È stato segretario del Partito Democratico a seguito delle dimissioni di Matteo Renzi. In precedenza Maurizio Martina, 42 anni, è stato un apprezzato ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, con delega all’Expo, nei governi Renzi e Gentiloni (Di quel periodo Martina ricorda le due cose di cui va fiero: la legge contro il caporalato, per la quale ha combattuto finché non è stata approvata; e la complicata partita dell’Expo milanese condotta con successo). Con lui continuiamo il confronto aperto sulle colonne de Il Riformista dell’ex presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti.

«Solo lo scioglimento del Pd – sostiene Bertinotti – potrebbe aprire a tutti i riformismi e a tutti i riformisti la via di una costituente per un nuovo soggetto politico».
Il problema non è sciogliere ma mettere a disposizione il Partito democratico per una nuova operazione di apertura, di coinvolgimento e di progetto nel campo dei riformisti e dei progressisti. Ho letto con attenzione le riflessioni di Bertinotti, ma in generale non mi ha mai convinto l’idea che il tema fosse sciogliere il Pd per costruire una cosa nuova. Penso che anche l’ultimo passaggio elettorale dimostri che dal Pd non si prescinde e che nel campo dell’alternativa alla destra serve un soggetto organizzato. Poi è compito di questo soggetto politico non chiudersi nell’autoreferenzialità e non pensare di bastare a se stesso. E quindi guardo con grande favore a tutto quello che dal Partito democratico e dal centrosinistra per come è oggi può sviluppare una nuova stagione di coinvolgimento, di apertura, di partecipazione, oltre le energie che ci sono. So perfettamente che noi non bastiamo. Quindi ho l’impulso, l’attenzione, la tensione ideale a portare il mio partito in uno spazio nuovo di ricerca. Penso che non ci si debba sottrarre, però senza disfare. E quindi credo che la questione non sia sciogliere ma mettere a disposizione questa comunità, con i suoi punti di forza e anche le sue debolezze, di un cantiere di partecipazione democratica più ampio del Pd.

A proposito di questa necessità di allargare il campo, ciclicamente, riemerge il proposito di convocare gli “Stati generali”. Lo ha fatto l’altro ieri anche il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Si evocano, ma non si fanno.
La dico così: penso che il tema siano gli “Stati popolari”. Dopodiché condivido con il mio segretario, la tensione e l’ambizione giusta che ha Nicola di mettere il Pd alla guida di un percorso più aperto. Questo, aldilà delle parole, Stati generali, cantiere, chiamiamolo come vogliamo ma il punto, secondo me, è uno solo: sapere che c’è uno spazio di mobilitazione, di attivazione di energie, di disponibilità, nel campo largo dei progressisti, dei democratici, dei riformisti, dell’alternativa alla destra, che tu devi attivare, soprattutto adesso, in questo passaggio storico cruciale. Io guardo con interesse a quello che ha detto Zingaretti, perché, aldilà delle parole, tutto quello che mette il Pd in movimento per andare incontro a questo bisogno, per me va sostenuto. Ma non ho mai pensato che questa operazione politica si faccia con lo scioglimento di questo partito perché ritengo che, pur con tutti i suoi limiti, il Pd in questi tredici anni di vita ha dimostrato di saper essere un pilastro fondamentale del Paese. Nei passaggi più delicati il Pd c’è. E c’è, se vuoi, anche con la sua irrequietudine, il suo non essere ancora pienamente quello che avevamo immaginato tredici anni fa, ma guai a privarcene. Preferisco dare una mano a gruppi dirigenti che si pongono il tema di alzare l’asticella, di alzare lo sguardo, di allargare il fronte, di offrire percorsi di apertura, piuttosto che gruppi dirigenti che in chiave solipsistica si fanno bastare a se stessi. Credo che questo sia il tema e quindi tutto quello che va nel senso di un’apertura, di un movimento, io sono per incoraggiarlo.

