Negli scacchi il cavallo fa la mossa che spariglia, che non puoi aspettarti: perché fa due passi in una direzione e il terzo di lato. E il libro di Matteo Renzi uscito oggi per Marsilio è così: parte come non ci si aspetta. Con l’uomo che tutti tacciano di incontenibile boria che si presenta al lettore in trasparenza: «Ero l’uomo più potente d’Italia, non lo sono più», scrive Renzi. «Questo non mi ha procurato né depressione né nostalgia, ma insegna tanto, credetemi. Gli stessi che prima elemosinavano una parola, un sms, uno sguardo sono spariti. Centinaia di beneficiati hanno ricevuto, osannato, adulato, e poi, all’improvviso, si sono scoperti critici del giorno dopo. Davanti a questo, hai due possibilità: puoi lasciarti andare alla rabbia o imparare la canzone degli Oasis Don’t Look Back in Anger e sorridere al mondo».

Quel sorriso diventa amaro quando tocca le corde della giustizia. «Per noi conta la giustizia, non il giustizialismo», titola il leader di Italia Viva. Che non lesina sconti e non va, recuperando il suo stile, troppo per la quale. «Tutto quanto gravita intorno al tema della prescrizione è indicativo di un certo modo di intendere la politica e la comunicazione. E in tal senso Alfonso Bonafede è il simbolo di questo approccio. Ricordo perfettamente il momento in cui lo vidi con indosso la divisa della polizia penitenziaria in occasione dell’arrivo in Italia di Cesare Battisti. L’esposizione del corpo del detenuto in uno show di terza categoria non solo era un atto indecente, ma si accompagnava alla messa in mostra degli agenti di polizia penitenziaria – loro sì potenzialmente esposti a un rischio concreto, solo per poter fare della comunicazione da avanspettacolo – e addirittura al disvelamento video di un agente sotto copertura che avrebbe dovuto, per evidenti ragioni, restare anonimo», appunta Renzi.

Lui e Bonafede si sfidarono a Firenze, nel giugno 2009. L’allora candidato Renzi ne uscì con il 60% tondo dei consensi, Bonafede portò a casa un magro 1,8%. «E tuttavia quando Bonafede – affonda ancora Renzi ne La Mossa del Cavallo – elevato alla carica di Guardasigilli dalla cultura giustizialista, ha provato sulla sua pelle l’attacco del giustizialismo, in seguito a una polemica del magistrato simbolo dei Cinque Stelle, Nino Di Matteo, noi non abbiamo avuto dubbi a schierarci in Senato dalla parte del ministro, pronunciando parole chiare contro ogni forma di giustizialismo: «Se noi fossimo come lei, caro ministro, lei oggi andrebbe a casa, coperto di ridicolo. Ma per sua fortuna e per fortuna degli italiani noi non siamo come voi. Per noi conta la giustizia, non il giustizialismo».

Nondimeno, quando Renzi presenta il volume davanti ai giornalisti, alla Galleria Borghese, mette in chiaro: «Davigo dice bestialità giuridiche, va ricostruita una civiltà del diritto. Quando la magistratura svolge un ruolo politico, quello è un momento pericoloso per il Paese». E al Riformista che gli chiede di prescrizione e riforma Csm, assicura: «Daremo battaglia. Ci faremo sentire. Ma il governo deve durare fino al 2023». Ora rimane da scrivere la futura Mossa del Cavallo di Renzi e dei suoi: pungolare il governo Conte al fine di orientarlo, logorarlo quotidianamente dall’interno o al prossimo casus belli, passata l’estate, creare l’incidente per farlo cadere? Nella grande partita a scacchi della politica occorrono freddezza, strategia e tenacia. Che all’autore della Mossa del Cavallo non mancano. È invece mancata la certosina pazienza degli scacchisti provetti, che giocano partite lunghe, interminabili, con tempi dilatati. L’ambizione però non difetta. E Machiavelli, che Renzi ben conosce, diceva: «Dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà».