Volano stracci tra Turchia e Francia. E quindi nella Nato, e quindi tra due delle maggiori potenze dell’area eurasiatica. È ormai da giorni che si sentono accuse, più o meno inverosimili, più o meno scandalose da una parte all’altra. Un’escalation di frizioni che dipende da diverse e precedenti tensioni, che rivanga vecchie questioni e che esplode per un casus belli ben preciso e straordinariamente tragico. Da giorni va avanti questo faccia a faccia tra Emmanuel Macron e Racepp Tayyip Erdogan che ha scatenato appelli, provocato prese di posizione, rimarcato tutte le scintille e i punti interrogativi che riguardano le questioni in ballo tra Parigi e Ankara.

A dirla tutta, negli ultimi giorni, è stato più che altro il sultano turco a dilettarsi in dichiarazioni spesso stigmatizzate dalla comunità internazionale. “Ma che problema ha quel tizio chiamato Macron con l’Islam e con i musulmani? Macron ha bisogno di cure mentali”, ha detto domenica. E quindi ieri ha rincarato la dose, tirando in ballo la shoah: “In Europa contro i musulmani si sta compiendo una campagna di linciaggio simile a quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale”. E poi ha esortato a boicottare i prodotti francesi. Si è scatenata così una lunghissima reazione a catena: la Germania ha definito le parole di Erdogan “diffamatorie e assolutamente inaccettabili”; il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha espresso solidarietà a Macron; il Pakistan ha convocato il ministero degli esteri francesi in quanto “nessuno ha il diritto i ferire i sentimenti di milioni di musulmani con il pretesto della libertà d’espressione”; stessi toni da parte del ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif; manifestazioni si sono tenute da Amman a Gaza con gli scaffali dei supermercati ripuliti dai prodotti francesi; decine di migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh bruciando immagini del capo dell’Eliseo; la Francia ha quindi richiamato – non era mai successo – il suo ambasciatore ad Ankara. Ma qual è la causa di tutta questa tensione?

 

IL CASUS BELLI – Venerdì 16 ottobre, nei pressi di una scuola, a Confland-Sainte-Honorine, alla periferia nord di Parigi, un insegnante di 47 anni è stato barbaramente ammazzato. A ucciderlo, decapitandolo, un 18enne di origini cecene. Samuel Paty, secondo l’attentatore, era stato colpevole di aver mostrato delle caricature del profeta Maometto durante una lezione sulla libertà d’espressione. Il caso ha rigettato la Francia nell’incubo terrorismo. “Non rinunceremo alle caricature”, aveva detto Macron in occasione delle celebrazioni funebri in onore di Paty, un esempio per la Repubblica francese secondo il capo dell’Eliseo. Sette persone sono in stato di arresto per il caso Paty.

Supporters of the religious student group, Islami Jamiat Tulba, burn a representation of the French flag with an image of French President Emmanuel Macron during a protest against the publishing of caricatures of the Prophet Muhammad they deem blasphemous, in Peshawar, Pakistan, Tuesday, Oct. 27, 2020. (AP Photo/Muhammad Sajjad)

Macron non si è limitato alle parole e ha dato il via a una serie di misure per arginare il cosiddetto “separatismo islamista”, ispirato dall’estero e aizzato dalla strategia “consolare” di alcuni Paesi verso i musulmani che vivono in Francia. Molti degli imam sono finanziati da potenze straniere: 20 dal Marocco, 120 dall’Algeria, 151 dalla Turchia. La Francia vorrebbe quindi smarcare i predicatori dalle influenze straniere. Sono state quindi introdotte più misure di sicurezza e atti di contrasto alle fazioni più radicali; sono state condotte ispezioni, perquisizioni, espulsioni, rafforzate le indagini; l’organizzazione Cheikh Yassine, considerata vicina ad Hamas, è stata sciolta; la moschea Seine-Saint-Denis è stata chiusa per sei mesi. “Dobbiamo smettere di essere naïf, non c’è riconciliazione con l’Islam estremista”, ha detto il ministro dell’Interno Gerald Darmanin citato dal Wall Street Journal. Ecco a cosa si riferiscono le parole di Erdogan, che però non ha mai speso una parola sul caso Paty. Il Sultano, come spesso l’hanno definito, si è messo alla guida del malcontento dei Paesi musulmani verso l’Occidente; anche se proprio tra Parigi e Ankara, questo caso, rappresenta soltanto l’ultimo tassello che ha fatto saltare gli equilibri.

