A difesa di Piercamillo Davigo è scattata una campagna politica mediatica come raramente se ne sono viste. Ci sono pochissimi precedenti. Giornali e partiti storicamente avversari, e lontanissimi tra loro per orientamenti culturali e politici, si sono uniti per combattere contro la possibilità che ad ottobre Davigo debba lasciare il Csm. È difficile non pensare a una regia unica, e magari si potrebbe avere anche qualche sospetto su dove risieda questa regia. Ieri, in contemporanea, sono intervenuti due giornali che di solito se le danno di santa ragione. Il Fatto e Repubblica. Gli scontri tra loro nascono nella notte dei tempi, da quando Peppe D’Avanzo attaccò Travaglio (il quale mi pare che avesse definito l’on. Schifani un verme e una muffa) invitandolo a un linguaggio più civile e ricordandogli delle vacanze che lo stesso Travaglio, pare, passò insieme a un poliziotto che poi finì sotto processo e fu anche accusato – credo ingiustamente – di concorso esterno in associazione mafiosa. Da allora quante se ne sono dette i due giornali.

Ancora recentemente Travaglio ha lanciato decine di dardi avvelenati, in particolare contro il direttore Molinari (che lui chiama “sambuca” per un arguto accostamento al nome di una marca di liquori) e contro Stefano Folli, accusato invece di pettinarsi in modo eccessivamente accurato. Ieri invece due articoli fotocopia, sui due giornali, di due delle firme più prestigiose e specializzate in giornalismo giudiziario e di Procura: Gianni Barbacetto e Liana Milella. Tutti e due spiegano che Davigo ha diritto a restare nel Csm anche dopo aver compiuto 70 anni, a ottobre, e chi si oppone è, più o meno, un fellone. Breve riassunto. Davigo a ottobre compie 70 anni. La legge prevede che quel giorno vada in pensione e non sia più magistrato. Nessun magistrato può restare in carica dopo i 70 anni. Ma se non è più magistrato, può restare a rappresentare i magistrati nel Csm? Il Consiglio di Stato – come spieghiamo nell’articolo qui accanto – ha detto chiaramente di no. E dicono di no gli uffici del Csm. Dice di no anche Magistratura Democratica, che sin qui è stata la corrente più amica di Davigo, ma che ha dovuto cedere di fronte all’evidenza delle regole e a quella vecchia mania di una parte della magistratura di chiederne il rispetto.

Lui però – lui Davigo – non ha nessuna intenzione di mollare perché ritiene, probabilmente, che la sua missione sia sacra e che non possa interrompersi. E allora mobilita forze a sua difesa (e se non è lui a mobilitarle è qualche suo amico). Pochi mesi fa alla Camera dei deputati furono presentati più o meno di nascosto degli emendamenti ad alcuni decreti sull’emergenza Covid. In questi emendamenti si prevedeva il rinvio di due anni della pensione dei magistrati. Noi del Riformista denunciammo l’iniziativa, ipotizzando – con estrema malizia – che fossero emendamenti pro-Davigo. Le commissioni parlamentari, comunque, li dichiararono inammissibili, perché valutarono che non fossero molto attinenti le pensioni dei magistrati e la lotta alle malattie.

La cosa curiosa è che i firmatari di questi emendamenti furono alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia e alcuni parlamentari del Pd. Con due iniziative indipendenti l’una dall’altra. Che gli eredi del Pci e gli eredi del Msi si unissero in una battaglia parlamentare non succedeva dai tempi della lotta ai tagli della scala mobile (1984) o addirittura dai tempi della battaglia contro la legge elettorale di De Gasperi (la cosiddetta legge-truffa) del 1953. Da dove nascono questi nuovi e imprevedibili affratellamenti politico-editoriali? Non si sa bene, però la coincidenza lascia parecchio da riflettere sulla potenza di questo Davigo, che forse è superiore a quello che uno possa immaginare sentendolo parlare…