Le prossime elezioni in Germania per il Bundestag, l’assemblea legislativa tedesca, hanno un rilievo non solo nazionale, ma appaiono fondamentali per l’Unione europea tutta, di cui la Germania è il paese più popoloso, più ricco e, secondo molti osservatori, meglio governato. Se i sondaggi sin qui pubblicati non sbagliano, Olaf Scholz, il ministro delle finanze socialdemocratico del quarto governo Merkel, ha buone probabilità di succedere alla cancelliera. La sua popolarità nelle ultime settimane della campagna elettorale ha trascinato la SPD alla prima posizione, dopo esser stata terza dietro il partito di Angela Merkel e i Verdi di Annalena Baerbock. In quasi tutti i regimi democratici gli elettori sembrano ormai scegliere un leader piuttosto che un partito: ciò accade anche in Germania, dove non vi è l’elezione diretta del primo ministro poiché questi viene scelto dai partiti nel Bundestag, evidentemente tenendo conto dei risultati elettorali.

Il percorso di Scholz verso la cancelleria è particolarmente interessante. Candidato alla presidenza del suo partito nel dicembre del 2019, Scholz era stato sconfitto dalla base che, considerandolo troppo moderato, aveva scelto esponenti dell’ala più radicale. È però proprio il moderatismo centrista del ministro delle finanze che lo ha fatto preferire alla fine dalla SPD per la candidatura alla cancelleria, quando peraltro quasi nessuno pensava che essa fosse conquistabile da un socialdemocratico. Nel corso della campagna, sono state le posizioni centriste del ministro delle finanze, insieme alla sua comprovata competenza che, unitamente alla debolezza manifestata sia dal candidato democristiano, Laschet, che da quella dei Verdi, Baerbock, hanno permesso la sua scalata nei sondaggi. Che oggi lo hanno portato in pole position per la cancelleria.

Questa sua crescita di popolarità (almeno nelle indagini sulle intenzioni di voto) ha avuto ovviamente un impatto positivo anche sui consensi per il suo -fino ad allora debole – partito politico. Gli elettori tedeschi che vogliono Scholz alla cancelleria a Berlino devono votare per la SPD. Come è possibile che in realtà accada, nella misura in cui i sondaggi abbiano realmente colto gli umori dell’elettorato in questo momento. Bisogna considerare inoltre che in un sistema multipartito come la Germania, dove dalla Seconda guerra mondiale in poi unicamente nel 1957 un partito da solo, la CDU di Adenauer, ha vinto le elezioni, le coalizioni sono necessarie per formare una maggioranza parlamentare. E, negli ultimi anni, la coalizione fra i cristianodemocratici e i socialdemocratici ha governato il paese al centro. Questa volta, se Scholz arriverà alla cancelleria, la maggioranza sarà probabilmente formata da tre partiti: la SPD, i Verdi ed il partito liberale, con la SPD in una posizione dominante rispetto alle coalizioni del passato con la CDU, nelle quali essa era invece il partner minore. Insomma, un governo di centro non esclude l’alternanza almeno del partito preminente della coalizione, dalla quale questa volta potrebbe addirittura essere esclusa la CDU.

Si osservi che questa formula di un governo centrista si è affermata, con il presidente Macron, anche in un paese come la Francia, che ha un sistema di governo e delle leggi elettorali del tutto diverse da quelle della Germania.
In Francia – in virtù del sistema elettorale – sono gli elettori direttamente, piuttosto che i partiti, ad aver scelto, con le loro preferenze al secondo turno, il candidato centrista. E magari lo risceglieranno di nuovo, se arriverà al secondo turno delle elezioni presidenziali. Per ragioni ancora diverse, si può dire che anche in Italia esiste oggi un governo di centro o di grande coalizione. Questo non è stato voluto esplicitamente né dagli elettori, né dai partiti politici, i quali lo hanno subìto, data la loro incapacità di trovare una maggioranza in seno al parlamento. Il governo Draghi è un esecutivo vicario o luogotenenziale, che i partiti hanno dovuto accettare, ma che ha tuttavia un largo sostegno popolare, confermato anche dai sondaggi di opinione svolti in questi ultimi giorni (malgrado un lieve calo di consensi in agosto). Esso scadrà con la fine della legislatura.

Infatti, la chance che esso sopravviva alle prossime elezioni è molto piccola. Questo soprattutto perché la legge elettorale in vigore, con il suo meccanismo maggioritario per quanto limitato, forza i partiti di centro destra come quelli di centro sinistra a coalizzarsi nei collegi uninominali, grazie ai quali, soprattutto il centro-destra, potrebbe ottenere la maggioranza nelle due camere. C’è dunque la prospettiva di un ritorno al bipolarismo, che in Italia rischia di funzionare nel modo peggiore, poiché il polo eventualmente vincitore è formato in entrambi i casi – sia nell’ipotesi di vittoria del centrodestra che in quella dell’affermazione del centrosinistra – dall’insieme delle forze moderate e delle forze massimaliste presenti in entrambi gli schieramenti. Si pensa sovente che la contrapposizione destra/sinistra sia quella giusta per un sistema democratico basato sull’alternanza.

In realtà, in Italia, ancor più che altrove, la vera opposizione è fra le forze moderate che esistono nei due poli elettorali e le componenti radicali, che appaiono in ogni caso necessarie per la vittoria di una delle due coalizioni della polarità destra/sinistra. In realtà, solo la collaborazione dei moderati, al di là delle loro diverse specifiche identità, potrebbe dare al paese un governo in grado di integrarsi pienamente con i partner dell’Unione Europea. Ma questo suppone che si separino, a destra come a sinistra, le forze moderate da quelle radicali. E questo potrà (forse) accadere solo in assenza di un vincitore alle prossime elezioni fra le due coalizioni, le quali, mentre Draghi governa, si preparano alla competizione. Salvo unknown unknown, veri e propri imprevisti, è molto improbabile che la cooperazione fra le forze moderate e pro-europee possa nascere prima delle prossime elezioni. E forse non vedrà la luce neanche dopo.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino