Quindici anni, in politica, sono una vita. Soprattutto per chi è chiamato a governare la prima potenza economica europea: la Germania. Quindici anni di cancellierato: l’era di Angela Merkel. A trarne un bilancio, guardando al futuro, è uno dei più autorevoli studiosi del “pianeta tedesco”: Angelo Bolaffi, filosofo della politica e germanista, dal 2007 al 2011 direttore dell’Istituto di cultura italiana a Berlino, autore di numerosi saggi tra i quali ricordiamo: Il sogno tedesco. La nuova Germania e la coerenza europea (Donzelli, 1993), Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea (Donzelli, 2013), Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca (con Pierluigi Ciocca, Donzelli 2017), Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile (Donzelli, 2019) e il più recente Calendario civile europeo (con Guido Ganza, Donzelli, 2020).

Angela Merkel, quindici anni alla guida della Germania. Un’era politica. Quale bilancio trarre, anche in prospettiva della sua annunciata uscita di scena?
La prima valutazione che possiamo dare, prim’ancora che finisca il suo cancellierato, è che Angela Merkel è entrata nella storia. Detto questo, sarei un attimo cauto non tanto sull’abbandono della vita politica tedesca, perché credo che, salvo situazioni largamente imprevedibili, questo non avverrà. Lei manterrà fede alla parola data, tanto più che a gennaio la Cdu terrà il suo congresso per eleggere il segretario generale e come è noto la Merkel aveva detto sempre che era stato un errore di Schröder aver lasciato la segreteria della Spd rimanendo cancelliere. La Merkel lo ha fatto negli ultimi due anni, quando non voleva ricandidarsi dopo le elezioni del 2016. Questo indica che non si ricandiderà alla cancelleria. Nel mondo di oggi, in piena pandemia, non sapendo che succede negli Stati Uniti d’America, con Orbán e Kaczyński che fanno i birboni, con un Governo italiano certamente non fortissimo, un anno equivale a un’epoca. Da qui al settembre del 2021, può succedere molto, però possiamo dire che è molto probabile che, a differenza degli altri due grandi cancellieri della storia tedesca, grandi almeno per quanto riguarda la durata del loro cancellierato, e cioè Otto von Bismarck e Helmut Kohl, la Merkel sarebbe l’unica che abbandonerebbe il cancellierato da vincitrice, stando a quanto ci dicono le indagini demoscopiche, vale a dire che se oggi ci fossero le elezioni, probabilmente la Merkel verrebbe eletta a furor di popolo. Quello della cancelliera è un bilancio ancora molto in fieri, perché intanto deve finire il semestre tedesco di presidenza dell’Unione europeo, che è il punto più alto nella parabola della “cancelliera d’Europa”, nel senso che è il momento in cui la cancelliera tedesca, del Paese più forte d’Europa, ha anche in mano i cordoni sia della borsa che dei valori d’Europa. Una cosa si può affermare con nettezza: se l’Unione europea ancora c’è, gran parte del merito è di Angela Merkel. Se poi attraversiamo i quindici anni di cancellierato, ci accorgiamo di una Merkel che apprende dall’esperienza e diventa sempre più europeista. E stiamo parlando di una cancelliera che ha attraversato il periodo più carico di crisi conosciuto dall’Unione europea nella sua storia.

E allora, professor Bolaffi, facciamo questo viaggio nei quindici anni dell’era Merkel.
Fino al 2002, quando nel referendum ci fu la bocciatura in Francia e Olanda del progetto di Costituzione europea, l’Ue era andata avanti per forza d’inerzia, anche durante gli scossoni degli anni della riunificazione tedesca. Dopo il 2002, proprio a seguito della riunificazione tedesca che ha cambiato gli equilibri europei, si manifestano problemi molto profondi nell’assetto dell’Europa. E la Merkel ha dovuto affrontare a cominciare dal 2007 – lei era stata eletta nel 2005 – il problema, non da poco, di redigere il Trattato di Lisbona. Un Trattato che in qualche modo ha messo le “pezze” al fallimento del progetto di Costituzione europea, cercando di portare avanti in altra forma quell’idea di progresso istituzionale dell’Europa e di realizzare alcune delle indicazioni del Trattato di Maastricht. Poi c’è stata la grande crisi dei debiti sovrani, nel 2007-2008. Una crisi che nasce in America e che poi si è estesa all’Europa e che ha toccato in modo particolarmente drammatico i Paesi del Sud Europa: Italia, Spagna e Grecia. Anche in questa occasione la Merkel ha avuto un atteggiamento di progresso. Fino a un certo periodo è stata reticente, insicura e molto guardinga, almeno fino all’agosto del 2011, con la famosa conferenza stampa con Sarkozy quando ci fu il sorrisetto ammiccante contro Berlusconi. Poi dopo, e qui siamo al luglio del 2012, con il “whatever it takes” di Mario Draghi, che non avrebbe potuto mai dire senza l’appoggio della Merkel, la cancelliera tedesca capisce che sia la crisi italiana sia quella greca sono una sfida non solo a questi Paesi. Per un certo periodo, la cancelliera era stata insicura se essere d’accordo con Schäuble, a quei tempi potentissimo ministro delle Finanze tedesco, sull’uscita o meno della Grecia dall’Ue. Ma all’originaria insicurezza, si sostituisce una determinazione ferrea: contro Schäuble, la Merkel vuole, insieme ai francesi, la Grecia in Europa, e quindi decide che bisogna fare il grande gesto per cui la Banca centrale europea, guidata da Draghi, col consenso della Germania, salva l’euro.

