Il gemellaggio che separa la politica
Gemellaggio Milano-Tel Aviv, frattura nella maggioranza Sala: l’estremismo pro-Pal festeggia la sconfitta e tiene in ostaggio la città
Quando Beppe Sala dice che “ieri si è consumata una frattura, non c’è dubbio”, parla da primo cittadino che non può più non riconoscere la crepa aperta tra lui e un pezzo della politica di cui dovrebbe essere referente. Le parole le sceglie con cura, perché sa che a Palazzo Marino non si è votato soltanto sulla sospensione di un gemellaggio. Si è votato sulla tenuta di una maggioranza che da mesi non riesce più a riconoscersi in chi la rappresenta.
La capogruppo Uguccioni che evoca i “piani superiori” — formula da consorzio di condominio, non da partito di governo — restituisce l’immagine plastica di un Pd milanese che, anziché stare al fianco del proprio sindaco, preferisce parlargli contro dai banchi dell’aula. E il sindaco, per una volta, reagisce: improprie quelle parole, dice, e improprio l’atteggiamento di chi finge di non essere parte della stessa giunta che ha deciso di mantenere il rapporto con Tel Aviv.
Prescindiamo pure dal fatto che la sola idea di smontare il gemellaggio con la città più aperta, laica, inclusiva e tollerante di tutto il medio oriente, governata da anni da sindaci progressisti, ci dice molto sul cervello collettivo dei proponenti e rileviamo che sotto, in realtà, scorre un fiume più profondo. Milano è una città che produce, che attrae capitali, che progetta Olimpiadi e che chiede risposte su affitti, sicurezza, trasporti.
Una città che da un sindaco riformista pretende governo, non testimonianze militanti. È qui che il discorso si fa scomodo. Perché i consiglieri Verdi e la pattuglia della sinistra dem che da mesi tengono in ostaggio l’aula su un tema di politica estera, e che ieri si sono intestati la sconfitta come se fosse una medaglia, devono prendere atto di una circostanza elementare: forse rappresentano numericamente ancora ancora la maggioranza politica della coalizione, ma di sicuro non rappresentano la maggioranza dei milanesi. Rappresentano una minoranza ideologica, rumorosa, capace di occupare il centro dell’aula con le magliette, ma non di essere voce della città. Sarebbe ora, per il bene di Milano, che se ne facessero una ragione. Che restituissero al sindaco — e all’idea stessa di amministrazione — lo spazio che spetta a chi è stato eletto per governare, non per piantare bandiere su Gaza dalle finestre di Palazzo Marino.
Le tre consigliere dem che hanno votato no, insieme ai tre della Lista Sala, hanno detto a voce alta ciò che è chiaro da settimane: il re è nudo, e il vestito glielo stanno facendo a brandelli i suoi sarti. Beppe Sala dice che “qualcosa si è rotto”: un anno manca al voto, i milanesi non meritano di trascorrerlo a contare i cocci.
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