento che venivo dal tremendo impegno per la commissione sulle penetrazioni sovietiche in Italia e avevo avuto almeno quattro dei miei informatori uccisi tra cui il povero Alexander Sasha Litvinenko, ucciso col polonio radioattivo e che diventò per poche ore la tragica star di tutte le news del mondo.

Casini è un uomo delle istituzioni, vicino quanto basta alla chiesa ma non ho mai saputo esattamente quanto e a chi, è un uomo che sa giocare a scacchi nella vita, conosce le aperture e le chiusure di tutte le partite senza per questo avere del pelo sullo stomaco ma una buona punta di cinismo si, la sua cordialità è contagiante e contagiosa e ogni suo gesto è complessivamente elegante mai fuori misura, mai volgare anche se Pierfi è certamente un uomo di mondo e anzi di buon mondo. Tralascio qui volutamente tutti i pettegolezzi, le storie che riguardano la sua vita personale che all’epoca impegnarono molto giornaletti e giornaloni come sempre accade, ma devo dire che il vecchio Pierfi mi è sempre apparso come un uomo non esente da innocenza, ma non per questo un’ipocrita. Per tutta la mia esperienza l’ho visto stare ragionevolmente dalla parte di ciò che è ragionevole anche quando ciò che è ragionevole non è per forza il giusto. Come il celebre personaggio di Totò (“E poi dice che uno si butta a sinistra”), venne il momento in cui “si buttò a sinistra” e fu quando nel 2016 l’Unione per il Centro di cui faceva parte, mollò Renzi che “si buttava troppo a sinistra”. Oggi Bossi dice a mezza voce che secondo lui per questo Casini è papabile e anzi manda un messaggio a Draghi di cui non si è capito bene il senso.

Nella cabina delle grandi manovre e sala scommesse, girano vari organigrammi, fra cui quello secondo cui Draghi deve restare dov’è e Amato deve traslocare in collina, oppure in collina si trasferisce Pier Ferdinando e allora Draghi dovrebbe stare a Chigi, altrimenti i tedeschi fanno volare lo spread e ricomincia la caccia grossa sulla politica italiana. Vai a sapere quanto c’è di vero, però intanto lo spread è salito. Lui, Pierfi, è sempre aderente alla persona e al personaggio: fu recuperato per un pelo all’elezione alla camera dove stava per non farcela due legislature fa, ma poi ce l’ha fatta e ha trovato il suo ecosistema, lo ha trasformato in giardinetto, ha aperto del report lasciando transitare aria e persone che la respirano rendendosi disponibile appunto “en reserve”, come le bottiglie di pregio che una volta o l’altra saranno l’occasione per celebrare una grande occasione. Sono tempi in cui tutto può essere.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.