"Si sono tenuti la poltroncina"
Gemellaggio Milano-Tel Aviv, Nahum: “Questi dem parlano come un collettivo studentesco. Maggioranza Sala schiava di due consiglieri Verdi eletti con 150 voti”
Consigliere comunale di Azione, ex Pd, esponente della comunità ebraica milanese, Daniele Nahum è intervenuto nella seduta di lunedì sera annunciando che, se fosse passata la sospensione del gemellaggio con Tel Aviv, sarebbe uscito immediatamente dalla maggioranza. La sua lettura del voto va oltre la cronaca: prefigura uno scenario politico per Milano.
Nahum, dalla serata di lunedì lei trae una conclusione politica netta…
«La traggo. Se il prossimo candidato sindaco del centrosinistra sarà una persona che viene dalla sinistra-sinistra, per intenderci da lontano, e dall’altro lato il centrodestra schiererà Maurizio Lupi di Noi Moderati, noi come riformisti e liberali abbiamo l’obbligo politico e anche morale di tirare su una terza candidatura. È la morale inevitabile di quello che è accaduto lunedì. Il quadro che si è disegnato in aula racconta un Pd milanese che ha scelto di cavalcare le piazze, e questo apre un tema politico enorme sul prossimo candidato sindaco».
Ricostruiamo cosa è successo. Lei è intervenuto chiedendo di votare subito.
«Sono intervenuto dicendo che bisognava smarcare immediatamente la questione di Tel Aviv. Non potevamo permetterci di discutere un altro anno sulla questione del gemellaggio, restando sotto il ricatto dei Verdi. Specificando, però, che io, a differenza loro, se fosse passata l’interruzione del gemellaggio sarei andato via un secondo dopo. Loro avevano detto che in caso di mancato passaggio sarebbero usciti dalla maggioranza. Poi hanno cambiato idea, perché hanno l’assessore: si sono tenuti la poltroncina».
Il Pd nelle ultime settimane ha cambiato linea più volte
«La settimana scorsa il Pd vota la mozione dei sindaci per la pace. Io interloquisco con la capogruppo e mi dice che, una volta votata quella mozione, quella dei Verdi diventa impossibile da sostenere. Poi vanno in aula e lunedì il Pd cambia di nuovo posizione. In principio erano per interrompere il gemellaggio, poi per la mozione dei sindaci per la pace — che implica invitare anche il sindaco di Tel Aviv — poi di nuovo per la sospensione. Una posizione assurda: si invita un sindaco con cui hai appena interrotto il gemellaggio? Vi pare possibile?».
Poi la mozione è stata respinta. Come ci si è arrivati?
«Perché tre consigliere del Pd e tre della Lista Sala alla fine hanno votato contro. Più l’opposizione, più noi di Azione e Italia Viva. Diciassette favorevoli, ventuno contrari. Le tre colleghe consigliere del Pd esprimono la parte riformista del partito, e hanno avuto serio un atteggiamento di responsabilità. Ma è stato importante anche il lavoro di alcuni assessori, come Marco Granelli e Manuel Conte, sull’interlocuzione con li consiglieri della lista civica: si stavano per astenere, poi hanno cambiato in no».
Qual è la sua lettura politica complessiva?
«I Verdi hanno voluto spingere fino all’inverosimile per creare una spaccatura e saldarsi con le piazze. Il Pd è andato loro dietro. Quello che mi preoccupa davvero è la radicalizzazione del Partito Democratico: la capogruppo Uguccioni in aula ha parlato di “genocidio” a Gaza. È una parola gravissima, e dice molto su quanto vogliano cavalcare le piazze pro-Pal. Su questi temi il Pd ormai parla come un collettivo studentesco».
Ora cosa succede alla maggioranza?
«È una maggioranza talmente sbrindellata e spaccata che andrà avanti per inerzia. Ma forse, finalmente, abbiamo almeno liberato Milano da un dibattito infinito sulla politica estera. Per mesi, se non un anno, siamo rimasti schiavi del ricatto di due consigliere dei Verdi — una eletta con centosettantotto voti, l’altra con centocinquanta — e abbiamo parlato solo di questioni internazionali, mai della città. Spero che nell’ultimo anno di mandato si torni a parlare di Milano: di come concludere e di come impostare il dopo».
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