Chapeau bas a quei cittadini coraggiosi che tempo fa hanno costituito il comitato per il No al referendum. Lo hanno fatto in un deserto politico, tra i dissensi taciuti e quelli aperti e tra le incredulità dei più. Hanno resistito all’aria del tempo che era ed è quella del realismo politico, fedeli al motto: On s’engage et puis on voit (“Prima bisogna impegnarsi, poi si vedrà”). Qualcosa ora si può già intravedere, la critica alla legge del taglio dei parlamentari, palesemente un altro colpo di maglio al già cadente edificio della democrazia rappresentativa in Italia, increspa le opache acque della politica. È assai probabile che la loro composizione mortuaria inglobi ancora in sé anche queste increspature, ma la vicenda ci incoraggia a non escludere mai nulla. Quando quei meritori cittadini diedero vita al comitato per il No, non solo la partita sembrava dall’esito già scontato, ma appariva come neppure praticabile, pura testimonianza insomma. Se qualcosa accade, lo si deve però, anche in questo caso, a un moto che ha preso corpo fuori dal campo della politica istituzionale e delle sue forze politiche e che è stata promossa da una resistenza, se si vuole, da una riscoperta di una battaglia sui principi.

Ma qualcosa ci dice questa vicenda anche dell’estrema povertà delle forze politiche in campo e della loro reale inconsistenza. In particolare, ci parla del Pd. Il Pd è il partito del riformismo reale nel nostro Paese. Fagocitato dal governismo, si è ridotto a null’altro che alla sua fisicità. Sta al governo e questo basta a definirlo. Ci sta per adattarsi alle situazioni, lo chiamano “pragmatismo”. È la riduzione drammatica della politica ad amministrazione, la riduzione all’intendenza che, secondo il generale de Gaulle, doveva solo seguire la politica. In realtà, ora e qui, l’ha fagocitata. Il referendum ne rivela il fallimento anche sul terreno più istituzionale. Il terreno della democrazia rappresentativa e dei diritti avrebbe dovuto essere il suo, il terreno del Pd. Augusto Del Noce, pensando di essere pessimista, ne aveva previsto l’esito con la fine del Partito operaio. Lasciato l’ancoraggio di classe, diceva, il partito diventerà un “partito radicale di massa”. Invece no. Né di massa (intesa come popolo partecipante), né radicale (inteso come paladino dei dritti della persona e di una vivente democrazia rappresentativa). Resta solo l’abbandono dell’istanza classista, quella della giustizia sociale, con l’oscuramento del grande tema della lotta alla diseguaglianza, sino all’inverosimile.

Oggi i suoi esperti e intellettuali di riferimento, e persino il governo, si preoccupano del temporaneo blocco dei licenziamenti, mentre un quarto delle imprese ha fatto ricorso alla Cassa integrazione guadagni, prendendo soldi pubblici senza averne diritto. Ma questo furto imprenditoriale, questo “furto d’impresa”, ci parla non solo dell’oggi, ma di una lunga storia della sinistra. Qui siamo solo alle battute finali senza storia. Ma non dovevano allora essere i diritti a segnare la nuova frontiera del Pd e del riformismo? Questa prova di governo è risultata devastante. Altro che ius soli! Le culture emergenzialiste guidano la nuova frontiera della governabilità. Del resto, come è stato scritto autorevolmente proprio dall’interno del campo liberale, «la crisi della rappresentanza si accompagna al dilagare dell’idea della possibile identificazione tra governo e opinione pubblica». Non è proprio la fine della democrazia rappresentativa tutto questo? Garanzie personali e garantismo vengono quotidianamente sostituiti dalle culture della sicurezza e dell’ordine.

Salvini, nel gioco della coppia amico-nemico, era ed è il nemico. Ma l’eredità non rigettata delle sue leggi sfigura, bensì ora insieme connota di sé, il Partito democratico, il partito del riformismo reale. È stato scritto, non certo dai suoi avversari e autorevolmente: «Nessuna discontinuità sul capitolo più doloroso e vergognoso del governo Conte I, quello che richiedeva il massimo di distanza dalla maggioranza precedente. Nessuna discontinuità si è registrata». Il governo è il nuovo signore, sua la potestà, sua la legge. La cultura politica non è più una costruzione autonoma del soggetto politico, ma è diventata la derivata delle prassi del governo, di questo governo, come di un altro che ne dovesse prendere il posto. Lì, proprio lì, sta il nocciolo duro della sua irriformabilità, dell’irriformabilità del Pd. Di fronte a questo esito disastroso, da più parti, in un’area che possiamo chiamare liberale, e che è stata ed è vocata a esercitare un’influenza sul percorso del soggetto riformista, si manifestano ormai prese di posizione molto critiche nei suoi confronti, nei confronti delle sue politiche, delle sue prassi, della sua organizzazione e dei suoi dirigenti.

Si tratta di intellettuali di area, di giornalisti e di studiosi che un tempo avremmo chiamato, in nome di una tradizione ancora viva, liberalsocialista, e che ora, possiamo chiamare in senso lato, liberale. Essi, mi pare, propugnino un nuovo riformismo (radicale?) versus il riformismo reale, che abbiamo dinanzi. Non si può ignorare la qualità di queste critiche. La coppia l’ha riassunta bene Marco Damilano, che dirige un Espresso sistematicamente impegnato su questa frontiera. «Oggi il riformismo può essere il pragmatismo fine a se stesso: essere al governo per non essere nulla o adattarsi alle situazioni come la forma dell’acqua di Andrea Camilleri, modello Conte. Oppure il riformismo può raccogliere l’opportunità rappresentata dalla tragedia della pandemia per riscrivere un’agenda su una tavola dei valori all’altezza del nuovo secolo, che ormai ha già percorso un quinto del suo cammino». Sarebbe forse questa la nobilitazione dell’esito che Del Noce considerava così negativamente? Il tentativo va seguito con attenzione, ma senza omettere di indicarne il punto critico, anzi i due punti critici. Il primo ce lo fa leggere indirettamente lo stesso Cacciari: «Il processo di globalizzazione è tutto capitalistico e niente affatto borghese».

Anche da qui la crisi di fondo della democrazia rappresentativa. Ma allora, se è così, come si può fondare un soggetto politico all’altezza della sfida, senza costruire una nuova critica radicale al capitalismo e senza prospettarne il superamento? E, secondo, ma principale, con quale popolo, con quale composizione di classe deve costituirsi questo nuovo soggetto? Le terze vie non hanno mai trovato, fino ad ora, né l’uno, né l’altra. Chiedo scusa alla nostra testata, ma forse è proprio il riformismo ad essere stato messo fuori gioco da questo capitalismo.

Impresentabile il riformismo reale, ma temo senza possibilità di affrontare con efficacia la questione dei rapporti sociali, dei rapporti di forza, il riformismo immaginato. Il tema della forza, non del potere, ma proprio della forza, non è possibile che rimanga senza risposta nell’impresa difficile della costruzione di una soggettività politica e sociale all’altezza della sfida. E allora può essere che non il governo, ma l’opposizione, un’opposizione non episodica, ma di fase sia la cornice necessaria alla ricerca della soluzione del problema. In ogni caso, certamente saranno i conflitti e le nuove forme di autonoma organizzazione sociale le levatrici della riconquista di un’autonomia della politica. Forse una critica pratica alla critica teorica del riformismo reale.