Covid-19 ha fatto emergere l’importanza di medici, infermieri e di tutti i lavoratori del sistema sanitario che hanno dato anche la vita per salvare migliaia di persone, lavorando senza sosta. Purtroppo, in una fase in cui il Sindacato si è battuto per la tutela della vita e della salute dei cittadini, si è mantenuta viva la piaga del lavoro nero, fatto di fatica e semiclandestinità, che vede protagonisti tantissimi lavoratori, soprattutto migranti, senza nessun criterio di sicurezza e senza diritto alcuno.

Per questo, come dice anche la Cisl, è sbagliato dividersi sul tema della regolarizzazione per fare emergere il lavoro in nero. Il dibattito intorno alla regolarizzazione dei migranti non deve limitarsi alla polarizzazione tra favorevoli e contrari perché in gioco c’è molto di più, c’è la nostra civiltà. Questa maledetta pandemia ci ha insegnato che nessuno si salva da solo. La regolarizzazione di queste persone invisibili, sfruttate e prive di tutele, ma tanto importanti per la nostra economia, è responsabilità di tutti noi. Regolarizzarli significa anche togliere queste persone dalla morsa del ricatto della malavita organizzata e ristabilire un maggiore controllo del territorio insieme ad una maggiore tutela della salute collettiva. Significherebbe dare un’altra spallata alla criminalità dopo la Legge sul caporalato, voluta fortemente da Cgil, Cisl e Uil nel 2016.

Stiamo parlando di oltre 600 mila immigrati non regolari, che lavorano con turni massacranti regalando manodopera a basso costo a imprenditori senza scrupoli spesso legati alle organizzazioni malavitose. E questo succede nelle campagne del Sud del Paese, come al Nord piuttosto che nella Pianura Padana. Volendo fare solo un calcolo economico, regolarizzandone poco più della metà significherebbe incassare 405 milioni di Irpef, che oggi viene evasa, e 804 milioni di contributi previdenziali, sottratti quotidianamente alle casse INPS. Una procedura win win dunque, che contribuirebbe a spalancare le porte di una vita dignitosa a queste persone e a rafforzare i conti dello Stato con cui realizzare migliore assistenza sociale alleggerendo tutti, in particolare le giovani generazioni, dal fardello del debito pubblico.

La discussione sulle persone invisibili, sulla regolarizzazione degli immigrati, va fatta perché ha risvolti sia economici che di civiltà. Le forze politiche devono dire se sono contro il lavoro nero e contro le mafie. Perché, alle dichiarazioni devono sempre seguire i fatti altrimenti si scade nella bassa propaganda che finisce, sempre, per fiaccare i più deboli. Oggi la proposta di alcune forze politiche, nel dibattito sulle regolarizzazioni, è la concessione di un permesso temporaneo di durata pari a tre mesi. Una proposta non risolutiva che rappresenta solo un pannicello caldo sulla coscienza collettiva che serve a poco.

Se ci stanno a cuore la dignità delle persone e la legalità, va avviato un percorso di regolarizzazione  di tutte quelle persone che abitano le nostre città, periferie e campagne, i figli dei quali, spesso, giocano con i nostri bambini, fornendo loro uno strumento fondamentale: un documento regolare, per potersi riscattare ed emergere dall’illegalità, che dia loro la forza per dire no alle organizzazioni che sfruttano la manodopera non regolare, sia per il lavoro che per scopi criminali, facendo leva sulla disperazione delle persone. Un modo per fare uscire tutti dall’anonimato sanitario, dando a ognuno la possibilità di accedere al servizio sanitario, questione urgente soprattutto nell’emergenza da covid-19 dove il diritto di cura diventa un fatto di responsabilità collettiva. Significa, in definitiva, far vincere lo Stato che tornerebbe a ripristinare un forte, e democratico, controllo sul territorio nazionale. Questo deve essere l’obiettivo della regolarizzazione. Questo è ciò che ci aspettiamo da ogni intervento politico, che sappia mettere al centro le persone, la loro dignità, a prescindere dal colore della pelle, dal credo, dalla provenienza, prendendo lezione da questo virus maledetto che ci sta insegnando che siamo tutti uguali. Certo questo non è sufficiente per indebolire e prevalere sulle organizzazioni malavitose. Serve ripristinare una cultura di legalità partendo con un intenso lavoro di controllo e monitoraggio sul territorio.

La fantastica realtà della N.C.O. – Nuova Cooperazione Organizzata – la rete di cooperative che ha riscattato dalla camorra il casertano, ci ha insegnato che dal prendersi cura delle persone, soprattutto le più fragili, si può generare una comunità fatta di relazioni umane vere e profonde su cui fondare convivenza,  economia civile e lavoro regolare. La palude della malavita viene quindi bonificata da questa rete di relazioni, di economica civile e di controllo del territorio. Abbiamo bisogno di ripristinare un senso civico collettivo che ci faccia fare passi in avanti, come cittadini, sul terreno dell’umanità e della giustizia. Non scordiamoci che questi fratelli sono già parte della nostra quotidianità, sono quelli che badano ai nostri anziani o che raccolgono la frutta che mangiamo. Ogni cambiamento presuppone la forza, la voglia e la capacità di schierarsi. Girarsi dall’altra parte, su questa partita di civiltà, vuol dire fare un favore alla criminalità organizzata, a chi tuttora sfrutta e calpesta la dignità di queste persone, facendo un danno all’Italia anche in termini economici e produttivi, oltre a castrare le possibilità di avanzamento culturale e civile. Esattamente come scrisse John Fitzgerald Kennedy nel 1958 in A nation of immigrants, anche il nostro è un Paese figlio di incroci migratori e sarà sempre più così. Starà a noi scegliere se ostacolare questo processo, chiudendo i confini in una roccaforte sovranista, che è nemica anche del lavoro visto che l’Italia ha una trazione esportatrice, oppure se favorirlo facendolo diventare una straordinaria opportunità di crescita collettiva dal punto di vista economico, sociale, civile e demografico.

*Aziz Sadid, responsabile nazionale immigrati Fim Cisl