«Visto che sono accusato di voler sciogliere il partito, congelarci era una delle misure messe in campo». Scherza così, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, intervenendo al seminario in corso all’abbazia di Contigliano (Rieti). Ironizza sul freddo nella sede dell’incontro ma c’è chi vi legge la volontà di frenare sul cambio di pelle del partito. Su Facebook una militante Dem, Habiba Manaa, ironizza a modo suo: «Ma che siamo andati a fare in convento? Cerchiamo il miracolo?». A nessuno dei partecipanti, tutto sommato, dispiacerebbe. Soprattutto quando, a raggelare ulteriormente l’atmosfera, arriva pure il sondaggio calabrese realizzato da Antonio Noto. Senza mezzi termini: il centrodestra in Calabria travolgerebbe il Partito Democratico. Vincerebbe Jole Santelli e la distanza tra centrodestra e centrosinistra sarebbe di circa venti punti, senza tener conto dell’ormai marginale Movimento Cinque Stelle.

I dati diffusi da Antonio Noto sono un campanello d’allarme per l’imprenditore del tonno Pippo Callipo, appoggiato fortemente dal segretario Dem Nicola Zingaretti dopo aver scaricato il governatore uscente Mario Oliverio. Sull’Emilia-Romagna la distanza è nettamente minore, quasi un testa a testa, ma a leggera prevalenza leghista. La strategia dell’abbraccio con i Cinque Stelle non sembra funzionare. Ma Zingaretti e Di Maio hanno legato i propri destini l’uno all’altro e dopo Contigliano simul stabunt, simul cadent: se cade uno, cadono entrambi.

E se Di Maio vacilla ogni giorno di più, anche il leader Pd deve fare i conti con una importante opposizione interna. A sondare la pancia degli iscritti, una presa di distanza dal Movimento molto marcata, rispetto alla dirigenza. Se ne fa interprete l’ex presidente del Pd. Matteo Orfini le ha suonate di santa ragione, intervenendo nell’abbazia come Guglielmo da Baskerville nel Nome della Rosa. «Mi sembra che sui temi all’ordine del giorno, il cambio di passo non si veda. Quel di più di coraggio non si è visto. Sulla giustizia non si dovevano fare compromessi al ribasso».

Precisa Orfini: «Sulla prescrizione ad esempio si può fare di più. Quella riforma di Bonafede l’abbiamo avversata, la consideriamo una cosa che scassa il rapporto tra garanzie e poteri della magistratura, è chiaro che così siamo subalterni. Non si può rinunciare a temi fondamentali. Una subalternità ai Cinque Stelle si vede. Lo siamo stati fin qui e da Contigliano si esce in continuità con quella rinuncia», stigmatizza. L’area dei Giovani turchi e quella di Base Riformista, la quinta colonna dei diversamente renziani Lotti e Guerini, affilano le armi in vista del congresso? Nella ridda delle voci, emerge un nome su tutti. Quello di Giorgio Gori, l’apprezzatissimo sindaco di Bergamo, produttore televisivo (Magnolia) ed ex direttore di Canale5, come ipotetico sfidante di Zingaretti. «È una cosa di cui si parla molto», si limita a confermarci un’autorevole voce dell’associazione Libertà Eguale.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.