Senza il pubblico in sala è tutta un’altra cosa, anche se l’arbitro continua a pendere da una parte come la torre di Pisa. Così Piercamillo Davigo nella partita di ritorno del match contro l’avvocato Gian Domenico Caiazza non prova neanche a portare a casa il punto. È già uscito soccombente nella partita di andata, lo scorso due febbraio, pur giocando in casa, con ventidue giocatori contro undici e il pubblico e l’arbitro dalla sua. Non rinuncia comunque a fare le faccine e a roteare le braccia, pur se verso il nulla, perché il pubblico è solo quello del divano di casa. Per non farci annoiare qualche barzelletta ce l’ha comunque concessa giovedì sera su La7 all’ultima puntata di stagione di Piazza Pulita condotta da Corrado Formigli.

Che il “dottor sottile” di Mani Pulite abbia insofferenza nei confronti del processo e ancor di più verso le sentenze lo sapevamo. Ma non lo aveva detto mai in maniera così chiara: «L’errore italiano è dire aspettiamo le sentenze». Fa il furbo, ricordando che negli Stati Uniti i processi sono pochissimi perché in genere l’imputato patteggia prima e rinuncia al dibattimento. Con pazienza certosina l’avvocato Caiazza glielo ha già spiegato che in Usa non esiste l’obbligatorietà dell’azione penale e che in Italia comunque le pene patteggiabili sono solo quelle al di sotto dei cinque anni. Ma lui ribadisce, e non è che non capisca (ha reputazione di ferrea preparazione giuridica), è che proprio lui vorrebbe ogni volta avere tra le mani l’imputato nudo e crudo, possibilmente privo di difensore, che si inchina, chiede scusa e se ne va difilato in galera. In modo che il bene trionfi sul male. E giustizia sia fatta.

Così, mentre l’avvocato Caiazza, che come sempre non cerca l’applauso (che in questo caso non potrebbe esserci per mancanza di materiale umano) cerca di spiegare che ormai siamo in presenza di veri squilibri costituzionali, con una pervasività massiccia dei Pubblici Ministeri nell’amministrazione della giustizia, tant’è che si finisce con il giudicare sulla base delle indagini piuttosto che della sentenza, Davigo coglie l’occasione per passare alla sua veste preferita, quella di intrattenitore umoristico. La prima barzelletta è quasi casta. «Se invito a cena il mio vicino di casa – narra – e al termine lo vedo andarsene con le tasche piene di argenteria, devo aspettare la sentenza della Cassazione per sapere che lui è un ladro e non invitarlo più?». Caiazza cerca invano di spostare il discorso sulla necessità di riforme strutturali, prima di tutto la separazione delle carriere tra giudici e avvocati dell’accusa, cioè i pubblici ministeri.

Non perde neanche il tempo a spiegare che, relativamente al vicino di casa di Davigo, tanti possono essere i dubbi. Siamo sicuri che il magistrato lo abbia veramente visto con la tasche piene di argenteria? E gli oggetti erano stati davvero trafugati ed erano davvero di proprietà di Davigo e non del vicino stesso? E se per caso si fosse trattato di uno scherzo? No, perché per il “dottor sottile”, «gli indizi sono dati oggettivi», confermando in questo modo quel che aveva detto l’avvocato Caiazza. In fondo basta poco per condannare, o rovinare una reputazione, nel bel mondo di Davigo e Travaglio.

Così, dopo la barzelletta “casta” si può agevolmente passare a quella osé. Pericolosa, potremmo dire, dopo le vicende di Bibbiano. L’ex pm di Mani Pulite deve avere un vicino di casa che gli sta molto antipatico. Eccolo infatti protagonista di qualcosa di ben più grave di un furto in appartamento. Lo immaginiamo sul pianerottolo dopo che è stato inquisito per pedofilia e Davigo che scappa giù dalle scale trascinando con sé la propria bambina. «Volete che affidi mia figlia a un pedofilo?» Sentenzia. Ecco il mondo di Davigo: indizi e crocifissioni definitive. Che bisogno c’è della Cassazione e prima ancora dell’appello e del processo di primo grado e di un rinvio a giudizio? Se il Presidente degli avvocati gli fa notare quel che è sotto gli occhi di tutti, e cioè che Luca Palamara è visto come il rappresentante di una magistratura che ha da tempo esondato in un ruolo politico, Davigo si limita a rispondergli che la sua è una visione “da fantascienza”. E se si pone il problema di quei 200 magistrati che occupano i ministeri, con una bella contraddizione sulla divisione dei poteri, lui replica che i ministri hanno bisogno di tecnici.

«Anche noi avvocati siamo tecnici»; «Lo dica al ministro», e qui il tono si fa leggermente beffardo. Separare le carriere? E perché mai, visto che l’ordinamento italiano è il migliore del mondo e tutti ce lo invidiano. Infatti, potremmo concludere, nessuno ce lo ha mai copiato. Non esiste una questione giustizia nel nostro Paese, a quanto pare. Si abbassa il sipario, anche sulle barzellette. Siamo passati da «il sospetto è l’anticamera della verità» a «gli indizi sono dati oggettivi». Da padre Pintacuda e Leoluca Orlando a Travaglio e Davigo.