Matteo Orfini, leader dei Giovani Turchi, area della sinistra Pd nata ai tempi di Massimo D’Alema, non è più presidente del Pd ma il suo successore a quell’incarico, Paolo Gentiloni, ha congelato il ruolo che il futuro congresso dovrà riassegnare. Deputato per la seconda volta, non manca di sottolineare con voce critica il pericolo che la strategia sinergica del suo partito con il M5S lo finisca per snaturare completamente.

Conte torna trionfatore dall’Europa. Lunga vita al governo, anche per lei?
Non possiamo che essere felici del successo europeo. Non risolve tutti i problemi ma aiuta, è un ulteriore passo avanti, poi bisognerà conquistare questo sostegno pezzo dopo pezzo. Ma l’Europa dimostra di essere parte della soluzione e non parte del problema. È soprattutto una sconfitta per chi ha teorizzato per anni la necessità di uscirne.

Adesso c’è il problema delle riforme strutturali richieste. Bisogna rimettere mano alle pensioni?
Io credo che bisogna avere una visione di come portare il Paese fuori dalla crisi e di come riformarlo, che è quella che è mancata nella gestione emergenziale. Noi abbiamo affrontato questa crisi con bonus e sussidi ma senza misure che cambiassero radicalmente il modo di essere del Paese e aggredissero i problemi. Questo significa pensare a un Paese più moderno, più giusto, in cui si affrontano quei nodi, anche correggendo alcuni errori del passato.

Errori come, per esempio?
Quota 100 è stato un errore. Aver completamente sottovalutato la sofferenza del lavoro autonomo è stato un errore. Un governo che dice che “i lavoratori autonomi non soffrono più degli altri lavoratori” non ha capito il malessere che c’è nel Paese. E le fasce più deboli sono quelle che hanno patito di più questa crisi. Avere una visione diversa del Paese significa anche rimettere mano al tema delle disuguaglianze: penso a un piano di edilizia residenziale pubblica e a una riforma fiscale: è ancora accettabile, per il nostro Paese, avere un sistema di tassazione che grava totalmente sui redditi e non ha alcuna forma di tassazione dei patrimoni? Si può discutere di un riequilibrio o è sempre considerata una bestemmia?

Evoca una patrimoniale?
Evoco una europeizzazione del sistema fiscale. In tutta Europa i patrimoni sono tassati, solo in Italia la fiscalità si concentra sui redditi. Creando un fattore di disuguaglianza.

Scuola e sanità esigono soldi subito, non nel 2021.
Penso che non utilizzare il Mes sulle emergenze scolastica e sanitaria sia uno spreco. Se si facesse lo sforzo di parlare con i medici di base, che sono quelli che hanno affrontato la fase più difficile della crisi, scopriremmo quanto c’è bisogno di risorse, che noi potenzialmente abbiamo da un mese, con la disponibilità del Mes. E non le stiamo utilizzando per un capriccio ideologico.

La scuola non sembra una priorità, arriva sempre per ultima.
Vedo una enorme fatica da parte del Ministero ad affrontare gli enormi nodi che ci sono. Sono molto preoccupato. Vedo errori enormi che oggi paghiamo, come quello di non aver voluto stabilizzare i precari, con la conseguenza di trovarci a corto di personale scolastico. Su questo serve un salto di qualità, non basta avere più risorse. Serve una consapevolezza, o c’è il rischio che la scuola non riapra in tutta sicurezza.

Molto preoccupato anche per l’autunno che si prospetta caldo?
Credo che la tensione sociale crescerà se noi non la affrontiamo. La sento palpabile, se si passa qualche giornata nelle periferie la sofferenza e la rabbia le si vedono montare di giorno in giorno. E paradossalmente i successi straordinari che otteniamo in Europa, ma che si vedranno solo nel tempo, alzano l’asticella delle attese nella gente.

Salvini sconta i limiti del sovranismo, sottolinea i problemi senza dare soluzioni, e soffre il successo europeo del Governo. Rimane lui l’avversario da battere?
Rimane la destra. Salvini e la Meloni sono complementari per certi versi e ambedue pericolosi. Una destra sovranista, estremista e spregiudicata nel tentativo di aizzare la rabbia che c’è nel Paese invece che contribuire a governarla, nell’interesse nazionale. E che con l’aumentare delle tensioni rischia di essere un pericolo.

