Di Matteo è tornato in Tv, che è il luogo dove abitualmente svolge le sue più importanti attività, e ha confermato le accuse al ministro della Giustizia Bonafede. Accuse molto gravi. Dice che Bonafede non lo nominò a capo del Dap (il dipartimento che governa le carceri), due anni fa, perché contro di lui fecero pressione i capi della mafia in prigione. E dice che Bonafede cedette a queste pressioni. A occhio si dovrebbe trattare di “concorso esterno in associazione mafiosa”, da parte del ministro, che è un reato così vago che è difficile sfuggirgli. E che in genere viene pagato con molti anni di prigione. Di Matteo dice anche, implicitamente, che lui per due anni, pur a conoscenza di questo reato del ministro, lo coprì evitando di denunciarlo. E dunque che anche lui, in questa vicenda (a meno che non abbia commesso il reato di calunnia) è penalmente responsabile.

È un bel pasticcio. In aiuto di Di Matteo e Bonafede, entrambi vittime della guerra civile in corso tra giustizialisti, vengono le autorità e i giornalisti che ignorano lo scandalo, sebbene si tratti di uno degli scandali più clamorosi della storia della Repubblica. Non era mai successo che un ministro fosse accusato da un membro del Csm ed ex Pm addirittura di essere agli ordini della mafia. Nella stessa trasmissione Tv nella quale ha accusato il ministro, Di Matteo ha sostenuto anche di avere chiesto l’assoluzione degli imputati innocenti accusati dal falso pentito Scarantino. Gli avvocati lo hanno smentito. Chiese la condanna. Per quasi tutti. Solo per uno chiese l’assoluzione. E chiese la condanna fidandosi del pentito depistatore. Non solo chiese la condanna ma ricorse in appello contro l’assoluzione. I casi sono due: o Di Matteo non ricorda come andarono i processi di cui è stato protagonista, e non conosce alcuni pezzi fondamentali della storia della lotta alla mafia, oppure mente. Capite bene che in tutti e due i casi la cosa è molto preoccupante.