Non è l’Arena. Infatti è un Tribunale speciale, dove si celebra il processo “Trattativa-due” dello Stato con la mafia. I soggetti sono sempre gli stessi, per lo meno quelli che rappresentano l’accusa, cioè tutti meno uno. C’è il pm che urla “mi sono rotto le balle”, Massimo Giletti. C’è il pm politico, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. C’è il pm più puro e più eroe di tutti, Nino Di Matteo (intervista registrata). Ci sono, un po’ più defilate, le giornaliste Sandra Amurri e Rita Dalla Chiesa. Il gruppone dei pm è anche giudice, svolge le due parti in commedia, come si conviene nei tribunali speciali, fin da prima che si ponesse il problema della separazione delle carriere.

Durante il fascismo il tribunale speciale era stato voluto da Mussolini, quindi stava dalla parte del governo. Nei processi-trattativa invece lo Stato, o una sua parte, sta sul banco degli imputati, per di più nello scomodo ruolo del contumace. In questo caso il ministro Bonafede era stato invitato a sedere anche fisicamente sul banco degli imputati. Ma, un po’ perché reduce da una sfortunata telefonata in una precedente udienza del processo, un po’ perché conosce bene, per esserne lui stesso stato artefice, la subcultura delle forche, fatto sta che si tiene ben lontano da quest’aula dove gli accusatori e i giudici sono le stesse persone e gliel’hanno giurata. Ma è presente il suo difensore, si dirà. Ecco, più che avvocato di Bonafede, Gian Domenico Caiazza (che considera il guardasigilli “una sciagura”) pare un prigioniero politico. Apparentemente è stato invitato perché si è permesso di criticare Giletti sul Riformista, e questo al conduttore-pm-giudice deve parere intollerabile. Infatti non lo lascia parlare, lo interrompe, gli urla addosso. Intanto si crea il clima, sempre più fosco, teso a mostrare un Paese in cui i delinquenti e i mafiosi comandano e dispongono a proprio piacimento degli uomini dello Stato.

Lo schema è il medesimo del processo Stato-mafia sugli anni 1992-1993. Pare una pièce scritta e sceneggiata dallo stesso autore. Del resto chi era il principale pubblico accusatore del primo processo se non Nino Di Matteo? Allora si diceva che uomini dello Stato, militari e politici, per salvaguardare la propria incolumità, o anche per altri inconfessabili motivi, favorirono la mafia liberando dai vincoli del carcere duro e impermeabile del 41 bis una serie di esponenti della criminalità organizzata. Più picciotti che boss, a onor del vero. Ma non importa. Quel che conta, per celebrare processi e riscrivere la storia, è denunciare complotti, con il massimo della fantasia. E uscirne puri, sempre più puri.
La storia di oggi parte apparentemente il 21 marzo scorso, il giorno in cui emanata una circolare. Non bisogna dimenticare il clima, angosciante e ansiogeno di quei giorni, non solo in Italia. Eravamo in piena sindrome da coronavirus, chiusi nelle case e con la paura che ci teneva distanti gli uni dagli altri. In tutta Europa, a un certo punto, i governi si erano posti il problema delle carceri, perennemente sovraffollate e con l’impossibilità di avviare alcuna forma di prevenzione che non comportasse un certo numero di scarcerazioni, cosa che fu fatta, dalla Francia persino fino alla Turchia.

C’erano state anche manifestazioni e devastazioni nelle carceri. Nacque così il decreto governativo “Cura Italia” che prevedeva la possibilità che la pena detentiva non superiore a 18 mesi potesse essere scontata presso il proprio domicilio. Cosa che nel giro di pochi mesi ebbe un notevole effetto deflattivo, con il ritorno a casa di circa diecimila detenuti. Con l’eccezione di coloro che fossero condannati, o anche solo imputati, per i reati più gravi. In questo clima di preoccupazione, di ansia e di paura per la salute di tutti, e con il terrore che scoppiasse una colossale epidemia all’interno delle carceri, il governo assunse anche un’altra iniziativa. Fu il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) a inviare, sulla scorta del parere dei sanitari, una circolare nelle carceri perché venissero segnalate le situazioni di gravi patologie come i tumori e le cardiopatie e allertati i pericoli di contagio delle persone più fragili. La segnalazione viene presa molto seriamente e diversi giudici e tribunali di sorveglianza cominciano a disporre il differimento pena nei confronti di una serie di detenuti gravemente malati, pur se condannati o imputati di reati gravi. I quali vengono mandati provvisoriamente a casa.

Pare quasi un segnale, un vero drappo rosso agitato davanti al toro. Succede di tutto. Il quotidiano Repubblica si scatena, il presidente della Commissione Antimafia comincia a fare pressioni perché vuole l’elenco dei “mafiosi scarcerati”, che poi regolarmente viene pubblicato, anche con numeri sbagliati, per meglio drammatizzare. Ma lo si saprà in seguito. Il capo del Dap Basentini è costretto alle dimissioni. Ed è a questo punto che spunta l’uomo del processo-trattativa. Il dottor Nino Di Matteo, ormai membro del Csm, in una delle tante puntate di Non è l’arena, comincia a processare il ministro Bonafede perché, due anni prima, gli aveva promesso e poi sottratto, in seguito a minacce mafiose, proprio la presidenza del Dap. Si comincia così a collegare le manifestazioni delle carceri dei primi di marzo di quest’anno con le intercettazioni in cui nel 2018 i mafiosi si erano lamentati per la prospettiva che Di Matteo diventasse il capo delle carceri. Si trascura il fatto che le “scarcerazioni dei boss” fossero in realtà solo differimenti pena provvisori legati a motivi di salute e al timore di contagi letali. Tutto diventa complotto e ricatto. Lo Stato, nelle figure del dottor Basentini e di altri suoi collaboratori del Dap, si sarebbe piegato al ricatto del boss, e rimandandoli nelle loro case avrebbe mandato un messaggio molto chiaro alla mafia. E insieme a lui il ministro.

In questo scenario che si è ripetuto ogni domenica per mesi e che è ripreso due sere fa con lo stesso schema, che cosa c’entrava la presenza dell’avvocato Caiazza, se non in veste di prigioniero politico di un processo da tribunale speciale? Il presidente delle Camere penali ha tentato invano di spiegare che di quei famosi 223 detenuti ai domiciliari la metà era fatta di persone in custodia cautelare, quindi non ancora processata, quindi innocente secondo la Costituzione, e che la sospensione della pena per motivi sanitari per i condannati non può fare distinzione tra detenuti. Niente da fare. Ci pensa de Magistris, che ostenta alle sue spalle la foto di Falcone e Borsellino pur essendone lontano anni luce, a rispolverare l’avverbio preferito dai processi staliniani. Qui si è “oggettivamente” favorita la criminalità organizzata, dice. Ecco il processo trattativa-due.