E dopo?
Altro passaggio cruciale: dopo il disastro nucleare di Fukushima, la Germania decide di mollare l’opzione, sia pure in maniera “futurologica”, prospettica, dell’energia atomica. Nel 2015 c’è poi la crisi dei migranti. Merkel decide contro il suo stesso partito e contro una parte della Germania, di aprire la porta a un milione di migranti. Ci fu allora un grande dibattito, e molti dicono che la decisione sia stata presa dalla cancelliera nel momento in cui, dopo una telefonata col cancelliere austriaco, si convince che ributtare i migranti provenienti dalla Siria nei Paesi balcanici, avrebbe aperto una crisi profonda e dagli esiti incalcolabili in un’area, quella dei Balcani, che è stata luogo storico delle crisi europee, dalla Prima guerra mondiale alla guerra di dissoluzione della Jugoslavia. Accogliendo un milione di rifugiati, la cancelliera ruppe l’equilibrio anche all’interno della Germania con la nascita di Alternative für Deutschland, un partito di estrema destra. E in ultimo, in ordine di tempo ma non certo d’importanza, adesso ha affrontato, anche qui con un attimo di esitazione, la pandemia. La Germania nelle prime due settimane della crisi Covid-19, febbraio-marzo di quest’anno quando scoppia la pandemia soprattutto in Italia, reagisce in maniera egoistica, chiudendo le frontiere all’export di materiali sanitari verso l’Italia. Poi cambia posizione e la pandemia diventa, sulla spinta del duo Macron-Merkel, un momento “hamiltoniano”.

L’idea federalista americana trasportata in Europa…
Un federalismo europeo, o quantomeno l’idea di poter pensare a un debito comune o a qualcosa che si avvicinasse a una finanza comune. Nel frattempo, la Merkel è riuscita a porre a capo della Commissione europea una sua alter ego, la Ursula von der Leyen. Alter ego nel senso pieno perché non dimentichiamoci che le due donne rappresentano le due Germanie, venendo una dall’Est, la Merkel, e una dall’Ovest, la von der Leyen. A questo punto, la Merkel porta la Germania al limite di quello che è stato finora pensabile per quel Paese. In fondo, la Germania è rinata come potenza economica con grande reticenza dal punto di vista politico…

Vale a dire?
La Germania ha cercato sempre di tenersi “coperta”. In politica estera si è “coperta” molto con gli Stati Uniti, e a conferma c’è l’insistenza della Merkel e della von der Leyen sul rapporto transatlantico, e qui c’è una forte differenza con Macron. Adesso però, l’idea di un’Europa orfana della protezione americana, anche se Biden probabilmente riaprirà i rapporti col Vecchio continente incrinati da Trump, ma non li riaprirà mai più come erano stati una volta. E questo costringerà l’Europa e quindi la Germania ad assumere decisioni strategiche, politiche e geopolitiche, in qualche modo impreviste da quando la Germania è uscita dalla grande catastrofe del nazionalsocialismo. Qui finisce la Merkel. E dopo che c’è? Ma questa è una storia tutta da scrivere.

Alla luce di questo ricco excursus storico-politico, vorrei chiederle questo: sul piano della cultura politica, come definirebbe Angela Merkel? Una conservatrice illuminata?
L’Unione europea come risposta ai totalitarismi del XX secolo: fascismo, nazismo e stalinismo. La Merkel impersona, nel suo equilibrio politico, la sintesi dell’opposizione, che lei ha vissuto in prima persona, ai totalitarismi. E questo è un fatto che offre anche la chiave di lettura dell’equilibrio della politica tedesca. In fondo la Germania è l’unico Paese europeo che ha pagato il peso dei due totalitarismi, e questo non è poco. Direi, infine, che Angela Merkel è stata rappresentante della tradizione moderata illuminata di matrice democratico-cristiana. Che poi è la forza portante dell’Unione europea, perché su questo la sinistra ha avuto tante esitazioni, anche se adesso è più europeista degli europeisti, almeno a parole. Ed è la statista che è riuscita meglio di tutti gli altri leader politici del mondo, a rappresentare la capacità di rispondere alle sfide del XXI senza dimenticare le lezioni del XX. Questa è la sua forza. Gli altri hanno fatto l’uno o l’altro: hanno risposto alle sfide, ma magari diventando dittatori, o coartando la democrazia, oppure non rispondono, non essendone capaci. Lei ha risposto alle sfide tenendo fede alle lezioni anti-totalitarie del XX secolo. E basterebbe questo per farla entrare nella Storia. Dalla porta principale.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.