Accecato dall’amore per Camillo Davigo, un bel giorno Marco Travaglio lanciò contro Matteo Renzi l’insulto più sanguinoso: forcaiolo! Proprio così. Non si permetta, scrive il direttore del Fatto quotidiano a quello che lui chiama “l’Innominabile”, di fare il garantista solo perché il “dottor Sottile” non ritiene indispensabili le sentenze per giudicare. Naturalmente per Travaglio giudicare vuol dire parlare di responsabilità politiche e morali. Di quelle penali gli importa poco, per lui basta un’informazione di garanzia per avere un verdetto più definitivo di quello della Cassazione. Non si permetta quindi Renzi di attaccare Davigo, perché anche lui fa parte della famiglia dei manettari. Una vera chiamata in correità, vien da pensare. Sarebbe interessante se Travaglio facesse il “pentito”.

Allora la memoria recente andrebbe alle dichiarazioni del segretario di Italia Viva su quei differimenti di pena di detenuti che lui, come Travaglio e il fior fiore dei tagliagole politico-giornalistici definiva scarcerazioni facili di mafiosi. O a comportamenti più antichi, e parliamo della defenestrazione di Berlusconi dal Senato o della logica delle dimissioni poco spontanee di suoi ministri, quando lui era Presidente del Consiglio, per “motivi di opportunità”, cioè la faccia ipocrita del forcaiolismo. Da questo punto di vista sarebbe facile associarsi al Travaglio-pensiero, perché effettivamente sul piano del garantismo Matteo Renzi è quanto meno un bel Giano bifronte.

Ma no, Travaglio non vuole assolutamente invitare Renzi alla sua bella compagnia di giro, quella dei Davigo, Ingroia e Di Matteo e di tutti i loro antenati che ritenevano “il sospetto anticamera della verità”. Quelli della sub-cultura grillina di chi crede più nel principio di colpevolezza che in quello previsto dall’articolo 27 della Costituzione; quelli che equiparano gli indagati per reati contro la Pubblica Amministrazione ai mafiosi assassini e trafficanti di droga; quelli che vorrebbero introdurre nel talamo e nel caffelatte del mattino di ogni amministratore un agente provocatore o almeno un piccolo trojan; quelli per cui il termine “pena” significa solo pena in carcere e che di conseguenza ritengono bisognerebbe costruirne di nuove, di prigioni, altro che svuotare quelle esistenti…

No, a questo tavolo Renzi non è invitato. Ma Travaglio non gli permette neanche di sedersi a quello dei garantisti perché quando era premier voleva far licenziare subito i famosi “furbetti del cartellino”, cioè quegli impiegati pubblici che truffavano lo Stato assentandosi indebitamente durante l’orario di lavoro. Il direttore del Fatto è indignato, e giustamente, e ricorda quel vigile di Sanremo accusato di truffa e licenziato, e che tra l’altro timbrava anche il cartellino in abbigliamento poco consono, ma che però poi è stato assolto «perché il fatto non sussiste». Ora, poiché quel vigile fu sottoposto a una gogna mediatica insopportabile, e la sua immagine in mutande fu irrisa, sbeffeggiata e distrutta dagli amici di Travaglio, vorremmo avere maggior memoria per ricordare i virtuosi commenti del Fatto quotidiano in difesa dei diritti di tutti gli indagati di quell’inchiesta e di quel vigile in particolare. Magari ce li può ricordare lui medesimo, noi non li abbiamo trovati.

Troviamo invece, tutti i giorni, un insopportabile tintinnar di manette contro gli amministratori pubblici non graditi (soprattutto se si permettono di criticare un altro amore di Travaglio, il premier Conte), equiparati a bande e associazioni per delinquere. Leggiamo una continua affannosa richiesta agli amici pubblici ministeri perché intervengano nei confronti dei presidenti delle Regioni Piemonte e Lombardia, con l’aggiunta di battute sarcastiche (Travaglio non conosce l’ironia) e giochi di parole sul cognome dell’assessore Gallera. Questo leggiamo ogni giorno. Ora, Matteo Renzi fa parte purtroppo della generazione politica del “sono garantista però”, e gli vanno rimproverati un certo opportunismo e la mancanza di solidi principi di diritto.

Caratteristiche di cui però a uno come Travaglio non importa assolutamente niente. Ma che gli venga contestato di aver tacciato Piercamillo Davigo di confondere “giustizia e giustizialismo” ma di non aver al contempo difeso i diritti del vigile di Sanremo, questo è un ragionamento così sballato che nessun garantista potrebbe mai neanche articolare con il pensiero. Vien voglia di dire: caro Travaglio, pensa alle manette tue, che allo Stato di diritto pensiamo noi. E ci piacerebbe, un domani, di poter includere nel “Noi” anche quelli che, come Renzi, per ora dicono «sono garantista però».