Quer pasticciaccio brutto del taglio dei parlamentari. Più che il taglio la ghigliottina sulla democrazia rappresentativa. Attorno al problema c’era un assordante silenzio, non è la prima volta che accade, Marco Pannella denunziò per decenni la mancanza di informazione, in special modo in occasione delle campagne referendarie. Ironia della sorte, per via di una intervista di Goffredo Bettini, il dibattito ha preso fuoco. A suo avviso, con la riduzione dei parlamentari senza l’approvazione della legge elettorale, la democrazia è in pericolo. Ai tempi della formazione del governo giallorosso, il M5S impose il taglio, per procedere verso la cosiddetta “democrazia diretta dé noantri”, e il Partito Democratico e non solo diede il proprio placet alla riforma costituzionale in cambio di una nuova legge elettorale proporzionale e altri correttivi costituzionali.

Tuttavia, il PD, per tre volte, in Parlamento aveva votato contro la riduzione, ma per ragioni di governo – come si è visto – cambiò spalla al suo fucile. Il Conte 2 ha avuto un suo costo e non poteva essere altrimenti e il PD non ha badato a spese, pur di costituire l’esecutivo. Dal momento in cui la legge elettorale sta ancora in mente dei, il PD sta in mezzo alla palude. Né può comportarsi come il riccio che disse: tutti possono sbagliare scendendo dalla spazzola. Dei “capitani coraggiosi”, ossia un gruppo trasversale di parlamentari di destra, di centro e di sinistra, si sono messi insieme per indire il referendum costituzionale sul taglio di un terzo del numero dei parlamentari. Strano a dirsi, si svolgerà contestualmente alle elezioni regionali del 20 e 21 settembre. La qualcosa ha dell’inverosimile, ma di questi tempi la Costituzione è un optional e lo Stato di diritto, o “Rule of Law”, viene quotidianamente calpestato. In concreto, il numero dei deputati sarà ridotto da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200.

Di fatto, saremmo il Paese europeo, con 60 milioni di cittadini, con il numero più basso di eletti rispetto agli elettori. E, a conti fatti, le Regioni piccole saranno penalizzate senza una equa rappresentanza. Non è tutto. I “partiti cespuglio” sparirebbero dalle liste elettorali e i parlamentari sarebbero al servizio del leader politico, il quale avrebbe, metaforicamente, il potere di vita e di morte su di loro. Tutto ciò pone un interrogativo drammatico: come funzionerebbero le Commissioni che sono il centro nevralgico dell’attività legislativa del Parlamento? In sintesi, il Parlamento sarebbe svuotato delle sue funzioni primarie. A ben pensarci, i soggetti sociali del Novecento, la classe operaia e la borghesia, sono spariti dalla circolazione, così le culture politiche che hanno innervato le democrazie più mature, e se il Parlamento perdesse la sua centralità, la peculiarità e il ruolo, allora la piattaforma Rousseau diventerebbe un suo surrogato. Tutto si muove sul terreno del populismo e l’Italia ha un humus fertile.

Di fronte a ciò, bisogna battersi contro il taglio dei parlamentari non solo e soltanto “Votando No”, ma rilanciando “le culture politiche” senza le quali, come dice Piero Craveri, non si va da nessuna parte. La cultura politica è quindi importantissima nel nostro Paese, così come l’élite e l’establishment all’altezza dei tempi. Non parliamo della politica oramai costretta a un ruolo ancillare nei confronti di alcuni organi dello Stato diventati potere, per cui non riesce a reagire. Ragione per cui il Paese deve trovare il gusto dell’ottimismo della ragione, del sapere, del pensare, dell’utopia e del progettare il futuro. C’è “un dannato bisogno di futuro”, in un periodo, come lo chiama Giuseppe De Rita, “di stagnante dittatura del Presentismo”. Il caso Italia non nasce come Minerva dalla testa di Giove, da decenni c’è un attacco ad alzo zero sul quartiere generale della politica. Protagonisti di questi attacchi sono stati anche alcuni giornalisti come Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo che con il loro libro “La Casta” sono stati gli apripista dell’antipolitica, del qualunquismo e, infine, del populismo.

Da denunzia a denunzia, senza una visione politica e riformista, hanno alimentato il populismo. Nell’Italia di oggi ci troviamo in una situazione drammatica, dato che siamo, per di più, alla presenza del Coronavirus, che ha portato con sé una inedita crisi economica, sociale e politica. Il 2020 è stato caratterizzato dalla pandemia e probabilmente, se non si troverà il vaccino, il 2021 sarà l’anno del “Grande disastro” globale. Naturale che occorra un Parlamento autorevole che ha nelle proprie mani il potere legislativo, il controllo e l’informazione esercitate da altri poteri, tra cui il governo in primis. Che fare? Anche noi, prendendo in prestito il nome della testata di Carlo Rosselli: “Non Mollare” diciamo agli italiani “Non Mollare”. Convinti per il NO contro coloro i quali non vogliono “ricomporre la delega”, cioè “ripristinare un equilibrio – scrive Alessandro Barbano in “La Visione” – tra rappresentatività e governabilità” e contro l’esproprio del Parlamento.
In conclusione, gli italiani si troveranno di fronte al dilemma: “Riformismo o autoritarismo”, ma in ballo c’è il futuro democratico del Paese, ci auguriamo che, malgrado il tentativo di far scomparire il referendum dai media e dal dibattito, la maggioranza di loro capirà qual è la posta in gioco.