I referendum li ha vinti il partito delle Procure. A me sembra sciocco negare questa evidente realtà. Va riconosciuta per due ragioni: la prima, quella semplice: per onestà. I giornali (anche se non è così) dovrebbero essere onesti. La seconda è perché bisogna prepararsi a quello che succederà. Già ieri il capo dell’Anm (che è il nucleo centrale del partito dei Pm) ha dichiarato che ora è aperta la battaglia addirittura per fermare la mini-riforma Cartabia. Nessuno può dubitare che da questo momento è iniziata la controffensiva delle Procure, che nell’ultimo anno e mezzo avevano ricevuto diverse botte e ne erano uscite un po’ ammaccate. Rialzano la testa e si preparano al grande attacco reazionario. Con un discreto sostegno popolare.

I dati parlano chiarissimo. L’ottanta per cento degli elettori, cioè quasi 40 milioni di persone, si sono dichiarati disinteressati o addirittura contrari a una serie di provvedimenti che avrebbero potuto ridurre il potere delle Procure e delle correnti in magistratura. Parlo delle astensioni. Poi a questi elettori si sono aggiunti altri milioni che hanno votato No. Il referendum più importante – perché carico di valore ideale – era quello che puntava a ridimensionare le possibilità per i Pm di usare la carcerazione preventiva come strumento di indagini o di punizione anticipata. In quel referendum il 45 per cento degli elettori che non si è astenuto ha votato No. Ha detto in modo esplicito: più carcere. Il numero dei Sì è stato davvero ridottissimo. Credo inferiore ai cinque milioni. È giusto partire da qui per cercare di interpretare senza tanti sofismi il risultato del referendum. Il rapporto di forza tra Italia garantista e Italia giustizialista è più o meno questo: uno a nove.

È inutile dire: no, ma ci sono le sfumature. Non c’è nessuna sfumatura: volete lasciare ai Pm il potere di mettere in prigione la gente senza che sia stata condannata, pur sapendo che ogni anno vengono arrestati 1000 innocenti? Questa era la domanda. Non esiste una risposta mediana. Esiste chi pensa che questa situazione sia un abominio e perpetui una condizione di sopraffazione e di potere fisico incontrollato da parte di circa 2000 persone (i Pm) sul resto della popolazione, e che quindi vada radicalmente cambiata; e chi pensa che invece non è poi detto che quei 1000 innocenti siano innocenti davvero, ma magari sono solo salvi perché hanno bravi avvocati, e che comunque anche se fossero innocenti sarebbe il giusto prezzo da pagare alla sicurezza o alla dittatura dell’etica. L’alternativa è secca, e il referendum l’ha fotografata. Ha vinto il partito delle prigioni. Ha perso il partito del diritto e della Costituzione.

Ed è anche inutile dire che il potere ha fatto di tutto per far fallire questo referendum. Verissimo: il potere ha fatto di tutto. Ma il potere fa sempre di tutto per portare l’acqua al mulino proprio, e il mulino dove oggi scorre l’acqua impetuosa è quello: quello delle Procure. Potevamo anche ottenere qualcosa di più dalla Rai, dai giornali, ma forse no. La Rai e i giornali, da 30 anni almeno, sono al servizio delle Procure. E comunque, anche se avessero dato un po’ più di spazio ai referendum, il quorum non sarebbe aumentato di molto. Chi voleva votare sì, perché era convinto, è andato a votare. E oggi è sconfitto. Il mio non è cupo pessimismo. Cerco di essere realista. La battaglia garantista resta viva, ma di sicuro oggi sappiamo quanto sia una battaglia di esigua minoranza. La stessa differenza tra i risultati dei tre referendum più tecnici e forse meno essenziali (quelli sul Csm, sulla separazione delle carriere e sulla valutazione dei magistrati) e quelli dei due referendum più politici (Severino e custodia cautelare) ci dimostra che anche nel cuore di un presunto fronte liberale il tampone del garantismo da esito negativo. Un terzo di coloro che hanno votato Si ai referendum tecnici, hanno poi votato no alla liberalizzazione delle carceri e all’abolizione della Severino. Vogliamo tenerne conto?

Cosa vuol dire questo dato? Che anche un certo venticello di sfiducia verso la magistratura, che negli ultimi due anni, dal caso Palamara in poi, aveva dato un po’ di freschezza alla discussione sulla giustizia, era un venticello e basta. Un modo, probabilmente anche un po’ qualunquista, di tirare sul quartier generale, non di mettere in discussione l’autoritarismo e di sollecitare una svolta garantista e favorevole al Diritto. Molta gente si è limitata ad assimilare la magistratura agli altri poteri, e dunque a giudicarla corrotta. Ma infischiandosene del valore della libertà. La maggioranza degli elettori resta convinta che il problema non sia quello di ridurre la repressione da parte dello Stato ma invece quello di reprimere di più i propri nemici e di meno i propri amici. Non so se è stato un errore promuovere un referendum con così poche possibilità di vincerlo. Io, per esempio, in questo referendum ci credevo. Sicuramente c’è stato un errore di valutazione. In politica succede. Non mi sembra che sia una discussione interessante, a questo punto. La discussione deve riguardare il futuro e deve riguardare i rapporti da stabilire tra garantisti e mondo politico.

Il mondo politico si è comportato in modo vigliacco di fronte al referendum. Ha mostrato al solito la sua paura, la sua subalternità al partito dei Pm. Tranne poche eccezioni: pochissime. Diciamo un pezzettino di Lega e un pezzo di Forza Italia. Oltre, naturalmente ai radicali. Gli altri, o assenti, o trincerati dietro alle lance del fronte giustizialista. Come ha fatto il Pd. Questo è un problema. Io non credo che possa avere successo nessuna battaglia garantista, senza l’appoggio della sinistra. Oggi invece la sinistra, guidata da Letta, è alla coda dei reazionari, dei 5 Stelle, di Fratelli d’Italia. Come è possibile? Credo che questa sia una questione cruciale. La sinistra, se non recupera la sua vocazione garantista, rischia di diventare un blocco conservatore senza respiro e senza anima. Travolta dai suoi riflessi democristiani o dai suoi riflessi stalinisti o da tutti e due. Se non c’è una svolta nella sinistra il garantismo non ha futuro. E la sinistra nemmeno.

Io ricordo il mio passato. Ricordo il Pci. E ricordo anche che tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta fu protagonista di due grandi riforme: l’abolizione dei manicomi, secondo un progetto di Franco Basaglia, e la liberalizzazione delle carceri, secondo un progetto di Mario Gozzini. Due riforme importantissime. Di gigantesco valore culturale. Sapete chi si oppose? Credo solo la destra di Almirante: il Msi. Il Pd deve scegliere: sta con Basaglia e Gozzini o sta con Almirante? Sono due scelte dignitose entrambe, intendiamoci: ma non intercambiabili.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.