Per un periodo lei è stato segretario del Pd e ha ricoperto ruoli di direzione e anche di governo importanti. Ma non ha mai avuto paura di pronunciare la parola “sinistra” che altri, dentro e fuori il Pd, hanno preso con le pinze, diluendola in un generico “progressismo”. Quanto questa differenza, che è semantica e insieme di sostanza, ha pesato e continua a pesare nel dibattito interno ai dem?
Noi non dobbiamo avere alcun timore a dirci sinistra, a rappresentare le istanze e il profilo progettuale e ideale della sinistra di questo tempo. La pandemia ha reso drammaticamente evidente che la differenza tra destra e sinistra è ancora la discriminante fondamentale. Io sono fermamente convinto che noi non dobbiamo avere timore di usare le parole per quelle che sono. La pandemia, insisto su questo, ripropone drammaticamente uno scontro tra destra e sinistra. Sono due visioni del mondo, sono due visioni del rapporto tra la persona e la società e la terra. A tredici anni dalla nascita del Pd dobbiamo completare una tradizione: anche semantica, anche di linguaggio, e non avere più timore di usare parole chiare. È vero che per tanto tempo quasi come se dovessimo piacere a tutti, abbiamo avuto il timore di utilizzare le parole per quelle che sono. Io penso che o il riformismo è radicale o non è, oggi. E quindi è la sinistra che si deve mettere in campo con un nuovo pensiero, con un nuovo protagonismo. Non mi sfugge che ovunque nel mondo, tanto più in Occidente, tanto più nella culla di una certa nostra tradizione storica in Europa, noi siamo ancora alla ricerca di questa nuova prospettiva. Noi abbiamo avuto per vent’anni il dominio di due pensieri di destra: l’ultraliberismo dei mercati senza regole, e poi la svolta a “u” sempre di quella intellighenzia di destra che ha prodotto la nuova stagione nazionalista. E noi in mezzo a prenderle da tutte le parti.

La necessità di allargare il campo, di creare alleanze. È tramontata definitivamente l’idea di un Pd a vocazione maggioritaria?
Ho sempre difeso quella vocazione. Ma non l’ho mai intesa come autosufficiente. Se la vocazione maggioritaria diventa autosufficienza, rischia di essere un grave errore. Se la vocazione rimane, invece, l’attenzione, la responsabilità a essere il soggetto politico collettivo di riferimento per un Paese intero nella mediazione degli interessi, nella composizione dei bisogni, quella vocazione la difendo. Nelle migliori stagioni di questa ambizione il Pd ha aiutato anche un campo più largo del centrosinistra. Dove siamo andati in cortocircuito? Quando quella vocazione è diventata solipsismo. Allora lì c’è un errore. Non rinuncio, come accade in tutte le grandi democrazie occidentali, a una vocazione del principale partito della sinistra italiana a essere in tutto e per tutto il protagonista dello scontro con la destra, il protagonista della proposta al Paese. Bisogna sviluppare questa vocazione con il massimo dell’intelligenza e dell’apertura, perché mi accorgo che noi non bastiamo. La sfida è ancora non lasciare il popolo ai populisti. Questa sfida lo so bene che chiama in causa anche forze che ancora non sono nel Pd, che magari non ci arriveranno mai nel Pd, ma con cui noi dobbiamo lavorare. Io penso che quello stiamo vivendo ripropone con parole molto semplici le discriminanti vere. Ora la questione è tutelare i non tutelati. Garantire i non garantiti. E farlo in fretta. Il fattore tempo è decisivo, a partire dal Mes.

Un invito pressante da rivolgere al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al Pd e al M5S. Il governo, per l’appunto. Non c’è il rischio che l’ambiziosa funzione da lei descritta si risolva puntando tutto solo sull’azione di governo?
È un rischio che dobbiamo evitare. E non certo perché sottovaluti, anche per l’esperienza diretta che ho avuto, l’importanza di saper svolgere al meglio una funzione di governo. Ma questa funzione non esaurisce di per sé la ricerca e la messa in campo di un progetto politico di più ampia portata.