Cosa si aspetta a cambiare i decreti sicurezza?
Non va chiesto a me, ho chiesto io per primo in Parlamento di cambiarli. Leggo che c’è un accordo per cambiarli che viene rinviato a settembre. Quando si dice “c’è un accordo”, e poi “ma si decide a settembre”, la notizia non è che c’è un accordo ma che lo si rinvia a settembre.

Mentre parliamo c’è uno scafo con 120 persone alla deriva, ma la notizia ormai non desta interesse.
Come non fa più notizia che noi abbiamo un decreto vigente sulla chiusura dei porti fatto da questo governo, non da Salvini. Un decreto firmato dalla vice segretaria del Pd, la ministra Paola De Micheli. E non fa più notizia che noi stiamo operando respingimenti illegali per interposta guardia costiera, in assoluta continuità con il governo precedente.

Il Pd ha votato per rifinanziare la guardia costiera libica, contraddicendo in aula quanto deciso dall’assemblea nazionale.
Con il voto contrario di un dignitoso gruppo di nostri parlamentari. Questo verrà considerato tra qualche anno come uno dei momenti più bui della storia del nostro Paese e del Partito Democratico. Noi abbiamo deciso, rompendo la tradizione della sinistra degli anni Novanta – quando in politica estera si difendevano i diritti umani fino a scegliere di mandare gli eserciti per tutelarli – di diventare un Paese che chiede a un altro Paese, in nome di una real politik perversa, di violare i diritti umani al posto nostro, perché noi non lo possiamo fare. Di questo si tratta. Riportare i migranti nei lager non si può. Se lo facesse una nave italiana sarebbe illegale, se invece lo fa la guardia costiera libica va benissimo e anzi con una ipocrisia vergognosa: stiamo pagando un Paese per chiedergli di violare i diritti umani al posto nostro.

Conte è, come ha detto Zingaretti, un campione di progressismo?
No, non lo è. Penso sia un punto di equilibrio per questa fase. Ha appena ottenuto un risultato notevole mostrando una certa caparbietà e capacità di trattare. Ma ha una visione politica diversa dalla mia: io non mi abituerò mai all’idea che si possa governare prima con Salvini e poi con noi, è una idea della politica che non ha a che fare con i miei valori, è da inserire nel filone del trasformismo italiano. Capisco che oggi vada bene così, ma prima di trasformare chi ha promulgato i decreti sicurezza nel nostro leader del futuro, andiamoci piano.

L’abbraccio con i Cinque Stelle rischia di essere mortale?
Non si può cadere nell’equivoco di considerare M5S come una forza di centrosinistra. Questo che abbiamo oggi è il classico governo di larghe intese. Abbiamo governato anche con Berlusconi, in un’altra fase della nostra vita. E di fronte a un’altra emergenza oggi si governa con i Cinque Stelle. Attenzione a non voler risolvere le difficoltà politiche solo con le alleanze, a prescindere dai valori fondativi, i programmi, i progetti: si voleva costruire una alleanza tra tutti coloro che sono contro le destre, però così si fa fatica a convincere gli elettori, tanto che siamo bloccati sulle stesse percentuali di consenso da più di un anno. Perché non si capisce più cos’è il Pd.

La giustizia a guida populismo penale è un’altra incudine…
A onor del vero non è solo colpa dei Cinque Stelle, ma riguarda anche un pezzo della cultura della sinistra. Sappiamo quanto in questi anni è stato difficile fare battaglie garantiste. Il garantismo nasce come valore di sinistra, è la difesa dei più deboli di fronte a un potere quasi assoluto. È una di quelle cose su cui vorrei un po’ di coraggio riformista.

Sul piano locale, in vista delle elezioni, fa bene il Pd a seguire la linea Franceschini?
Dipende. In Umbria abbiamo fatto un’alleanza innaturale con i Cinque Stelle e abbiamo perso, in Emilia Romagna correndo con la coalizione classica abbiamo vinto. In alcuni posti quando si viene da una opposizione comune alla destra è più semplice. In Toscana e in Campania siamo considerati in testa perché c’è stata una esperienza di buon governo, non perché c’è stata una politica di alleanze larga. Conta il progetto e il profilo del Pd.

