Gli piacciono tutte le parti in commedia. Tranne una. Piercamillo Davigo non sarà mai un difensore, probabilmente neppure di se stesso. Perché anche di lui, il più puro dei puri, il “dottor Sottile” penserebbe che non è un innocente ma un colpevole non ancora smascherato. Così si prepara per il 15 settembre del Csm di Palamara e gli altri, a travestirsi, con la toga del pubblico implacabile accusatore. Poi forse testimonierà, ma senza il tremore del cittadino chiamato a dire per obbligo la verità (dica “lo giuro”), e infine indosserà l’ermellino per emettere la sentenza. Nel processo più pazzo del mondo, dove tutto è consentito a un solo personaggio. Uno e trino. Ma mai difensore.
Gli avvocati gli fanno proprio schifo, e non lo nasconde. Più o meno pensa che siano dei fannulloni furbi, che passano il tempo, tra un’impugnazione e l’altra, a tirare in lungo il processo per arrivare alla prescrizione. Così propone che quando il ricorso venga respinto, l’avvocato debba pagare di tasca sua. Nel caso opposto il magistrato no, non dovrebbe pagare, perché c’è l’obbligatorietà dell’azione penale che gli impone di agire. L’indagato lui lo vorrebbe nudo e crudo, magari con il capo cosparso di cenere, e senza l’impiccio del difensore. Tanto è colpevole, lo si sa.

C’è un’altra cosa che non gli va giù, il fatto che in Italia si facciano troppi processi. E ha ragione. Magari proprio perché c’è l’obbligatorietà. A meno che non si voglia mozzare qualche testa (tanto sono tutti colpevoli), così si fa prima. Il che non è sicuramente nei pensieri del dottor Davigo. Magari solo in qualche sogno. Ma lui dovrebbe sapere che non ci sono alternative. Se si vogliono fare meno dibattimenti, si deve adottare il sistema anglosassone. Se no, zac, e via il pensiero, insieme alla testa. Intelligente e preparato, faccino furbo, gran barzellettiere capace di sparare la bufala nel mondo degli incompetenti, bravissimo a rigirare la frittata con un’altra bufala, se viene beccato. Come con la storia che sia più conveniente ammazzare la moglie e prendere quattro anni piuttosto che chiedere il divorzio. Così, quando gli fu chiesto quanti processi avesse visto di quel genere, rispose pronto “uno”, per un caso di infermità mentale. E fece il suo faccino furbo.

Non è alto di statura, il dottor Davigo, ma è come se lo fosse, per come si sente. A partire da quando nel 1994, riferendosi a quelle indagini sulla Guardia di Finanza che erano state il primo colpo al cuore per Silvio Berlusconi e da cui anni dopo fu assolto, pontificò: «Ribaltiamo il Paese come un calzino». E ci credeva. E fu forse la prima volta in cui assunse in sé i suoi tre ruoli preferiti, quello di accusatore, di giudice e di creatore e testimone della Repubblica delle virtù, un incrocio tra un Rousseau e un Robespierre che non teme l’arrivo del suo termidoro. Non è alto di statura, il dottor Davigo, ma è come se lo fosse. Dal 1994 al 2019, quando –lo racconta lui stesso nell’unica occasione in cui ha avuto un contraddittorio vero con il presidente delle camere penali Gian Domenico Caiazza, nella trasmissione Piazza Pulita – passa un po’ di tempo con Luca Palamara, la bestia nera che tra poco lui dovrà accusare e poi giudicare dopo aver anche su di lui testimoniato. Si era a Roma, quel 9 aprile 2019 in cui si presentava un sottile libro del dottor Sottile, e tra i relatori c’era anche la bestia nera, con tanto di nome sulla locandina, ma lui non lo sapeva. E questa è una barzelletta o una bufala, ma gliela lasciamo passare.

Ma non si può ingoiare quell’altra, quella secondo cui al termine della presentazione Palamara, non più invisibile, dà un passaggio in auto a Davigo (ma allora si conoscevano? E si facevano gentilezze?), e c’è di sicuro il trojan da almeno un paio di settimane a registrare anche i sospiri di chi si intrattenga con il pm romano. Ma quella sera il registratore è spento, tanto che Davigo può dire «non ci sono intercettazioni su di me perché io queste cose non le faccio». Ma che prove abbiamo della sua innocenza, se il trojan era spento? Ed è inutile, dottore, alzare la voce. Come quando ha gridato: «Io non ho fatto niente e non temo niente». Vuole un elenco, da Tortora in avanti, di “Colpevoli non ancora beccati” che ritenevano di non aver niente da temere perché non avevano fatto niente?

Chissà se si sentirà obbligato a dire la verità, soltanto la verità, nient’altro che la verità, se dovrà testimoniare al Csm, accantonando per un attimo le sue due toghe da giudice e da accusatore, su un certo pranzetto del febbraio del 2019 in cui si parlò di beghe piuttosto serie tra il sostituto procuratore romano Stefano Fava e il capo del suo ufficio Pignatone. Argomenti caldi per l’incolpazione di Luca Palamara, su cui Davigo potrebbe confermare o meno di aver detto che si trattava di vicende di una certa rilevanza e che potevano essere di qualche interesse per il Csm. L’ex presidente dell’Anm aveva detto che lo avrebbe ricusato come giudice, se lui non si fosse astenuto per conflitto di interessi. Ma lui fa spallucce, «non ravviso alcun motivo di astensione». Non ravvisa neanche di abbandonare il suo ruolo nel Csm, dopo che tra pochi mesi avrà compiuto i fatidici 70 anni e sarà costretto alla pensione. No, lui ha già deciso che resterà lì. Perché non è alto di statura, il dottor Davigo, ma è come se lo fosse. Per come si sente.