«Il carcere così come è oggi in Italia è da abolire». «Possiamo, anzi dobbiamo, liberarci dal carcere in maniera relativa, rompendo il monopolio della pena carceraria». Non è una discussione immaginaria tra Michel Foucault e Cesare Beccaria, ma tra due ex magistrati, Gherardo Colombo e Luciano Violante. Sono stati due accusatori, due repressori. Hanno svolto ruoli politici importanti, anche nel loro impegno di magistrati. Lo negherebbero con forza, qualora fosse loro attribuita quella veste. Ma è difficile non ricordare all’uno le modalità nelle inchieste di Mani Pulite e all’altro la vicenda di Edgardo Sogno. Ma oggi non è il momento delle contestazioni. Al contrario, ci pare importante dare valore a quel che due importanti intellettuali vanno pensando e dicendo. Pubblicamente.

In due separate interviste rilasciate a Nicola Mirenzi per l’Huffington Post osano lanciare il sasso in una piccionaia di quella subcultura che attraversa disordinatamente il mondo politico, quello giudiziario e gran parte del sistema di informazione. Quello del “devono marcire in galera”, “buttare la chiave”, “sbattere dentro i mafiosi scarcerati”, quello stesso mondo che poi si dà appuntamento la domenica sera da Giletti su La7. L’argomento non è di gran moda, neppure tra gli intellettuali, si sa. Ma proprio per questo la provocazione val la pena di essere ascoltata e rilanciata. Con l’occhio della memoria. Dai discorsi di Montesquieu sulla pena fino a tutto il settecento illuministico e al pensiero di Foucault negli anni Settanta del Novecento, il carcere è stato interpretato come violenza in sé, con la sua sola esistenza. Ma, fuori dai cenacoli degli intellettuali e dei filosofi, il pensiero di una pena che non fosse di necessità legata alla restrizione, alla privazione della libertà, alla mortificazione del corpo prima ancora che della personalità, non ha mai attraversato il mondo dei “carcerieri”.

Già nella scelta di indossare la toga di pubblico ministero o di giudice c’è un dogma violento: la presunzione di poter disporre del corpo e della mente di altri esseri umani attraverso l’uso di una pena corporale, la detenzione in carcere. Pena di morte, ergastolo e carcere -scriveva in un prezioso libretto (Delitto, pena e storicismo, Marco editore) nel 1994 un grande giurista, Luigi Gullo– in fondo rispondono alla stessa esigenza, quella di privare la persona della libertà, quindi della vita. Gherardo Colombo ha avviato una lunga macerazione personale nel corso degli anni. Un percorso da credente, (anche se oggi si definisce solo “cristiano filosoficamente”), da persona che ha sempre provato disagio nel dare o nel chiedere la reclusione. Pure ci credeva, nella funzione rieducativa della pena, anche attraverso il carcere. Poi ha capito che l’unica funzione della detenzione è in realtà l’asservimento della persona: «in una società senza perdono, la pena educa solo a obbedire». Certo, sorvegliare e punire.

Riecco Foucault che si insinua tra i due ex magistrati. «Il carcere non educa a niente. Instaura solo una rapporto di soggezione tra il detenuto e il potere», gli fa eco Luciano Violante. Il quale non parla mai di perdono, al contrario di Colombo. Usando criteri che oggi paiono un po’ arcaici, quello virtuale tra i due pare il dialogo tra un cattolico e un marxista. Ma tutti e due trattano la persona che commette un reato come colui che spezza il rapporto con la comunità. Ed è quello strappo che occorre ricucire. Non mettendo l’uomo o la donna in cattività, ma con altri strumenti. Ferma restando la necessità comunque di isolare chi è pericoloso per l’incolumità altrui, l’ex pm di Mani Pulite vede il perdono come il recupero della relazione tra il trasgressore e la società.

Ma continua a mancare un pezzo, nella sua analisi, quasi avesse lui timore a distaccarsi del tutto da una visione della “società dei puri” che permea oggi più che mai la mentalità di tanti pubblici ministeri (e non solo) e che fu in passato anche la sua. Non per rinfacciare (questo mai), ma solo per aiutare la memoria: come dimenticare quella sua intervista al Corriere nel 1998 in cui aggredì la Bicamerale presieduta da D’Alema ricostruendo la storia d’Italia come storia criminale? «C’è in Italia una società del ricatto-aveva sillabato- frutto degli opachi compromessi degli ultimi vent’anni della Repubblica». Una visione moralistica, prima ancora che morale. Luciano Violante, che ha sulla coscienza la proposta di impeachment nei confronti del presidente Francesco Cossiga, nel suo percorso va al galoppo. Sentite questa: «Negli ultimi anni ha preso piede, non solo in Italia, una cultura politica che concepisce la società come un mondo da purificare. Dal quale gli impuri, le persone che commettono reati e i sospettati vanno radiati, con il diritto penale e con il carcere. La purezza però è un fantasma che si sporca facilmente. Questo alimenta il sospetto e intorno a esso costruisce un apparato di repressione capillare

. Un dispositivo autoritario pericoloso». Sta pensando al procuratore Nicola Gratteri o al consigliere del Csm Nino Di Matteo, presidente Violante? O a qualche leader politico, di maggioranza o opposizione, magari anche del suo ex partito? Ringraziando i partecipanti alla tavola rotonda, i signori Montesquieu, Voltaire, Beccaria, Foucault, Colombo e Violante, ci permettiamo di lasciare l’ultima parola a Luigi Gullo, nella conclusione del suo libro: «Riflettiamo per un attimo: anche uomini di specchiato sentire accettarono tanti secoli fa la schiavitù. Chi sarebbe oggi d’accordo con loro? Proprio allo stesso modo si può ragionare per il carcere e la carcerazione».