La partita è decisamente impari. Da una parte una squadra di undici giocatori, dall’altra sono in ventidue. E l’arbitro è uno di quelli di cui il giorno dopo si dice: e vabbè, quando gioca la Juve… Comunque sul campo di Piazza Pulita, la trasmissione di La7 condotta da Corrado Formigli, il primo goal lo segna Giandomenico Caiazza, il presidente delle Camere penali sceso giovedì sera in campo contro la squadra favorita di Piercamillo Davigo. Favorita per il due contro uno, per l’arbitro decisamente orientato e per un pubblico pronto ad applaudire  chi sa alzare la voce.

Davigo è un vero uomo di spettacolo, fa le faccine e si gira verso il pubblico per vedere l’effetto che fa, spara spot meglio di Salvini, sputa sentenze senza chenessuno, o quasi, si accorga che sono bufale. Facciamo un esempio. Quel siparietto che tutti abbiamo visto in cui lui, che sa raccontare barzellette meglio di Berlusconi, cerca di dimostrare che si fa più in fretta ad ammazzare la moglie che a divorziare perché, con vari sconti di pena, ce la si può cavare con quattro anni di carcere, è una bufala. Sì, una bufala, nessuno in Italia è mai stato condannato a quattro anni per uxoricidio. Gli viene contestato, e lui che fa? Faccina furba, poi: sono andato a controllare e ho scoperto che un caso c’è stato e ha riguardato un uomo cui è stata riconosciuta l’infermità mentale. Ah, ecco come si esce da una bufala, con un’altra bufala.

Certo, davanti a uno così, più che un gentiluomo come l’avvocato Caiazza, ci sarebbe voluta una bella vajassa napoletana, di quelle che si mettono le mani sui fianchi e ti distruggono di gesti e parole. Più complicato per un giurista vero. I primi minuti della trasmissione hanno una sola star sul palco, il capitano della squadra favorita, che gode anche della simpatia dell’arbitro. Davigo viene interrogato sulla manifestazione degli avvocati milanesi che all’inaugurazione dell’anno giudiziario si sono rifiutati di ascoltare il suo discorso e hanno abbandonato l’aula. Lui dice due cose con sprezzo: erano solo quaranta su 19.000 legali milanesi, e comunque hanno dimostrato scarso senso istituzionale.

Un vero autogol che viene valorizzato con facilità dall’avvocato Caiazza, prima di tutto perché i quaranta rappresentavano l’intera camera penale milanese, ma soprattutto perché dieci anni fa, proprio a Milano, furono i magistrati ad allontanarsi per non sentire l’intervento della rappresentante del governo. Chi dunque non rispetta le istituzioni? Davigo incassa, poi per tutta la sera saltella con agilità sui suoi argomenti preferiti. Nega di aver insultato gli avvocati (ma c’è la sua intervista a Il Fatto a contraddirlo) dicendo che cercano solo di tirare in lungo i processi per interesse personale, ma poi lo conferma con le sue parole.

La sua ossessione sono le impugnazioni. Lui vorrebbe avere tra le mani l’imputato nudo e solo, possibilmente senza difensore e con il capo cosparso di cenere. Gli dà fastidio il fatto che l’avvocato faccia ricorso in appello e soprattutto in cassazione. E ribadisce che se il ricorso viene respinto, l’avvocato deve pagare.

Ed è a questo punto che il capitano Caiazza segna il suo punto migliore, con lo stile di un Rivera dei tempi andati. Pagheremo volentieri, dice, quando pagheranno anche i magistrati che sbagliano, quelli che perdono la causa. L’applauso è prolungato e meritato. Davigo non fa neanche una faccina, o comunque non viene inquadrato. Sulla prescrizione non osa difendere la legge di cui è ispiratore, vista la valanga di critiche e osservazioni sull’incostituzionalità che gli sono piovute addosso anche da parte di colleghi magistrati, ma insiste sul fatto che in Italia si celebrano troppi processi e si ricorre poche volte al patteggiamento. Su questo punto va detto che o il “dottor sottile” non è così sottile o fa il solito giochetto di prestigio.

Solo che questa volta in campo c’è un avvocato, ed è facile fargli notare che il patteggiamento è consentito per reati che comportano una pena fino a cinque anni e che comunque i dati che lui sbandiera sugli Stati Uniti, dove i processi sono pochissimi, dipendono dal fatto che nel sistema anglosassone non c’è l’obbligatorietà dell’azione penale.

Un altro giochetto è quello sulle carceri: quando si dice che in prigione non va nessuno, si intende una cosa sola, l’unica che interessa al clan Davigo-Travaglio: i corrotti. Ma i reati contro la Pubblica amministrazione rappresentano una percentuale piccolissima rispetto agli altri delitti: possibile che a nessuno interessi più il fatto che esistono omicidi, stupri, traffico di droga e rapine? Quando qualcuno voleva «rivoltare l’Italia come un calzino», che cosa intendeva, vedere in manette Formigoni e così ripulire il Paese e veder trionfare il Bene sul Male?

La parte più demagogica dell’incontro è toccata ad Antonio Padellaro, direttore editoriale de Il Fatto quotidiano e capitano della squadra d’appoggio a quella guidata da Davigo. Il suo argomento è di quelli che hanno presa sul pubblico e che sentiamo ogni giorno e ogni sera in ogni trasmissione politica in cui si parli di prescrizione: la strage di Viareggio per la quale sono stati condannati in primo grado l’amministratore delegato delle Ferrovie Mario Moretti e altri dirigenti.

Il problema è che nel frattempo è rimasto in piedi solo il reato più grave, quello di disastro, mentre sono caduti in prescrizione quelli minori tra cui l’incendio colposo. Padellaro gioca la carta della colpevolizzazione: voi che difendente tanto il diritto alla prescrizione, apostrofa Caiazza, che cosa avete da dire ai perenti della vittime? Caiazza evita di ricordarlo, ma andrebbe detto una volta per tutte che i parenti delle vittime non hanno diritto a una pena per l’imputato, ma al risarcimento del danno. E’ impopolare dirlo, ma è così. Il presidente delle Camere penali se la cava comunque con un buon argomento: perché non lo chiedete al pm che ha impiegato sette anni per le indagini preliminari?

Padellaro incassa ma vuol giocarsi un’ultima carta: se la legge sulla prescrizione fosse incostituzionale, il presidente della repubblica non l’avrebbe firmata. Eh già, come se fosse compito suo e come se la storia non rigurgitasse di leggi votate e controfirmate poi cancellate dalla Corte costituzionale. Davigo non fiata più: con ventidue giocatori e l’arbitro a favore porta a casa una sconfitta piccola piccola.