«Tutto dipende da quello che succede nel Movimento, bisogna guardare lì, vedere se si spacca o meno, per capire se, come e per quanto sopravviverà il Conte 2…». Alle sei del pomeriggio il deputato di Forza Italia attraversa piazza Colonna mentre i ministri raggiungono palazzo Chigi per il via libera al decreto Rilancio, la cartina di tornasole della capacità dell’esecutivo di tirare fuori il Paese dalla depressione economica e sociale provocata dalla pandemia.
L’osservazione metodica degli umori del Movimento che detiene la maggioranza dei parlamentari eletti (circa 290 al netto di espulsioni e addii contro i 318 iniziali) è da tempo oggetto di analisi di osservatori e politici. Ma se in questi dieci mesi sono emerse soprattutto sfumature più o meno accentuate, la gestione del decreto Rilancio, data anche la potenza economica del provvedimento (55 miliardi per liberarne 120), è il primo vero test sulla tenuta delle bandierine ideologiche dei 5 Stelle.

Il Movimento esce da questo lunga trattativa ammaccato perché ha preso due o tre “schiaffi” su regolarizzazioni di lavoratori in nero e migranti, reddito di emergenza e taglio dell’Irap. È stretto nell’angolo tra il caso Bonafede la cui mozione di sfiducia per la pessima gestione delle carceri sarà discussa e votata il 20 maggio al Senato e la votazione sul Mes, i 37 miliardi del Fondo di garanzia che i grillini insistono nel dire di non voler accettare. Così che ieri sera risultava un po’ sopra le righe il comunicato finale del capo politico Vito Crimi quando ha rivendicato «la misura per i lavoratori stagionali, colf e badanti che è diventata finalmente soddisfacente e condivisibile: non si fanno sconti o regali a chi non li merita». In realtà Crimi non la voleva proprio per non lasciare campo alle destre e l’ha, alla fine, subìta. Ha rivendicato il Reddito di emergenza che è presente nel decreto ma si tratta di una misura una tantum, in due tranche, per un massimo di 400 euro ciascuna, ben lontana insomma da quella misura universale vagheggiata prima da Gian Roberto Casaleggio e di recente da Beppe Grillo.

«Il decreto Rilancio – ha detto Crimi – è un provvedimento senza precedenti in favore di imprese, lavoratori, famiglie e che prevede anche risorse ingenti per la sanità e la scuola». Poi la tirata finale: «Il Movimento 5 Stelle sta dando con responsabilità un contributo fondamentale al Paese in questa fase così difficile e importante. Tutto il resto non ci interessa: la missione alla quale siamo chiamati spazza via qualunque rumore di sottofondo». Una retorica che va a sbattere con gli umori dei parlamentari raccolti tra il cortile e il Transatlantico e così sintetizzabili: «Conte non rischia anche se è sempre più autonomo. Il problema è che ci stiamo schiacciando sotto Renzi e il Pd». “Schiacciati” forse è eccessivo. M5s sembra però aver perso la goldenshare del governo.

Il decreto, 464 pagine per 268 articoli, sembra essere alla fine un buon bilanciamento tra aiuti a lavoratori e famiglie e aiuti anche a chi fa impresa e crea posti di lavoro. Tra l’assistenzialismo, padre del reddito di cittadinanza, e la richiesta di investimenti per le aziende che il n.1 di Confindustria Bonomi ha messo sul tavolo nei giorni scorsi. Del vagheggiato Reddito di emergenza è rimasta una misura una tantum, due rate da 400 euro, nulla a che vedere con il reddito gemello e parallelo al Reddito di cittadinanza.  Un altro vessillo abbattuto, e inimmaginabile fino a due settimane fa, è che il percettore del Reddito di cittadinanza dovrà accettare di andare a lavorare nei campi dove manca manodopera, almeno 250mila braccianti. «Per far fronte alle richieste di manodopera in agricoltura – ha spiegato ieri sera la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che del Reddito di cittadinanza fu la “mamma” – io stessa ho inserito una norma che consentirà ai percettori di Reddito di cittadinanza, Naspi e altri ammortizzatori sociali di accettare una proposta di lavoro senza perdere il diritto al beneficio».

All’inizio era stata una provocazione della Lega a cui il Movimento disse subito no. Cambiare idea è segno di intelligenza. Il passo indietro più feroce è stato quello sul capitolo regolamentazioni di lavoratori a nero e immigrati. Di Maio, Crimi e i fedelissimi, già al governo con la Lega, non ne volevano sapere di dover sopportare la propaganda leghista sulla sanatoria per gli immigrati. Due ministre, Bellanova (Iv) che ne ha fatto una questione di etica e dignità – stop allo sfruttamento – e Luciana Lamorgese titolare del Viminale che ne ha fatto una questione di sicurezza, hanno lavorato per settimane a uno schema con doppio binario per i lavoratori a nero e italiani (possono essere regolarizzati con una tantum da 400 euro purché il datore di lavoro non abbia precedenti) e per gli stranieri (permesso di soggiorno a chi ha già avuto un lavoro in Italia, è qui da prima dell’8 marzo). Si parla di circa 600 mila regolarizzazioni. È lo schema già approvato domenica sera, approfondito per evitare condoni previdenziali, su cui Crimi ha ingaggiato una battaglia di 48 ore.

Inutile. Peggio, dannosa. Come un pugile un po’ suonato, ora il Movimento guarda con preoccupazione a due scadenze d’aula: la mozione contro Bonafede (20 maggio) anche se Pd e Iv assicurano l’appoggio totale; il dibattito, con voto finale, sul Mes previsto tra fine maggio e primi di giugno. Se l’Italia dovesse alzare un po’ la testa, diventa tutto più facile. In caso contrario, c’è già chi evoca il 7 agosto 2019 e il voto sulla Tav al Senato. La vigilia della crisi di governo.