“A sinistra volano gli insulti e si stanno compilando vere liste di proscrizione”. Il sussurro raccolto ieri mattina nei corridoi di Palazzo Marino, è la fotografia più cruda di ciò che resta del campo largo milanese dopo il voto di lunedì sera. Diciassette favorevoli, ventuno contrari: l’ordine del giorno dei Verdi sulla sospensione del gemellaggio con Tel Aviv è caduto grazie ai voti contrari di tre consigliere del Pd — Roberta Osculati, Alice Arienta, Angelica Vasile — e di tre della Lista Sala, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone. Le tre dem, fuori dalla linea ufficiale del gruppo, hanno motivato la scelta con una nota dal tono limpido.

“Il rapporto tra Milano e Tel Aviv non è solo un atto amministrativo o simbolico. Deve essere interpretato come la scelta di stare con chi, anche dentro il conflitto più lacerante, continua a credere che la convivenza sia possibile”, scrivono. “La narrazione che palestinesi e israeliani siano sempre gli uni contro gli altri non è l’unica, è la più comoda. Il 30 aprile scorso Tel Aviv ha ospitato la terza edizione del People’s Peace Summit, il più grande raduno del movimento pacifista israeliano e palestinese. In Israele chiedere la pace è considerato tradimento, ma a Tel Aviv è possibile. Se loro hanno il coraggio di stare insieme, chi siamo noi per spezzare questo filo? Milano, città europea e internazionale, ha il dovere di sostenere chi costruisce dialogo”.

La serata è stata di quelle che restano negli annali del consiglio comunale. Aula piena, pubblico in tribuna eccitato dalla mobilitazione pomeridiana sulla Flotilla, tensione palpabile dai banchi. La mozione è stata richiamata fuori prassi da Deborah Giovanati di Forza Italia: i Verdi avrebbero preferito non portarla al voto, conoscendone l’esito, ma Francesca Cucchiara ha tenuto il punto, occupando con Tommaso Gorini il centro dell’aula nelle pause. Quando Daniele Nahum, consigliere di Azione ed esponente della comunità ebraica milanese, è intervenuto ricordando che a Gaza è in atto la tregua, dal pubblico sono volati epiteti pesanti: “fascista”, “buffone”, qualcuno gli ha gridato che le sue parole “negano la Shoah”. I vigili hanno dovuto accompagnare all’esterno i più agitati.

A far precipitare il quadro politico, oltre alla conta dei voti, è stato però l’intervento della capogruppo dem Beatrice Uguccioni, che dai banchi del Pd ha attaccato i “piani superiori” — riferimento trasparente al sindaco e alla giunta — accusandoli di non aver dato seguito al voto di ottobre. Ieri mattina, ai margini della presentazione del progetto Giardini Manifesto in viale Toscana, Beppe Sala ha replicato senza mezzi termini. “Le ho trovate improprie, quelle parole. Non è che ‘ai piani alti’, come se fosse qualcun altro, non si fosse rispettata la loro opinione. Se dobbiamo essere gli uni e gli altri va bene, ma ragioniamo e capiamo se possiamo essere una cosa sola o no. Ieri si è consumata una frattura, non c’è dubbio. Vedremo l’entità nei prossimi giorni”.

Italia Viva traduce il malessere in proposta istituzionale. “Sono emersi comportamenti coerenti, inclusi quelli dei Verdi, e comportamenti meno coerenti, in particolare da parte del Pd”, osserva il consigliere Gianmaria Radice. “Spetta al partito di maggioranza fare un chiarimento al proprio interno. Ma soprattutto, come da posizione ufficiale di Italia Viva metropolitana espressa dal senatore Ivan Scalfarotto, è giunto il momento di una verifica di maggioranza vera. Oggi siamo di fronte a un bivio che non rappresenta solo la rottura nella coalizione, ma anche dentro il Pd. Serve svelenire il clima e ritrovare il metodo della sintesi, quello che la settimana scorsa aveva prodotto la conferenza dei sindaci della pace”.
Più duri, ovviamente, gli oppositori. “L’esperienza del centrosinistra a Milano è finita, questa amministrazione non ha più le carte in regola per governare la città”, attacca senza mezzi termini il capogruppo della Lega Alessandro Verri. “Più che una verifica, la vera prova è andare alle urne”.
Noi Moderati, con Mariangela Padalino, e la Lista Civica di Manfredi Palmeri firmano una nota congiunta tagliente che è una vera sentenza: “Erano partiti per sospendere il gemellaggio con Tel Aviv, sono finiti per rompere quello dentro la maggioranza e col sindaco. Milano ha bisogno di una guida seria, non di vedersi scaricare addosso i litigi di posizionamento per le prossime elezioni”.