Piercamillo Davigo ieri è andato in Tv e ha detto che ci ha querelato. Leggeremo attentamente la querela. Proveremo a difenderci. Non è la prima volta che qualcuno di noi viene querelato da un magistrato. Alcuni magistrati hanno la querela facile, anche perché sanno che saranno giudicati da loro colleghi e immaginano che i loro colleghi daranno loro ragione. Così come di solito i Gip obbediscono senza discutere ai Pm. Di solito: attenzione a quel “di solito”. Non vuol dire “sempre”. Talvolta ci sono giudici indipendenti e preparati e seri che non danno ascolto all’ordine di corporazione e giudicano secondo diritto e coscienza. In quei casi, di solito, i magistrati perdono la causa.

Alcuni di loro, e ho l’impressione che Davigo sia tra loro, pensano che il diritto di critica spetti sì ai giornalisti, ma debba limitarsi alla critica ai politici ed eventualmente agli intellettuali o agli imprenditori. E agli avvocati, si capisce. Ma non ai magistrati stessi, perché i magistrati – di nuovo: si capisce – devono giudicare e quindi non possono essere giudicati e quindi neanche criticati. Di più: non è giusto dare informazioni su di loro perché se queste informazioni danneggiano il loro prestigio, oggettivamente, danneggiano il prestigio dell’istituzione, cioè della legge, e questa è una operazione disfattista e anarchica da condannare. Se vuoi dare informazioni sui magistrati, benissimo, puoi: ma che siano informazioni positive, edificanti. Che ci vuole?

Così Davigo ci ha querelato. Perché noi abbiamo raccontato di un emendamento presentato da Fratelli d’Italia, e poi di un altro emendamento, presentato dal Pd, al decreto liquidità, nei quali si proponeva di spostare in avanti di due anni il limite di età e l’obbligo di pensione per i magistrati. Noi, forse un po’ arditamente e spingendoci ben oltre le nostre competenze, osavamo chiedere cosa diavolo c’entrasse l’età di pensione dei magistrati con il decreto liquidità. E notavamo, con grande impertinenza, che comunque quell’emendamento, se approvato, avrebbe permesso a Davigo, che compie 70 anni a ottobre e deve a quel punto andare in pensione, di rinviare tutto di due anni, e in questo modo si sarebbero salvati anche gli equilibri interni al Csm che attualmente si regge su una maggioranza “rosso bruna” (in gergo politico vuol dire patto tra estrema sinistra ed estrema destra a saltare il centro) che dispone di un solo voto in più dell’opposizione, voto che verrebbe a mancare col pensionamento di Davigo perché il suo successore, cioè il primo dei non eletti, è un esponente di una corrente centrista, e quindi vanno all’aria baracca e burattini.

Davigo è andato su tutte le furie, ha detto che lui neanche sapeva di quell’emendamento. Noi gli abbiamo creduto. Gli abbiamo giurato che noi crediamo sempre a quelli che dicono “lo hanno fatto a mia insaputa”. Credemmo anche all’ex ministro Scajola, quando i giornali lo impallinarono. Non siamo come quei giudici feroci che hanno mandato in esilio Craxi, per esempio, sulla base della teoria del “non poteva non sapere…”. Davigo – abbiamo scritto – poteva non sapere. E dunque? Niente da fare, Davigo è irremovibile: ci querela. Dice che non è mai esistito questo emendamento? No, dice di non sapere se sia mai esistito. Dice che lui non compie 70 anni a ottobre? No, questo lo ammette: li compirà. Dice che di conseguenza non andrà in pensione? No, o almeno non precisamente questo dice. Dice però, indignato, che lui non è stato il mandante dell’emendamento. Ma noi non lo abbiamo mai scritto che era il mandante. E quindi – dico – dice che a ottobre toglie il disturbo? No, annuncia che si batterà per restare in Csm anche se non sarà più magistrato e la legge dice che quel posto spetta a un magistrato e dunque lui ne ha perduto i diritti perché – sostiene – è invece suo diritto costituzionale restare in Csm per quattro anni di fila. Quindi, se abbiamo capito bene, dice – questo sì – che anche se non sapeva niente del fatto che Fdl e Pd stavano provando a salvarlo con un emendamento, lui , comunque, a salvare il seggio al Csm ci tiene.

Magari, allora, i nostri sospetti – per quanto irrispettosi e forse per questo illegali – non erano del tutto infondati. Insomma, Davigo ieri è andato in Tv a dire che ci ha querelato. E poi ha detto altre cose un po’ singolari, tipo che in detenzione preventiva in Italia ci vanno solo i senza casa e quelli beccati in flagrante e gli assassini seriali. E che all’estero ci va molta più gente. E che lui non può pronunciarsi sullo scandalo di magistratopoli, o sullo scandalo Di Matteo-Bonafede, o su altre questioni simili perché lui fa parte della commissione disciplinare del Csm e quindi potrebbe essere chiamato a giudicare, e chi giudica non può avere già espresso pubblicamente dei giudizi. È vero. Mi ricordo che queste cose le scrissi, personalmente, un paio d’anni fa quando Davigo partecipò a una votazione, in disciplinare, su Woodcock, sebbene in una intervista, molto prima di essere chiamato al giudizio in disciplinare, avesse giurato sull’innocenza di Woodcock. Sì: lo scrissi. E lui anche quella volta annunciò querela. Però quella querela non è mai arrivata. Se arriverà, porterò in giudizio a mia difesa Davigo stesso e le frasi che ha pronunciato ieri in Tv, da Floris.

Sulla questione del carcere preventivo, chissà chi gliele ha fornite quelle informazioni. Le persone in attesa di giudizio, in Italia, sono mediamente 20 mila, in alcuni periodi anche di più. Un migliaio di senza tetto, d’accordo, una decina beccati in flagrante e diciamo quattro assassini seriali… Gli altri, circa 18,986? Beh, nessuno gliel’ha chieste queste cose. Nessuno gli ha chiesto se era vero o no l’emendamento pro-Davigo, nessuno gli ha chiesto – visto che parla sempre di quel che succede all’estero – se conosce molti magistrati di altissimo ruolo, come il suo, che passano le giornate in Tv. Come mai?

Beh, questa è una questione che riguarda più noi giornalisti che i magistrati. I magistrati si limitano ad approfittare di condizioni di favore. Noi giornalisti, in genere, organizziamo le trasmissioni, quando ci sono i magistrati, cercando di invitare solo interlocutori – per carità autorevolissimi – che non hanno nessuna posizione critica verso i magistrati, o perché sono proprio giornalisti pro-procure, o perché sono giornalisti che si occupano di altre materie e sanno solo un po’ di giustizia. È così con Davigo, con Gratteri, con Di Matteo e con tanti altri della piccola schiera dei magistrati che stanno più in Tv che in tribunale. La minuscola pattuglia dei giornalisti o dei politici garantisti – tranne che in poche trasmissioni che fanno eccezione – sono sempre esclusi se c’è un magistrato in giro. Chissà perché. Magari perché le Tv hanno paura anche loro delle querele. Magari perché l’amore dei giornalisti per i magistrati è insopprimibile.