Non è chiaro il progetto Pd?
Se lei esce adesso per strada e chiede cosa vuole Salvini, le rispondono. Se chiede cosa vogliono i Cinque Stelle, glielo sanno dire. Se chiede cosa vuole il Pd, rispondono boh.

Perché, secondo lei?
Perché ci siamo schiacciati sull’idea di un partito della responsabilità che annulla se stesso alla ricerca della stabilità. Ma anche ricercare sempre e solo la stabilità è un errore, se alla fine si annulla se stessi. Manca nell’azione di questo governo il profilo riconoscibile di una grande forza di centrosinistra.

Un effetto naftalina?
Sì, a me piacerebbe che il Pd si battesse dentro i confini nazionali come fa in Europa. In Europa è chiaro il nostro profilo, e le nostre battaglie le vinciamo. Quando torniamo in Italia ci perdiamo. Dovremmo tornare ad aggredire le disuguaglianze. Da lì si riparte.

Giorgio Gori ha aperto la discussione sulla leadership. Esiste il tema?
Esiste un problema di linea politica che comporta una discussione di carattere congressuale, saltata per l’emergenza sanitaria. Da un lato si piega il progetto futuro a una prospettiva mai discussa in un congresso, cioè l’alleanza strategica con i Cinque Stelle, e il conseguente annullamento del profilo politico del Pd. Dall’altro si umilia il partito con un incidente come quello avvenuto sulla Libia. Una cosa enorme: votiamo in Assemblea nazionale una cosa e in Parlamento facciamo l’esatto opposto. Vuol dire che si è rotto qualcosa anche nelle regole interne. È ovvio che serve un congresso, ma adesso non lo possiamo fare. Dobbiamo vincere le regionali, affrontare un autunno complicatissimo e appena possibile, è inevitabile fare un congresso, e con quello una discussione sulla leadership.

D’Alema e Bersani potrebbero rientrare, con un contenitore nuovo.
Proposi due anni fa di resettare il Pd e rifare un grande partito della sinistra da zero, ottenendo l’unico esito di saldare Renzi e Zingaretti, che mi attaccarono. Qualche tempo fa Zingaretti è tornato su quella proposta. Lanciare una sfida a tutto il centrosinistra per una ricomposizione unitaria, al di là dei sistemi elettorali la frammentazione non aiuta nessuno.

Cambiando anche nome al Pd?
Nomina sunt consequentia rerum. Il problema vero è cosa vuoi fare.

Sente ancora D’Alema?
A dire il vero non ci parliamo da molto. Gli voglio sempre bene, anche se non ho condiviso tutte le sue scelte, come lui le mie.

I giovani turchi, col passare del tempo, sono diventati turchi di mezza età. Cosa farà Orfini da grande?
Quello che ho sempre fatto: cercare di dare un contributo politico con una visione chiara, senza pretendere posti. A volte riesco, altre volte sbaglio.

Per esempio quando disse “Grazie, Pignatone, per aver liberato Roma dalla mafia”. La mafia non c’era.
Era associazione a delinquere e non mafia, ma bene aver fatto pulizia. A Roma le mafie ci sono: clan della camorra, ‘ndrine calabresi. E in qualche quartiere periferico ci sono decine di migliaia di persone sequestrate in casa dalla malavita organizzata. Sugli Spada si inizia a fare luce adesso. Mafia capitale non era mafia, ma occhio a non sottovalutare la Roma criminale, che esiste eccome.

Pentito di aver risolto la crisi con Marino dal notaio?
È una fake news che quella crisi la abbia risolta il notaio. La risolsero i consiglieri che non andarono dal notaio e si dimisero in Campidoglio davanti al segretario comunale. E a posteriori, con tutta la difficoltà di quella scelta, forte e difficilissima, penso ancora oggi che sia stata quella più giusta da prendere in quel momento. Il Pd romano, finito il commissariamento, arrivò poi quattro punti sopra la media nazionale, e a Roma siamo tornati ad essere primo partito.

Chi vede come candidato in Campidoglio?
Ho promesso, finito il ruolo di commissario, di rimanere fuori da questa scelta. Abbiamo un segretario nazionale che è di Roma, la scelta deve essere sua. Ma gli suggerirei di fare presto.