“Chi l’avrebbe mai detto? Eppure è così. Questa volta l’unico modo per aiutare la nostra terra è non tornare”. Inizia così il commuovente appello sui social di Rosanna Grano, giovane calabrese fuori sede, che poi è diventato anche una petizione su Change.org. Un messaggio rivolto a chi, come lei, vive lontano da casa e che dopo i decreti restrittivi per arginare l’epidemia di coronavirus è stato preso subito dalla tentazione di fuggire, di tornare a casa. Di tornare al Sud. Ma Rosanna chiede a chi come lei è migrato lontano da casa a restare lì dove sono. E lancia l’hashtag per sensibilizzare tutti a non foralo e per condividere questo sforzo. “Mandateci gli scatti delle vostre valige vuote e chiuse con l’hashtag #IoNonTornoAlSud #NoiNonTorniamoAlSud”.

“Siamo quelli degli abbracci, dell’accoglienza, dell’ospitalità – continua l’appello – Siamo quelli del sole e del mare, del cibo buono e dell’aria pulita. Siamo quelli che hanno preso in mano una valigia, ci hanno chiuso dentro speranze, ambizioni, scelte dolorose e cuori impavidi nonostante le circostanze, e sono partiti”. Quello che racconta Rosanna è la condizione di tantissimi ragazzi che sono partiti in cerca di un futuro migliore e adesso si ritrovano costretti a non poter tornare a casa.

“Ci siamo messi alla ricerca di un posto che potessimo chiamare casa, anche se casa non sarebbe mai stato perché casa è una sola – si legge nell’appello di Rosanna –  Abbiamo condiviso spazi comuni con coinquilini improbabili, abbiamo imparato a muoverci in città con i tram, le metro, gli autobus (e non “pullman”, come li avevamo sempre chiamati prima). Abbiamo fatto da Cicerone agli amici e ai parenti che ci venivano a trovare, sentendoci più grandi e più indipendenti. Salvo poi ammettere a noi stessi di sentirci un po’ soli la domenica, quando i pranzi in famiglia ce li facevamo raccontare al telefono o con i video su WhatsApp”.

“Siamo sempre noi, quelli che hanno affollato le università dell’Italia e del mondo con schiere di parenti e amici, tutti arrivati per festeggiare i nostri successi. Per dirci che sì, i nostri e i loro sacrifici erano valsi a qualcosa. I sacrifici, nostri e loro. Anche per loro, genitori, nonni, parenti vari, non sarà stato semplice accettare la distanza. Eppure, ci hanno sostenuto, moralmente ed economicamente. Ci hanno inviato senza sosta negli anni gli ormai famosi pacchi da giù, riserve di cibo per loro, testimonianza di amore per noi”.

“Siamo lontani, alcuni di noi anche da molti anni. E sentiamo sempre, ancora, che la nostra casa è ‘gggiù’. Sarà sempre così. Però adesso non è il momento di farsi prendere dalla malinconia di casa, dalla paura di non poter tornare, dal bisogno di stringere forte le persone che amiamo di più. Un nostro abbraccio ora non è un gesto d’amore. Tutt’altro. Non avere la febbre, sentirci in salute, non tossire, credere di non essere mai entrati in contatto con persone affette da coronavirus, non è sufficiente per dire di non essere stati contagiati”.

“Dobbiamo essere responsabili. Potremmo essere noi, giovani, sani, e sconsiderati, il veicolo del contagio. Serve un atto di responsabilità. Nei confronti di chi amiamo, nei confronti di chi ci ha sempre sostenuto e ci ha permesso di diventare grandi e indipendenti altrove. Il tempo e le circostanze ci chiedono di fare un grande atto di coraggio e di responsabilità. Forse il più forte atto di coraggio e di responsabilità che siamo mai stati chiamati a fare nei confronti della società e poi anche delle nostre piccole grandi comunità che dal Sud ci portiamo dentro ovunque nel mondo”.

“Non torniamo a casa, non ora. Diamo una speranza alla nostra terra, alle persone che amiamo, all’Italia intera di uscire da questa emergenza. Fermiamoci un attimo. Ritorniamo ad avere lucidità e pazienza. Torneremo a casa quando potremo. Come abbiamo sempre fatto. Teniamo vuote e chiuse le nostre valige, conserviamole. Nessun panico: siamo tutti insieme. Seguiamo le indicazioni del Ministero della Salute, rispettiamo i divieti. Diamo un segnale di ringraziamento anche alle città e ai posti che ci hanno accolto e sono diventati la nostra seconda casa. Per un giorno, un anno o una vita. Abbiamo ogni strumento per non sentirci soli. C’è internet, ci sono i telefoni, le serie tv, le foto, le dirette, le storie. E ci sono i social. Raccontiamolo questo sforzo. Il Sud ci ringrazierà”.