È stato segretario nazionale dei Democratici di Sinistra dal novembre 2001 all’ottobre 2007, per poi essere tra i padri fondatori del Partito Democratico. Con Piero Fassino, già sindaco di Torino, e ministro della Giustizia e, prim’ancora, ministro del Commercio con l’estero e Sottosegretario agli Esteri e oggi presidente della Commissione esteri della Camera, Il Riformista prosegue il dibattito aperto dall’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti.

Afferma Bertinotti: “Solo lo scioglimento del PD potrebbe aprire a tutti i riformismi e a tutti i riformisti la via di una costituente per un nuovo soggetto politico”.
Come sempre Bertinotti ci propone “provocazioni intelligenti” e la sua riflessione merita di essere ascoltata e discussa. Dico subito però che l’espressione “autoscioglimento” rischia di ingenerare molti equivoci. Cosa vuol dire? Che il Pd si scioglie e al suo posto si manifesta un indistinto magma politico ? Direi che anzi oggi c’è bisogno di un Pd che sia molto visibile, punto di riferimento e di certezze in una fase nella quale la società italiana conosce trasformazioni e crisi molto profonde. Il sistema politico conosce delle trasformazioni enormi: il centrodestra a guida berlusconiana è ormai al tramonto, al suo posto c’è una destra molto più aggressiva e radicale. Il Movimento 5Stelle è alle prese con la necessità di superare la sua identità originaria di movimento solo antagonistico ed è chiamato a fare i conti con le responsabilità di governo e la necessità di alleanze. Se guardo al centrosinistra, vedo che sono venuti meno buona parte dei partiti che avevano partecipato all’Ulivo e poi all’Unione con cui noi vincemmo le elezioni del 2006. E quindi il Pd in questo momento in Italia è l’unico punto di certezza. Naturalmente dire questo, non significa sostenere un Pd immobile o concentrato solo sulla sua funzione di governo. Tutt’altro, abbiamo bisogno di un Partito Democratico che metta in campo – e in questo la provocazione di Bertinotti è utile – un coraggioso, radicale, profondo rinnovamento culturale, programmatico, politico ed anche organizzativo.

Il “Pd davvero”, dunque, come è stato il titolo di un suo libro.
Quando io scrissi nel 2017, in occasione del decennale, Pd davvero – con riflessioni che mantengono oggi piena validità – scelsi quel titolo per sottolineare che il Pd è indispensabile, ma abbiamo bisogno che sia davvero il Pd che abbiamo pensato. Oggi è questo il salto necessario, con la consapevolezza che, a tredici anni dalla sua fondazione, le ragioni per cui demmo vita al Pd sono tutte valide e attuali. Anzi, oggi valgono anche di più.

Perché?
Noi fondammo il Pd per dar vita a una grande forza riformista che unisse le diverse culture riformiste e democratiche italiane. E questa esigenza oggi c’è ancora di più e la evoca anche Bertinotti nel suo articolo. Fondammo il Pd per dare all’Italia una guida politica e di governo che fosse in grado di modernizzare il Paese e fargli fare un salto, rimuovendo tutti gli ostacoli che avevano impedito all’Italia di crescere come altri Paesi europei. Questa esigenza dopo la crisi economica del 2008-2015, e oggi dopo le vicende Covid, è ancora più all’ordine del giorno. Fondammo il Pd perché c’era la necessità di un partito che riformasse il sistema politico e istituzionale terremotato da Tangentopoli e da tutto ciò che era seguito. Lo abbiamo fatto rinnovando i sistemi elettorali e con la riforma del titolo V, ma poi le ulteriori riforme sono state bloccate dall’esito negativo del referendum. Tuttavia il tema non è risolto, tanto è vero che oggi stiamo discutendo di una nuova legge elettorale e di riprendere un percorso di riforme istituzionali per dare all’Italia un assetto istituzionale adeguato alla realtà di oggi. Infine, fondammo il Pd perché avvertimmo che stavano precipitando cambiamenti che avrebbero messo in discussione la sinistra e il campo progressista in tutto il mondo e in tutta Europa. Tredici anni fa, questa poteva essere una lettura avanguardistica, oggi è chiarissimo quanto fosse giusta quella intuizione: in tutto il mondo, e in particolare in Europa, vediamo che la sinistra ha conosciuto tormenti elettorali, difficoltà di radicamento sociale, perdita di egemonia anche sul piano culturale. E a tutta la sinistra e alle forze progressiste si pone il problema di una ridefinizione del proprio profilo e delle proprie politiche. Come vedi, le ragioni per cui noi demmo vita al Pd, oggi sono ancora più valide di allora. A patto di fare il Pd che abbiamo pensato, e cioè una grande forza di innovazione, che si apre alla società e chiama a raccolta le tantissime energie della società italiana che spesso non si riconoscono nell’attuale sistema politico e anche solo parzialmente nel Pd. Insomma, serve un rinnovamento culturale e politico che faccia i conti con ciò che è successo nell’ultimo decennio e con le sfide nuove che abbiamo davanti. Abbiamo conosciuto, tra il 2008 e il 2015, una crisi che ha prodotto fratture sociali molto profonde che hanno lacerato le società dei Paesi occidentali – e quindi anche dell’Italia – tra chi ha vissuto sulla propria pelle i colpi della crisi, non si è sentito difeso e ha maturato un sentimento di esclusione, e una parte di società che nonostante la crisi è riuscita a mantenere le proprie condizioni di vita e di reddito, continuando a sentirsi inclusa. Una frattura tra “esclusi” ed “inclusi” che ha colpito soprattutto l’insediamento delle forze democratiche e progressiste, come dimostra il fatto che il successo dei 5Stelle o della Lega è maturato soprattutto nelle zone a insediamento più popolare, nei settori di reddito più basso, in quei settori che hanno vissuto come esclusione le ferite della crisi. E poi è venuto Covid-19 che ha alimentato e continua ad alimentare insicurezza, inquietudine, paura, angoscia. Questi due processi – le lacerazioni e le fratture sociali prodotte dalla crisi e che non sono affatto superate, e le paure e le inquietudini di Covid-19 – impongono a un partito che ha la responsabilità di guidare il Paese la urgente necessità di mettere in campo una politica capace di ricucire quelle fratture, a partire da quelli che la crisi l’hanno vissuta in modo più dura, e che abbia la capacità di fugare le paure che oggi percorrono la società, restituendo fiducia, certezze, sicurezze, quelle che prima la crisi economica e poi il Covid hanno messo in discussione. E questo in Italia lo può fare solo il Partito Democratico. Lo stesso Bertinotti riconosce nel suo articolo che l’unica forza che può fare argine a una deriva populistica o neonazionalistica, e al tempo stesso rilanciare un progetto di guida democratica e progressista della società è il Pd. Questo è il suo ruolo, di un partito che si apre a un rapporto con le culture, le energie, le articolazioni della società, costruendo insieme a loro un cantiere di ricostruzione di un campo progressista.

