Il presidente dell’Anm, Luca Poniz, ieri ha aperto il congresso dell’associazione dei magistrati, che si tiene a Genova, sostenendo i principi essenziali che oggi guidano la magistratura d’assalto, e che la tengono abbastanza lontana dalle idee di fondo dello Stato di diritto. Tra qualche riga vediamo quali sono questi principi dell’Anm.

Poi, Poniz, in un’intervista rilasciata a un paio di radio, se l’è presa con quelli che prima dicono di aver rispetto per la magistratura e poi la criticano. Ha osservato: «Non ho mai sentito nessuno dire “Io non ho rispetto per la magistratura”. Però – ha aggiunto – è una frase che non vale niente se dopo averla pronunciata si continua, come avviene spesso, a criticarla in modo aspro».

Poniz è convinto, evidentemente, che rispetto significhi sottomissione. Resa. Non solo Poniz: questa dell’obbligo di sottomissione è una corrente di pensiero molto forte tra i magistrati. Comunque, secondo me, un po’ Poniz ha ragione: perché ripetere quella frase stupida? Io, per esempio, non ho proprio nessun rispetto per la magistratura. Lo dico chiaramente: penso che la magistratura nell’ultimo quarto di secolo abbia prodotto dei danni incalcolabili all’Italia, abbia preteso di sostituirsi alla politica e all’economia (e abbia annientato la politica e l’economia), di piegare al suo comando tutti i poteri democratici e di imporre l’idea secondo la quale in una società ordinata c’è un solo potere che controlla e guida tutti gli altri, e che questo potere si chiama magistratura.

LEGGI ANCHE – “Open”, ecco tutte le balle di Pm e giornali

L’idea di un potere unico non è nuovissima. È l’idea fondamentale di tutte le concezioni autoritarie di sinistra e destra. Quali sono i principi esposti, con molta grinta, da Poniz? Primo: i magistrati non si fanno intimidire da nessuno. Secondo: la magistratura non ha bisogno di riforme, la magistratura si autoriforma, non ha bisogno che la sua crisi sia affrontata dalla società, la sua crisi se la autogoverna.

Uno degli slogan di questo congresso è: “Crisi dell’autogoverno e autogoverno della crisi”. Cioè l’affermazione dell’autosufficienza e dell’insindacabilità della magistratura. Che poi sono alcuni degli elementi essenziali di una costruzione autoritaria.

Terzo principio: tocca alla magistratura controllare il potere. Ma la magistratura non è un potere? Sì, un potere che ha l’incarico di controllare gli altri poteri per affermare il Diritto. Quale diritto? La magistratura – sottintende Poniz – è essa stessa il diritto. Non esiste diritto fuori della magistratura.
Quarto principio, la magistratura ha il dovere di difendere se stessa e i suoi esponenti dagli attacchi esterni. Gli attacchi esterni non sono accettabili e non saranno mai accettati. Se i cittadini vogliono fare delle denunce contro la magistratura «possono fare le denunce che vogliono: faranno il loro corso».

Dicendo ciò Poniz spiega ai cittadini che sarà la magistratura stessa a decidere su di sé, e a stabilire la propria innocenza o la propria colpevolezza. C’è una vecchia e un po’ ermetica canzone di Fabrizio de André che a un certo punto dice così: Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?

LEGGI ANCHE – Inchiesta Open: se anche i Pm rispettassero le leggi

Tra l’altro il congresso è stato dedicato proprio a de André. Con una scelta spericolata o forse, appunto, autocratica. De André è risaputamente l’artista italiano più lontano dalla magistratura. Per lui la magistratura, e anche la legge, erano il male. De André era anarchico ed era nemico della legalità e dei tribunali fino all’ossessione (ve la ricordate quella canzone geniale e un po’ volgare sul giudice boia violentato da uno scimpanzè?).

Perché prenderlo a simbolo? Forse proprio per dare l’impressione dello strapotere: io posso creare e distruggere. Se dico che De André era amico dei magistrati, De André diventa amico dei magistrati. Perché lo dico io.
Bisognerebbe commentare uno a uno questi principi riassunti da Poniz. Limitiamoci ad alcuni. Primo: in genere non sono gli imputati, che rischiano la galera, a intimidire i giudici che decidono la loro galera. Succede di norma il contrario. Accusare gli imputati di intimidazione, oltre a essere una intimidazione è la quintessenza dell’arroganza. Quasi imperiale. Solo gli imperatori possono permettersela, neanche i re.

E poi c’è la questione dell’impunità. Cioè, dell’impunità dei magistrati. Ieri abbiamo posto il problema, oggi lo ripetiamo. Nell’inchiesta Open quasi sicuramente non c’è nessun reato a carico degli indiziati. Però certamente c’è un reato, ed è la fuga di notizie. L’elenco dei perquisiti (anzi, dei perquisendi) è stato dato ad alcuni giornali amici. È vietato dalla legge. Tutti gli indizi portano a dire che il colpevole è nella Procura di Firenze. Se c’è un reato – grave – e ci sono indizi gravi, perché non si apre un’indagine? (spetterebbe alla Procura di Genova, che ha competenze su Firenze). E poi, perché non interviene il Csm visto che sicuramente è stato violato il regolamento? E poi, ancora, perché il ministro non dispone un’indagine?

Perché? Perché si vuole dare l’impressione di un assalto a tutto campo, condotto senza regole e che non lascia vie d’uscita. La magistratura e i giornali hanno circondato la politica, l’hanno avvertita che colpiranno duro e infischiandosene delle leggi, hanno dimostrato di avere una copertura assoluta (procure compatte, Csm piegato, Ministro ossequiente) e chiedono la resa della politica. Come abbiamo scritto in prima pagina: arrendetevi o vi spianiamo. Ci sarà qualcuno che non si arrende? C’è una possibilità di resistenza? Vedremo.

P.S. In magistratura ci sono diverse migliaia di magistrati serissimi e che rispettano le leggi e lo stato di diritto. Per loro grande rispetto. Il rispetto per loro sarebbe ancora più grande se si ribellassero a quel migliaio di loro colleghi che oggi tengono in pugno la magistratura. E che spingono le persone serie a dire: nessun rispetto per la magistratura. Si ribelleranno, prima o poi?