Teme il “caos istituzionale”. Perché in questi nove anni, quanti sono quelli che ha passato alla Corte, “il mondo è cambiato e non è cambiato in meglio” perché sono “aumentati i conflitti tra Stati, dentro e fuori l’Unione europea, dentro le nostre società dove i sistemi politici si sono radicalizzati in particolare sui temi valoriali e identitari rendendo sempre più difficili le soluzioni condivise”. Triste e amaro finale per Giuliano Amato, intelligenza sottile, al pari della sua proverbiale ironia: ha assunto la Presidenza della Corte il 29 gennaio scorso, nel pieno del terremoto quirinalizio e del bis di Mattarella. La lascia alla vigilia di un voto politico che si annuncia come un altro terremoto e di una legislatura per la prima volta a 600. Due momenti topici osservati col necessario distacco e la altrettanto necessaria consapevolezza.

Se il passaggio o di consegne al vertice di un organo di garanzia come la Corte Costituzionale è quasi sempre un rito controllato e senza scossoni quello di Amato non poteva che essere, invece, pieno di emozioni. La cerimonia di ieri non è stato un “testamento” e meno che mai un “epitaffi o”. Del resto “la storia di Giuliano Amato è patrimonio del discorso pubblico italiano ed europeo” come ha detto Sciarra toccando i numerosi incarichi della sua vita. E il suo nome tornerà presto in corsa per qualcosa. “Buckingam palace, sputa l’ipotesi Amato” si scherzava ieri citando un meme circolato sui social. Se ci dovesse essere ad esempio una Bicamerale per le riforme, il suo è il nome più spendibile. “Intanto torno volentieri ospite nelle sale della mia amata Treccani” si sarebbe confidato con i colleghi. Ancora una volta, nella cerimonia, Amato ha voluto guardare avanti. Di 171 decisioni assunte durante i suoi nove anni come giudice costituzionale, molte delle quali sulla persona e la tutela dei diritti fondamentali, tutte hanno cercato di illuminare il futuro, quello che verrà o sarà. Quando non è successo – ad esempio sui tre quesiti referendari che la Corte da lui presieduta non ha accolto (fine vita, cannabis e responsabilità civile dei magistrati) – la stessa Corte, che ha dedicato molte risorse ad una corretta comunicazione, ha rotto tutti gli schemi e ha convocato una conferenza stampa.

Quei tre No avevano un grosso impatto e andavano spiegati. Mettendoci la faccia. A qualcuno è piaciuto. Ad altri meno. Di sicuro ha contribuito alla comprensione dei fatti. Così come sull’invio di armi per supportare la resistenza ucraina: il dibattito in Parlamento era forte, trasversale, divisivo, Amato ritenne opportuno, approfittando di un incontro istituzionale, spiegare perché, Costituzione alla mano, è giusto inviare armi. Anche il saluto è diventato alla fi ne una lezione piena di moniti. I conflitti, tra Stati e nei singoli sistemi politici, “portano ad innalzare o a minacciare di innalzare barriere nazionali contro il diritto comune”. Sul fronte interno “abbiamo camminato spesso lungo il crinale che separa la nostra giurisdizione dalle scelte che competono al Parlamento”, ovvero situazioni in cui “le nostre stesse legittime decisioni hanno bisogno per realizzarsi di un conforme intervento parlamentare. È capitato spesso però di incontrare o il silenzio del Parlamento o voci discordi che hanno impedito le decisioni”.

La Corte ha proceduto negli anni seguendo “due bussole fondamentali: la collaborazione istituzionale come veicolo per garantire a ciascuno di esercitare le proprie responsabilità e l’equilibrio nella ricerca delle soluzioni”. Nel caso Taricco, ad esempio, la Corte ha saputo tutelare i principi fondamentali interni e in particolare nella materia penale (il nodo era la prescrizione dei reati) aprendo al tempo stesso a un diritto penale europeo. Così come sulla maternità surrogata, di cui Amato ha ricordato come “mai sia stato messo in dubbio il disvalore”, la Corte ha però sollecitato il Parlamento a trovare soluzioni migliori per la tutela del bambino. Questi, ha detto Amato, “sono i binari da seguire e su cui insistere anche nel futuro nonostante le tentazioni che i tempi sollecitano e che già qualcuno sta raccogliendo”. Si riferisce, il Presidente uscente, alle “tentazioni di affermare il primato del diritto nazionale su quello comune europeo”. Un problema che non riguarda solo Polonia, Romania e Ungheria ma anche Francia e Germania. Sul fronte interno preoccupa che le “difficoltà decisionali del Parlamento” cominciano a “dare fiato a tesi che ritenevo sepolte circa la giurisprudenza come fonte del diritto al pari della legislazione”.

Questa, ha detto Amato, “è la strada che porta dalle situazioni difficili al caos istituzionale”. C’è una foto potente scattata nei mesi passati. Era il 3 febbraio, Mattarella giurava in Parlamento per il bis. In Transatlantico sfilarono uno dietro l’altro, come prescrive il cerimoniale, Mattarella, Amato e Draghi. Eravamo ancora tutti con le mascherine. Venti giorni Putin dopo portò i carri armati in Ucraina. Quella foto rassicurava. Tutti. E lo ha fatto più volte in questi mesi. Oggi Draghi è dimissionato. Amato a fi ne mandato. Ci resta il Capo dello Stato. Per la Corte adesso è corsa tre. Silvana Sciarra e Daria De Petris e Nicolò Zanon hanno la stessa anzianità. Mattarella deciderà e nominerà nei prossimi giorni il successore di Amato. A quel punto la Corte si potrà riunire per eleggere il nuovo Presidente.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.