I NODI – Le tensioni tra i due Paesi sono molteplici: attraversano il Mediterraneo e arrivano fino al Caucaso. A giugno è esploso il caso dell’ispezione della nave turca Cirkin da parte della fregata francese Courbet. Un incidente diplomatico dai contorni militari. Le due potenze sostengono anche parti contrapposte in Libia: l’intervento di Ankara a sostegno di Fayez Al Serraj è stato decisivo, Parigi ha sostenuto spesso con ambiguità il maresciallo Khalifa Haftar. E in Siria la Francia ha condannato le diverse avanzate dell’esercito turco ai danni delle zone occupate – o meglio, liberate dal sedicente Stato Islamico – dalle popolazioni curde al nord del Paese, e quindi al confine con la Turchia.

A child holds a photograph of France’s President Emmanuel Macron, stamped with a shoe mark, during a protest against France in Istanbul, Sunday, Oct. 25, 2020. Turkish President Recep Tayyip Erdogan on Sunday challenged the United States to impose sanctions against his country while also launching a second attack on French President Emmanuel Macron. Speaking a day after he suggested Macron needed mental health treatment because of his attitude to Islam and Muslims, which prompted France to recall its ambassador to Ankara, Erdogan took aim at foreign critics. (AP Photo/Emrah Gurel)

Parigi appoggia anche la Grecia e Cipro nella disputa sulle acque territoriali e quindi sullo sfruttamento delle risorse di gas naturale del Mediterraneo. Entrambi i Paesi fanno parte della NATO, nella quale serpeggiano da anni ormai tensioni. La Turchia l’anno scorso ha comprato un sistema missilistico russo indispettendo gli Stati Uniti. Ultimo avamposto di conflitto è il Nagorno-Karabakh, l’enclave caucasica, abitata da una popolazione in maggioranza armena, e amministrata da un’autoproclamata repubblica armena, mentre per la comunità internazionale il territorio appartiene a Baku. Ankara, anche per ragioni storiche e culturali, sostiene l’Azerbaigian. Parigi è legata da tempo a Erevan ed è stata tra i primi Stati a riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato dell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916; l’argomento per Ankara è molto più che un tabù, oggetto di tensioni se non rotture diplomatiche.

Supporters of Islamic Andolan Bangladesh, an Islamist political party, face policemen during a protest against French President Emmanuel Macron and against the publishing of caricatures of the Prophet Muhammad they deem blasphemous, in Dhaka, Bangladesh, Tuesday, Oct. 27, 2020. Muslims in the Middle East and beyond on Monday called for boycotts of French products and for protests over the caricatures, but Macron has vowed his country will not back down from its secular ideals and defense of free speech. (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)

LA VIGNETTA – In seguito alle tensioni di questi giorni arriva anche una vignetta di Charlie Hebdo, dal consueto spirito provocatorio e dissacrante. Il Presidente turco Erdogan è ritratto in mutande su una poltrona, con una lattina in mano, mentre scopre il fondoschiena di una donna in chador e dice: “Ouhh! Il profeta!!!” Il titolo dell’uscita recita: “Erdogan, in privato, è molto divertente”. Il settimanale satirico è stato obiettivo – a causa di vignette satiriche sul profeta dell’islam Maometto – nel gennaio del 2015 di un attacco terroristico che ha ucciso 12 persone. Qualche giorno dopo l’apertura del processo per gli attentati, lo scorso settembre, due persone sono state accoltellate a Parigi, nei pressi di quella che era la redazione di Charlie Hebdo, adesso trasferito in un luogo sicuro e controllato. La vignetta è destinata molto probabilmente a riscaldare ulteriormente gli animi.