«Ma se il virus, come lei dice ministro, circola ancora nel paese, perché dobbiamo correre dei rischi e andare a votare per il referendum?». La domanda del senatore Pagano (Fi) cade in un’aula distratta e già pronta alle vacanze. Il ministro della Salute Roberto Speranza va oltre anche perché sta per scoppiare il caso dei verbali del Comitato tecnico scientifico che prima del lockdown il 9 marzo raccomandò «chiusure differenziate a seconda del livello di contagio». Alla questione posta da Pagano, fa da contraltare un dubbio sempre più insistente tra i banchi del Pd: il 20 settembre dire No al taglio dei parlamentari. Col senno di poi è stata una concessione al populismo visto che il risparmio reale sarà di 57 milioni. E il costo per la democrazia rischia invece di essere altissimo.

Il Parlamento va in ferie tutto agosto e si lascia dietro un paio di tormentoni: legge elettorale, quale e perché in relazione al referendum che il 20 settembre taglierà definitivamente un terzo dei parlamentari (da 900 a 645); rimpasto di governo, come, soprattutto quando e perché, chiarisce una fonte dem «se parliamo del dopo-regionali il tema non sarà quale rimpasto ma quale governo». Nonostante il consenso stellare, in Parlamento c’è ancora chi lavora – anche nel Pd – per sostituire Conte alla guida dell’esecutivo. L’agenda, in realtà, avrebbe altro in evidenza: quale visione strategico-industriale dovrà sovrintendere il Recovery plan che il 15 ottobre dovrà ottenere il via libera dell’Europa e l’accesso ai 209 miliardi del Recovery fund. Questioni più urgenti e sostanziose. Il problema è che anche il nostro assetto costituzionale lo è. Si parla della forma e della sostanza della democrazia perché ridurre di un terzo gli eletti interessa direttamente il tema della rappresentanza. Se poi il sistema di legge elettorale resta maggioritario, la distorsione è totale. E assai pericolosa.

Ora che ne se parla, quasi alla vigilia del voto, nel Pd serpeggia un certo imbarazzo. Il taglio dei parlamentari è una di quelle bandiere grilline che gronda populismo e ha sempre messo insieme le destre più propense a semplificare i “noiosi e perditempo” riti democratici. Il Pd non è mai stato d’accordo. Fino al Conte 2 quando Di Maio, mancava ancora il quarto ed ultimo passaggio parlamentare, lo mise tra le bandiere irrinunciabili. Il ragionamento nel Pd all’epoca fu, era ottobre 2019, “vendiamo l’anima ma salviamo il Paese”. E il taglio dei parlamentari passò con una maggioranza bulgara. Contrario solo uno sparuto drappello trasversale, Nannicini (Pd), qualcuno di Forza Italia, Emma Bonino e gli altri di +Europa che avvisarono subito dei rischi. Italia viva era appena nata nel ruolo di controllore progressista di una maggioranza impensabile con i 5 Stelle (che Renzi aveva fatto nascere per salvare il Paese).

«Sia chiaro che voto sì oggi ma voterò no al referendum» mise in chiaro il renziano Roberto Giachetti. Oggi il fronte del “No” annovera anche una decina di ex grillini. E il gruppo dei dubbiosi si allarga tra le fila del Pd, parlamentari ed intellettuali. Ci sono i Giovani Turchi, qualche big di Base Riformista, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. «Quel voto è stato un impeto autolesionistico» ha detto Gori, «si mette a rischio la democrazia per risparmiare 57 milioni». L’ok della segreteria dem allora arrivò solo nell’ambito di un accordo quadro per cui il taglio dei parlamentari (che è riforma costituzionale) deve andare di pari passo ad alcuni correttivi: l’equiparazione dell’elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato; l’eliminazione del principio della base regionale per il Senato e la nuova legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%. I correttivi, era il patto, dovevano essere approvati almeno in un ramo del Parlamento in coincidenza con il referendum.

Il problema è che il patto non viene rispettato mentre la data del Referendum è fissata. Tra il silenzio di un’informazione che non sta informando. Ci sono problemi sul tipo di legge elettorale. Italia Viva si è sfilata dal proporzionale tornando al maggioritario, un prendere tempo, si dice, per vedere di allargare la maggioranza a Forza Italia. Che però fatica a trovare un baricentro e una direzione. Figuriamoci la legge elettorale: Salvini e Meloni vogliono il maggioritario, gli azzurri temono di essere fagocitati a destra. Per sempre. E allora occhieggiano al proporzionale. Ma il tempo della scelta non sembra essere adesso. I 5 Stelle, nonostante gli impegni di Di Maio, fanno il pesce in barile. Il segretario dem Zingaretti ha lanciato da settimane, con Franceschini, la campagna d’agosto.

«Senza legge elettorale proporzionale c’è un pericolo democratico» ha detto. Sulla stessa linea lo stratega Goffredo Bettini e il capogruppo alla Camera Graziano Delrio. Il Giovane turco Verducci ha sdoganato il No: «Senza legge elettorale i patti non sono rispettati e voteremo No». S’invoca, qua e là, la libertà di coscienza. In realtà anche la legge elettorale è un pannicello caldo: il taglio dei parlamentari è una riforma costituzionale, complicato cambiarla; una legge elettorale si cambia quando si vuole. Dunque, quel patto è nato come minimo sbilanciato. Il capodelegazione Franceschini invita a ragionare sul fatto che “dal primo al 20 settembre la Camera ha il tempo di aggiustare questa cosa secondo gli accordi presi”. In caso contrario è chiaro che i primi a rischiare sono Conte e il suo governo. Ecco perché prima ancora del rimpasto, eventuale, il tormentone dell’estate saranno il referendum e la legge elettorale. E quei verbali del Cts tenuti nascosti. Proprio quello che serviva alle destre.