Piercamillo Davigo è molto arrabbiato con noi perché noi abbiamo scritto che era molto arrabbiato con Bonafede perché Bonafede era molto arrabbiato con lui per via di un emendamento alla legge rilancia-Italia, il quale emendamento – presentato da Fratelli d’Italia e in forma identica dal Pd – prevedeva il rinvio di due anni della pensione di Davigo. Come vedete è un giro vorticoso e un po’ cacofonico di arrabbiature che si inseguono. Davigo dice che invece queste arrabbiature non ci sono mai state (tranne la prima). E che lui non sapeva niente dell’emendamento di Fratelli d’Italia e del Pd sulla sua pensione. Noi ci crediamo a Davigo, anche perché lui è un magistrato e i magistrati sono persone che non dicono bugie (anche Di Matteo è un magistrato).

L’emendamento di Fratelli d’Italia e quello del Pd, evidentemente, sono stati presentati all’insaputa di Davigo. Del resto noi siamo tra quelli che credettero senza tanto discutere all’ex ministro Scajola quando disse che certi pagamenti per la ristrutturazione della sua casa (mi pare) furono eseguiti a sua insaputa. Se uno fa delle cose e non te le dice, è chiaro che tu non puoi saperle. E così è successo che un gruppo di deputati di Fratelli d’Italia, che si era riunito per esaminare il decreto con le misure economiche a favore della ripresa dopo il tonfo del Covid, si è accorto che tra quelle misure mancava un provvedimento per alzare a 72 anni la pensione dei magistrati. Devono essersi detti: va bene i finanziamenti alle imprese, va bene l’aiuto ai lavoratori, le casse integrazioni, i prestiti, i bonus baby sitter, ma se poi non teniamo al lavoro i magistrati che compiono 70 anni, magari li compiono a ottobre, come si fa a garantire la ripresa economica? E così in fretta e furia hanno scritto quell’articolo 36 bis del decreto che prevedeva l’aumento dell’età pensionabile di 2 anni per i magistrati. Cosa c’entra Davigo? Niente, è logico: niente.

fatto che lui stesso ad ottobre compirà 70 anni e che se non si fa una leggina al più presto possibile per rinviare la pensione lui debba andare in pensione a ottobre, e che se lui va in pensione deve lasciare il seggio al Csm, e che se lascia il seggio al Csm, oltretutto, al suo posto entra il primo dei non eletti che fa parte di una corrente diversa da quella di Davigo, e che se ciò avviene in Csm non c’è più la maggioranza destra-sinistra che sta governando in questi mesi, e cambiano tutti i rapporti di forza…è chiaro che tutto questo è una pura e semplice coincidenza. Del resto pare che mentre il gruppetto di deputati di Fratelli d’Italia si riuniva per controllare che ci fossero misure pro-settantenni nel decreto rilancia Italia, la stessa cosa faceva un gruppetto di deputati del Pd, e pure a loro appariva subito evidente, nelle misure previste dal governo, la clamorosa mancanza di un provvedimento per cambiare la pensione dei magistrati. E quando sono due gruppi così distanti ideologicamente tra loro ad accorgersi di un difetto di una legge, è chiaro che quel difetto è un vero e clamoroso difetto, e che va corretto subito.

Poi è successo che l’emendamento è stato dichiarato inammissibile. E che Bonafede non ha fatto nulla, sembra, per salvarlo. Ma questo non ha provocato nessun malumore di Davigo, che – lui stesso ci informa – è rimasto molto sereno, anche perché siccome non sapeva niente dell’emendamento, tantopiù non ha saputo niente del fatto che l’emendamento fosse stato bocciato. Davigo ha anche annunciato che ci querelerà. Non ho capito bene perché. Dice che non è vero che lui è stato il “mandante del diverbio” tra Bonafede e Di Matteo. Di Matteo, prontamente, ha smentito lui stesso Davigo escludendo di avere avuto un diverbio con Bonafede, diverbio invece accreditato dalla dichiarazione di Davigo. Mamma mia, come litigano questi tra loro! Ormai basta che uno parla e l’altro gli dà sulla voce. Povero Davigo, diceva diverbio così per dire, si riferiva semplicemente – credo – al fatto che Di Matteo aveva accusato Bonafede di avere ceduto ai ricatti mafiosi, così come – secondo Di Matteo – fece a suo tempo Dell’Utri, che infatti poi, per questa stessa ragione, è stato tenuto in prigione per cinque anni filati. Non era un diverbio, santo cielo!

Il fatto è che neanche noi abbiamo mai parlato di diverbio. E tantomeno di mandante. Chissà dove le ha lette Davigo queste due parole. Ci siamo limitati a dire che correva voce che Davigo si sarebbe arrabbiato per la caduta di quell’emendamento salva-Davigo. Non gli avevano attribuito nessuna gagliofferia, soltanto uno stato d’animo. Gli stati d’animo, per definizione, sono incerti e opinabili. Si tratta di quella parte del giornalismo che di solito viene chiamato di “retroscena”. È una parte rilevantissima del giornalismo politico. E nessun politico mai ha querelato qualche giornalista per un retroscena. Figuratevi che giorni fa avevamo accreditato l’ipotesi che a bloccare la nomina di Di Matteo al Dap, nel 2018, fosse stato Mattarella. Il Quirinale ci ha fatto sapere che non era vero. Che Mattarella si era guardato bene dall’intervenire. Non ci ha mica querelato.

Forse però la costituzione materiale, in questo Paese, prevede che i retroscena sono ammissibili per tutti, ma non per i magistrati. Loro vanno lasciati in pace.  Non tutti, magari. Per esempio il Procuratore Generale di Catanzaro, che aveva osato criticare Gratteri, è stato punito con una velocità fulminante. Degradato e spedito a 1000 chilometri da Catanzaro. Trattato quasi quasi da giornalista, mica da magistrato… Chissà perché. E chissà perché a Di Matteo che ha accusato di intelligenza con la mafia il tribunale di sorveglianza di Milano nessuno dice niente. Beh, anche tra magistrati bisogna distinguere. Molti sono assai più uguali degli altri magistrati…

P.S. 1. Al solito ho trovato il modo per polemizzare con Gratteri. È più forte di me. Al quale Gratteri comunque va riconosciuto un merito: non querela mai i giornalisti. Dimostra, almeno in questo, di avere un senso della sua funzione istituzionale piuttosto alto. Non tutti sono come lui.
P.S. 2. Davigo potrebbe fare una cosa molto semplice per dimostrare di aver ragione: dichiarare pubblicamente che, comunque, a ottobre se ne va in pensione.