“Se non ora, quando?” deve aver alla fine ragionato il segretario dem. Se il Pd non si siede ora al tavolo e chiede ai 5 Stelle di vedere le carte, questi qua, Conte compreso, continuano a portare a spasso la coalizione. Dunque è arrivato il momento di far valere la golden share della maggioranza, quella emersa dalle regionali. E di andare in pressing. Un pressing sleepy – non sembri una contraddizione – perché Zingaretti non ha certo i modi del terminator. Però è chiara la decisione di indirizzare l’agenda di palazzo Chigi. A tutti i costi. Anche quello di una crisi di governo. Così va letto l’attivismo di Zingaretti che, a quasi due settimane dal voto, nello stallo totale dell’azione di governo, prende due iniziative forti: l’approvazione del decreto Immigrazione pronto da tre mesi ma per i 5 Stelle «non era mai il momento adatto»; l’apertura del cantiere delle riforme istituzionali per superare il bicameralismo perfetto.

Il che vorrebbe dire “scippare” a Di Maio il podio del riformatore – anche se populista anticasta con le forbici in mano – e affidare al Pd quello del partito riformatore che ha accettato il taglio dei parlamentari perché «parte di un progetto più vasto». Entrambi i dossier – immigrati e riforme – comportano rischi per la coalizione. La domanda è fino a che punto il Movimento 5 Stelle, nell’ingorgo di un congresso iniziato da mesi e che finirà non si sa quando, in crisi di identità e di leadership, saprà essere compatto con la maggioranza. Se e quanti pezzi se ne andranno per la loro strada. Il tema sono i numeri che al Senato sono ballerini. Le ultime stime recapitate a palazzo Chigi parlano di «almeno 40 parlamentari in forse». Quando hanno saputo che il decreto Immigrazione era stato messo all’ordine del giorno del consiglio dei ministri economico e blindato nei tempi (la Nadef deve essere approvata entro il 30 settembre; il rinvio è motivato dai ballottaggi), Crimi e Di Maio hanno subito sollevato questioni («il permesso umanitario non può essere reintrodotto»).

In cdm passerà il testo com’è e il Pd potrà gridare vittoria. Ma sarà battaglia in aula. E allora, ecco la sfida: mettere in conto la crisi di governo. Il Parlamento dovrà convertire il testo entro la prima decade di dicembre, nel pieno della sessione di bilancio che tra deficit, Recovery fund e Mes non sarà certamente una passeggiata. La crisi di governo può essere, tra l’altro, l’unico strumento per fare quel rimpasto di cui il Pd ha urgenza. Una crisi pilotata, concordata su quali caselle cambiare e con chi. Il toto-nomi nelle ultime ore ha visto entrare Bonafede e uscire Azzolina. E poi De Micheli e Catalfo. Un governo Conte ter che il Quirinale potrebbe accettare solo se allargato ad una vera nuova maggioranza, «non una dozzina di responsabili ma uno o due gruppi parlamentari in più».

Anche le riforme sono a loro modo un azzardo. Visti i tempi tecnici, assai meno imminente di altri dossier. Zingaretti ha voluto al tavolo della conferenza stampa tutti i big del Nazareno, il vice Orlando, il capodelegazione Franceschini, il professor Ceccanti, il capogruppo Graziano Delrio e il presidente di Commissione Dario Parrini. Superamento del bicameralismo paritario (poteri esclusivi al Senato; più poteri al Parlamento in seduta comune), introduzione dello strumento della sfiducia costruttiva e potere di revoca dei ministri attribuito al Capo dello Stato sono i pilastri di una riforma costituzionale che – ha spiegato il segretario – «vuole rendere più efficace ed efficiente la macchina dello Stato». La «costruzione di un paese nuovo» è il mantra del Zingaretti. Tutti insieme appassionatamente: maggioranza, opposizione, cittadini e costituzionalisti, «tutti saranno coinvolti».

Nonostante la modalità inclusiva, il segretario però ha fatto subito il primo grave errore: ha parlato di legge elettorale – a occhio, con una rivoluzione del genere, l’ultima riforma sul tavolo – e ha confermato lo sbarramento al 5%,. Ora il punto è che nella coalizione, oltre ai 5 Stelle, ci sono anche Leu e Italia viva. «Si comincia malissimo» ha avvisato il segretario di Leu Nicola Fratoianni, «la soglia del 5% è pensata contro di noi». Anche Forza Italia ha messo l’alt. «Zingaretti eviti furbate o s’impantana» è il consiglio di Osvaldo Napoli. Italia viva non discute: «Nessuna preclusione rispetto al 5%» ha tagliato corto Maria Elena Boschi perché tanto è inutile ora parlare di legge elettorale. I renziani osservano con interesse l’attivismo di Zingaretti e con sospetto al fatto che «nessuno parla più del Mes, poco anche il ministro Gualtieri». A scanso di equivoci, o impensabili baratti, Italia viva lancia l’assemblea nazionale (Milano, 24 ottobre) «per strutturare il partito nel territorio». E per chiedere «un tavolo permanente di maggioranza dove procedere allineati su tutti i dossier». A cominciate dal Mes, appunto.