Una lezione di politica. La offre Mario Tronti ai lettori de Il Riformista. Considerato uno dei fondatori dell’operaismo teorico degli anni Sessanta, le cui idee si trovano riassunte nel libro del 1966 Operai e capitale, Tronti ha insegnato per trent’anni all’Università di Siena Filosofia morale e poi Filosofia politica. È stato eletto in Senato nel 1992 nelle fila del Partito democratico della sinistra e nel 2013 nelle fila del Partito democratico. Dal 2004 è presidente della Fondazione CRS (Centro per la Riforma dello Stato) – Archivio Pietro Ingrao. La forza del suo pensiero è nella nettezza delle posizioni assunte e nelle argomentazioni addotte. Leggere, per credere.

La polemica politica estiva si è riscaldata sullo scandalo dei cosiddetti “furbetti del bonus”, che per giorni e giorni ha riempito paginate dei giornali, mentre in Italia e nel mondo incombe un nuovo lockdown, con tutte le drammatiche conseguenza, non solo sul piano sanitario, ma dal punto di vista delle ricadute sociali ed economiche che esso comporterebbe. Professor Tronti, a questo si è ridotto il dibattito e lo scontro politico in Italia?

Il dibattito politico in Italia offre oggi un paesaggio a dir poco desolante. Il passaggio del Covid lo ha portato, se possibile, ancora più in basso. Per alcuni mesi, la politica è stata messa in quarantena. Vietato solo parlarne, tutti uniti nella dichiarazione di guerra al virus nemico. Il chiacchiericcio politico è stato sostituito dal chiacchiericcio virologico. Ognuno a dire la sua sul passaggio epocale, dopo il quale naturalmente niente sarebbe stato come prima. Passato il picco dell’emergenza tutto è già tornato come prima. Il dibattito politico ha ripreso il suo stanco ritmo di sempre. Lo scandaletto dei “furbetti del bonus” ha trovato molto più spazio pubblico dei drammatici problemi che la serrata dell’intero paese ha provocato nel mondo del lavoro e delle imprese e quindi nella vita delle persone. La narrazione ci ha detto che questo governo ha salvato il paese dall’irruzione del virus. La realtà ci dice che l’irruzione del virus ha salvato questo governo da un fallimento annunciato. E’ senz’altro grave che qualche parlamentare si comporti squallidamente in questo modo. E il fatto ci dice due cose. Primo: quando si metterà all’ordine del giorno, appunto del dibattito, il tema di restaurare e rivedere seri canali di selezione del ceto politico, sarà sempre tardi. Questo selvaggio assalto alla diligenza dei seggi parlamentari, e rappresentativi in genere, da parte di chiunque, senza una preventiva dimostrazione di professionalità, è forse la causa maggiore dell’attuale degrado cui è stata ridotta l’idea stessa di politica. Dal tempo, oggi maledetto, in cui era il curriculum attraverso un’attività di partito a fare il merito di una candidatura, al presente dei clic nelle piattaforme e del rito delle primarie, che sono praticamente la stessa cosa, la situazione è di molto, ma di molto peggiorata. Se ne vuole prendere atto? Secondo: questa vicenda dei furbetti, è chiaro come il sole che è stata di proposito buttata lì nella campagna per il referendum sul taglio delle poltrone, come prova ultima che meno ce ne sono di quelle poltrone e meglio è per tutti. A parte che questo stesso linguaggio andrebbe censurato, nel merito, si è trattato di un grande manifesto pubblicitario a favore del si.

A settembre, oltre che in 6 Regioni, si voterà per il referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Al momento, sembra un tema che appassiona, e neanche tanto, gli addetti ai lavori. Da cosa nasce questo disinteresse e qual è, a suo avviso, la vera posta politica di questo referendum?

Bisogna chiarire a tutti e a ciascuno che questo referendum pone simbolicamente il quesito: politica o antipolitica. Ed è l’occasione per ridefinire il significato generale di questa alternativa. E’ stato già documentato tutto: il taglio di spesa pubblica è insignificante, il danno alla rappresentanza territoriale è enorme, il confronto con altri Parlamenti europei non lo giustifica, senza un contesto di riforme istituzionali rimane solo uno strappo alla lettera della Costituzione. E una legge elettorale non corregge uno strappo costituzionale. Come si può dire si a un’operazione di così smaccata demagogia populista? Di riduzione ragionevole del numero dei parlamentari se ne poteva parlare nel quadro di una revisione del nostro bicameralismo paritario. Non se ne può parlare nel senso di rivoltare il Parlamento come una scatoletta di tonno. Ce ne siamo dimenticati di chi lo ha detto e del perché lo ha detto? O il ridicolo comico è diventato un attor serio nella commedia delle alleanze? Ho già scritto che cosa ne penso di questa inqualificabile decisione del Pd di rinunciare alla sua contrarietà iniziale e non ci voglio tornare. Va bene che se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, ma questa nuova prova di infingardaggine politica mi preoccupa, perché la vedo come un ulteriore motivo di disorientamento per il popolo della sinistra, che avrebbe bisogno di una guida sicura, di un cammino lineare, dove il compromesso sta dentro una prospettiva e non dentro un altro successivo compromesso e così via, senza mai sapere dove si sta andando. L’abbinamento del referendum con le regionali è stato un altro inspiegabile cedimento. Non sta lì al posto giusto. Una così rilevante modifica costituzionale è una decisione politica che pretendeva una campagna elettorale in proprio, dove poter spiegare ragioni e contro-ragioni. E anche lì è chiara una strumentalità che fa calcolo dell’affluenza elettorale. Insomma si ha a che fare con un alleato infido, che dice una cosa oggi perché gli fa comodo, dice la cosa opposta domani perché gli fa comodo. L’esempio di questi giorni: apertura a prossime alleanze sul territorio. Invece che aprire le braccia per dire “che meraviglia”, si poteva più sobriamente dire: bene, una buona cosa, ma realizziamola subito per il prossimo appuntamento di settembre. Ci sono da tempo in campo autorevoli candidature del Pd, in decisive regioni, già ben governate, fate confluire su di loro i vostri consensi. Mi paiono considerazioni elementari. Ma l’elementarità del tutto comprensibile dei comportamenti non può esistere accanto alla confusione di idee sulla prospettiva.