“PD davvero”. È un partito di sinistra? Non è un fatto semantico, però a volte si sfuma questa idea di sinistra in un vago concetto di progressismo. Lei ha paura di usare la parola “sinistra”?
Io non ho paura affatto della parola “sinistra”. Considero il Pd un partito di sinistra, naturalmente di una sinistra che faccia i conti con il mondo di oggi. L’identità della sinistra non può essere ossificata, non è mai uguale a se stessa, perché la forza di un partito sta nell’essere in sintonia con la società che ha l’ambizione di rappresentare. E siccome viviamo in una società percorsa da giganteschi cambiamenti, trasformazioni, contraddizioni, conflitti, lacerazioni, un partito che abbia l’ambizione di esercitare un ruolo di guida deve essere in grado di mettersi in sintonia con tutto questo. Intanto, deve essere capace di leggere adeguatamente tutto quello che accade, poi di costruire una proposta che dia delle risposte a chi si interroga sul suo futuro. Abbiamo bisogno di un Pd che abbia l’ambizione originaria, cioè di un partito che nasce per cambiare le cose, per dare alla sinistra e al progressismo italiano un orizzonte più avanzato, nuovo, che faccia i conti con la società di questo secolo. Quando mi candidai a fare il segretario dei DS nel 2001, dopo la sconfitta elettorale che mise fine al ciclo di cinque anni di governo dell’Ulivo, lo feci con la parola d’ordine “o si cambia o si muore”. Una parola d’ordine che diceva che per evitare che la sconfitta segnasse la nostra fine dovevamo innovare e cambiare tutto ciò che andava cambiato. Oggi, in una situazione in cui il Pd è l’unico punto di certezza, il suo ruolo è proprio avere un grande coraggio innovativo, una grande ambizione, guidando lui questo processo. Qui non si tratta di sciogliere le righe, ma di riorganizzare un campo largo partendo dalla forza che il Pd esprime. Lo si è visto nelle elezioni amministrative e regionali di queste settimane, dove il Pd non solo è stato l’unico argine alla destra, ma ha riconquistato consenso, voti, fiducia. Quel voto dimostra che il Pd può essere il punto di riferimento di tutti quelli che non si rassegnano a una Italia ripiegata e chiusa in se stessa. Io penso che gli Stati Generali che Nicola Zingaretti proprio in queste ore ha rilanciato, possano essere l’inizio di questo percorso per mettere in campo una strategia di forte rinnovamento e di chiamata a raccolta delle tante energie della società che ci sono e che si sono espresse anche nel voto, offrendo loro un terreno di riorganizzazione. Questo è il ruolo del Pd: rilanciare la sua vocazione maggioritaria che non è mai stata pretesa di “solitudine maggioritaria”, ma invece quella di essere partito di ampio insediamento sociale e elettorale capace di promuovere la ricomposizione di un campo largo di forze democratiche, progressiste e di sinistra. Con coraggio, determinazione e ambizione.