È tempo di raccolto per le aziende agricole. Il che si traduce, in Campania, in un’occasione di lavoro per almeno 30mila operai. Sono soprattutto lavoratori stagionali, un terzo dei quali arrivano dalla Romania, Polonia, Grecia o dall’Africa. Molti fanno parte di quei migranti che la politica usa come argomento per rimarcare fratture. È delle scorse ore la notizia di uno scontro nel governo tanto da spingere la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova a minacciare le dimissioni (“Non sto a fare tappezzeria”) in relazione a un tema delicato come la regolarizzazione dei migranti. È la sua proposta e Lega e Cinque Stelle si oppongono. Ed è un tema che ha effetti su un comparto strategico per l’economia locale e non solo.

Interessa anche il mondo del lavoro, quello sommerso, quello che in Campania rappresenta il 60% dei lavoratori, il 10% del pil regionale, in un contesto dove ci sono 12mila aziende agricole che ogni anno assumono operai stagionali. E in più con una peculiarità: quella agricola è una filiera saldamente vincolata al corso della natura, che non può permettersi di aspettare i tempi di burocrazia complessa o beghe politiche. Nei giorni scorsi gli imprenditori del settore agricolo avevano già lanciato l’allarme: il 40% di frutta e verdura rischia di marcire nei campi se non si assumono braccianti. La pandemia da Covid-19 ci ha messo il carico, con il lockdown e tutte le difficoltà e le incertezze economiche che ne sono derivate, sicché per la filiera agricola la fase 2 appare non solo come una corsa a ostacoli, ma anche come una corsa contro il tempo.

I titolari delle aziende agricole vedono con favore la proposta della ministra ma al governo chiedono incentivi e misure di sostegno per non dover affrontare da soli i costi della stabilizzazione della manodopera che, tra contributi e voci varie, rischierebbe di far lievitare le spese al punto da rendere addirittura più conveniente lasciar marcire i frutti sugli alberi. E questo non lo vuole nessuno: non il commercio che mira a risollevarsi dopo la crisi, non le aziende né i lavoratori. E allora come fare? Per Coldiretti va bene la proroga fino al 31 dicembre dei permessi di soggiorno per i lavoratori stagionali stranieri, ma occorre intervenire sui voucher agricoli per semplificarli.

La posizione dell’associazione, che a livello nazionale è presieduta da Ettore Prandini e in Campania da Gennaro Masiello, è chiara: “Con il blocco delle frontiere sono venuti a mancare circa 200mila lavoratori stranieri che arrivavano in Italia per la stagione di raccolta per poi tornare nel proprio Paese. Per non far marcire i raccolti nelle campagne e garantire le forniture alimentari alla popolazione è necessario agevolare il ritorno temporaneo dei lavoratori attraverso corridoi verdi come hanno già fatto Gran Bretagna e Germania con la Romania”. Tuttavia l’idea è di ampliare la platea dei lavoratori senza limitarsi ai soli stranieri.

Per gli imprenditori agricoli, infatti, “è importante aprire il mercato alle opportunità di lavoro per gli italiani che rischiano il duro impatto occupazionale della crisi economica da Coronavirus. Per questo è necessaria subito una radicale semplificazione del voucher agricolo che possa consentire limitatamente al periodo di emergenza, da parte dei beneficiari di ammortizzatori sociali ma anche di studenti e pensionati italiani, lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università, attività economiche e aziende sono chiuse e molti lavoratori in cassa integrazione potrebbero trovare un’occasione di reddito proprio nelle attività di raccolta nelle campagne”. Per Coldiretti questo sarebbe “l’unico strumento per affrontare realisticamente in tempi rapidi una situazione che si sta facendo drammatica, con il calendario delle raccolte che si intensifica con l’avanzare della primavera”.