Ai tempi dei social, dell’individuo digitalizzato, come si può immaginare una democrazia partecipata? Basta inventarsi una piattaforma, cliccare, e vai…Siamo condannati alla logica dell’uno vale uno?

Sbaglierò, ma continuo a ritenere che i due elettorati, Pd e 5Stelle, non sono integrabili. Anche qui posso sbagliare, ma sono convinto che il popolo perduto della sinistra sia oggi collocato per gran parte nel grande bacino dell’astensionismo. Moltissime persone, soprattutto nelle periferie d’Italia, che ci sono al sud, al centro e al nord, sfiduciate e deluse, non ripongono più la loro fiducia in quello che è stato un riferimento tradizionale. E poiché sono persone serie non cambiano bandiera, perché non si fanno abbindolare dalla demagogia populista. Invece la gran parte di quello che è sempre stato un astensionismo qualunquista è stato richiamato al voto dall’offerta grillina e ha ingrossato quel consenso perché ha ritrovato lì finalmente rappresentato il proprio umore soprattutto antipolitico. Non voteranno mai l’offerta del Pd, non tanto in quanto sa di sinistra, ma semplicemente in quanto sa di politica. Poi certo c’è nel voto 5Stelle una componente di protesta e di rabbia contro lo stato di cose esistente ed è quella che va recuperata, ma non specchiandola, piuttosto motivandola e orientandola. Finché in Italia – e non solo in Italia, perché è il problema dell’Europa di oggi – non nascerà una forza politica autenticamente popolare, non c’è speranza di battere né la destra sovranista né quel falso populismo che si dice non di destra e non di sinistra. L’anomalia italiana ci ha presentato quest’ultimo fenomeno in proporzioni non esistenti in altri paesi. Direi che diventa preliminare sgombrare il campo di questo fenomeno, se si vuole passare alla battaglia vera, con del tutto aperto l’obiettivo di sconfiggere sul campo questa che è senz’altro una nuova destra. Una grande forza popolare dichiaratamente di nuova sinistra non abbiamo idea di quante energie potrebbe richiamare alla mobilitazione per un disegno strategico di questo tipo. Non mancano le idee, manca una cultura politica alternativa per sistemarle e al momento mancano gli uomini e le donne di nuova generazione per praticarle. Possono rinascere culture e pratiche nuove solo se si mette in campo la scommessa di una rottura di continuità: saper muoversi nel presente sapendo guardare lontano, sia nel passato sia nel futuro.

In una recente lettera a La Stampa, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha giustificato le intese con i 5 Stelle sostenendo che “non è in gioco soltanto un’alleanza di governo ma la tenuta della nazione”.

Questa l’ho già sentita. Quando si vuole giustificare l’ingiustificabile, si fa ricorso a una necessità superiore. Del resto, il partito della nazione è una vecchia tentazione, mai dichiarata apertamente ma professata interiormente. Ricordo che, in tempi relativamente recenti, il nostro Reichlin – quanto ci mancano queste personalità! – evocò questa formula e il Pd della fase la interpretò a modo suo, come il partito di tutti, il partito generale variante del partito personale. Ma Alfredo aveva in mente la strategica prospettiva togliattiana del partito nazionale, radicato nella storia del paese e attivamente presente in tutte le pieghe della società, e che rappresentando la propria parte, combattendo per essa, faceva l’interesse generale. Finezze non alla portata delle attuali dirigenze. Il problema del Pd è ancora quello di diventare un partito. E’ nato con l’idea di non diventarlo mai e quindi per essere più produttivamente una coalizione elettorale. Così si andava al governo: programma massimo. Ma tutti i governi di tutte le coalizioni che ha frequentato hanno dimostrato che non c’è vero governo nel paese formale senza un partito nel paese reale. E vero governo vuol dire per noi non governo di gestione ma governo di trasformazione.