«I magistrati non si fanno intimidire, sono sereni, capaci, agiscono sulla base della legge», ha assicurato il presidente dell’Anm Luca Poniz a chi ieri su Radio1 Rai gli chiedeva di commentare la polemica con il leader di Italia Viva Matteo Renzi. Poco dopo, sullo stesso tema, ma stavolta su Rainews 24: «È compito della magistratura accertare i fatti nella loro materialità, qualificarli e individuare le ipotesi di reato. Questa è la prerogativa costituzionale. Mi sembrano principi elementari che si imparano all’università il primo anno e sorprende che chi rappresenta le istituzioni non li abbia assimilati a sufficienza e quotidianamente sembra contraddirli» e «sorprende che venga addirittura in questo caso invocata la separazione dei poteri. Siamo noi ad invocarla, nel senso che quello giudiziario ha queste prerogative e chiunque non lo rispetti è fuori dalla Costituzione». Un concetto che il presidente dell’Anm ha ribadito nel pomeriggio nella sua relazione di apertura al congresso nazionale a Genova, dove a una delle sessioni è stato dato il titolo: “Crisi dell’autogoverno, autogoverno della crisi”, «che muove da una situazione di fatto incontestabile, la crisi vissuta nei drammatici giorni di giugno, con l’interrogativo sull’esistenza di strumenti, a disposizione degli stessi magistrati, per affrontarla, governarla, e, auspicabilmente, risolverla», ha spiegato Poniz.

Il tema, per il capo dell’Anm, «non è la sola delegittimazione del singolo magistrato», ma «della giurisdizione», «ciò, infatti, significano gli inviti ai magistrati che indagano o giudicano politici a candidarsi, come se il consenso popolare, essenza della democrazia, fosse l’unico fondamento dei Poteri democratici regolati nella Costituzione».

«La sovranità organizzata con il diritto conosce i limiti: le procedure, che contraddistinguono il potere democratico, ma anche il controllo del potere e degli atti in cui si esercita la sovranità. In questo – ha osservato Poniz – la giurisdizione assume una funzione essenziale, nella fisiologia del rapporto tra i poteri dello Stato, e non a caso le riforme della Giustizia, ciclicamente annunciate, hanno quasi sempre la reale natura di riforme della Magistratura, e prevedono interventi diretti od indiretti ad alterarne il ruolo o a ridurne i poteri, quando non a contestare quello in cui si sostanzia significativamente ed irrinunciabilmente il ruolo della giurisdizione: l’interpretazione del diritto». Il presidente dell’Anm ha quindi ribadito il no netto della magistratura «alla separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti» che esporrebbe il pubblico ministero alla «controllabilità da parte del sistema politico».

Nella sua relazione ha anche affermato che «nessun condannato può “marcire in carcere”, invocare ciò pone chiunque lo faccia fuori dalla Costituzione». E sulla riforma della prescrizione ha avvisato: «svincolata dall’insieme di riforme strutturali necessarie rischia di produrre squilibri», che però «sarebbe errato attribuire alla riforma in sé e alla sua ratio ispiratrice». Del resto la mattina su Radio 1 aveva ricordato «abbiamo sempre sostenuto la necessità di una interruzione della prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado».