Non so voi, ma io non ne posso più. Con tutto il rispetto dei protagonisti, per carità, ma davvero: non se ne può più. Il “tormentone” – cioè la ripetizione martellante ed ossessiva della medesima espressione – funziona meravigliosamente negli sketch comici, o nei successi musicali estivi: nella quotidianità sociale e politica diventa semplicemente insopportabile. Diventa un tormento, che è una cosa molto diversa.  Questo è il caso della diatriba tra il magistrato Nino Di Matteo e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. È di queste ore l’ennesima, solenne intervista nella quale Di Matteo – come leggiamo – rilancia, ribadisce, non molla la presa. Il ministro Bonafede gli ha negato, due anni fa, la direzione del Dap, 24 ore dopo avergliela proposta.

Il ministro precisa che le cose non stanno esattamente così, che la proposta era in alternativa alla Direzione Generale degli Affari Penali, e che lui il giorno dopo gli caldeggiò solo quest’ultima. Sfumature, scegliete voi a quale delle due versioni preferite dare credito, non cambia granché. È accaduto che il ministro ha deciso di nominare al Dap non Matteo Messina Denaro, ma un altro pm, Francesco Basentini. Di Matteo non l’ha presa benissimo, e non stentiamo a credergli, ma non batte ciglio e tiene l’amarezza per sé, come si conviene non solo a uomini delle istituzioni, ma in genere quando si tratta di esercizio di una discrezionalità politica, e soprattutto quando questa scelta ha escluso proprio te. È cosa almeno inelegante che sia l’escluso a questionare sulla scelta. A meno che quella scelta non sia inquinata da fatti inconfessabili, tipo un diktat dei detenuti al 41 bis, che a dire della Polizia Penitenziaria, non avevano espresso entusiasmo – pensa tu che sconvolgente notiziona- in relazione a quella eventualità.

Poi, due anni dopo, ed è cronaca di questi giorni, Basentini si dimette e viene nominato altro pm, il Procuratore generale di Reggio Calabria, Dino Petralia. Di Matteo – forse ferito una seconda volta nelle sue aspettative – sente questa volta il dovere di telefonare non ad un amico per uno sfogo, ma a Non è l’Arena di Massimo Giletti in diretta televisiva, per raccontare per la prima volta come andò con il ministro, non mancando di sottolineare ripetutamente la contestualità con quei rumors mafiosi. Il Giletti, che da qualche anno si è persuaso di essere un giornalista di inchiesta, coglie l’occasione della vita e ci imbastisce non so più se tre o quattro puntate, perché “la gente deve sapere, e vuole capire” se abbiamo un ministro di Giustizia che prende ordini dai detenuti al 41 bis.

Di Matteo deve aver colto la enormità devastante dell’innesco, e nelle successive occasioni precisa di non sapere, anzi di escludere, che questo possa essere accaduto. Aveva fatto una semplice constatazione, quello che in giurisprudenza viene chiamato “un accostamento suggestionante” che, detto tra di noi, sarebbe allora meglio non fare a vanvera, ma che piace ad una certa magistratura “d’assalto”, che la sa lunga sui poteri forti, le trattative, le oscure trame e cose simili. Tipo le indagini leggendarie di Luigi De Magistris, nella gran parte naufragate più che per “insussistenza”, in realtà per “incomprensibilità” del fatto. Il quale De Magistris infatti è ospite fisso della saga “Di Matteo-Bonafede” di Giletti, il quale è attratto senza freni da quel genere di letteratura, e ci sguazza felice.

Insomma, Di Matteo lo ribadisce anche da ultimo: niente condizionamenti mafiosi, altrimenti li avrei denunciati subito. Benissimo. Allora di cosa stiamo parlando, da un paio di mesi, abbiate pietà? Dice oggi: qualcuno gli fece cambiare idea. Ah non c’è dubbio, direi che possiamo darlo per scontato. Può essere stata la moglie, il suo capo di gabinetto, un amico dei tempi dell’Università, la lettura di un curriculum, una forte pressione a caldeggiare candidature alternative per la più remunerata carica nella Pubblica Amministrazione, un ripensamento su doti di sobrietà comunicativa (per esempio), o di affidabilità politica (scusate la parolaccia). Possiamo andare avanti per ore. E quindi? Meno male che Giletti ha finito le puntate. Però ora c’è Morra con la Commissione Antimafia (ma non si è detto che la mafia non c’entrava nulla? Boh).

Morale della favola, qui si ragiona così: poiché Di Matteo è un magistrato molto esposto nelle inchieste contro la Mafia, chiunque esprima qualche riserva, per esempio nel promuoverlo alla Direzione nazionale Antimafia, o al DAP, o altrove, dovrà essere investigato almeno giornalisticamente fino a quando non giustifichi la sua scelta scellerata. D’accordo, se questo è il nostro destino di cittadini, lo accettiamo con rassegnazione. Ma almeno, possiamo sperare in una qualche conclusione? Diamo anche il tempo per un prossimo istant book dal titolo Chi non volle Di Matteo al Dap, con relative presentazioni, dibattiti e discussioni.

Poi però, ad un certo punto, vi scongiuro: stabiliamo un termine di prescrizione dell’atroce misfatto, maturato il quale non ne parliamo più. Hai visto mai che, con l’occasione, il ministro Bonafede finisca per comprendere quale presidio sia quell’istituto di antica civiltà giuridica che ha voluto irresponsabilmente cancellare. Hai visto mai che da questa storia noiosa si riesca a tirare fuori qualcosa di buono.

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