Un “soft power” che può usare anche l’opzione militare che non è però la via maestra per la soluzione delle crisi. Così Giuliano Amato definisce il ruolo dell’Europa rispetto alla guerra scatenata da Mosca in Ucraina. Dunque un ruolo chiave, mediano ma anche attivo e propositivo. Una definizione liquida che non è un ossimoro ma interpreta la strategicità di chi fa dello stare nel mezzo – come l’Europa tra Russia e Stati Uniti – un jolly e non un handicap. Certo, aggiunge subito dopo il presidente della Corte Costituzionale, «bisogna anche vedere quanto, in questo tempo di lupi, il soft power è in grado di essere efficace ed influenzare il comportamento degli altri».

Definizione geniale
“Europa soft power” della guerra è una definizione a suo modo geniale. Con il concetto di “soft power” (coniato da Joseph Nye al principio degli anni Novanta) si intende l’attitudine di convincere, guidare e condurre gli altri grazie a una capacità di attrazione. Affascinare, si potrebbe anche dire. Un ruolo nobilissimo che non a caso il presidente della Corte Costituzionale introduce nel dibattito, a volte stucchevole altre volte necessario che banalizza il tutto con “guerra sì o no”, “armi sì o no”, filoputiniani e filoucraini. La cerimonia sulla “Relazione sull’attività della Corte costituzionale nell’anno 2021” è uno di quei riti che può rischiare di diventare stanco e ripetitivo.

La cronaca e la vivacità intellettuale del presidente Amato la mettono al riparo facilmente da questi rischi. Soprattutto ai temi legati alla guerra in Ucraina, estranei per motivi di calendario dal resoconto dell’operato della Corte, Amato ha dedicato un’ora e mezzo alle domande dei giornalisti. I giudici costituzionali hanno ascoltato nella stanza accanto. Il presidente Mattarella e i presidenti di Senato e Camera avevano già lasciato il palazzo della Consulta. E la conferenza stampa è diventata una lezione universitaria. Cosa a cui ormai Amato ci ha abituato. Il “Professore” ha tenuto sempre a portata di mano la Carta costituzionale europea (il Trattato) e ha risposto intrecciando come in una tela gli articoli della nostra Carta costituzionale con quelli del Trattato che lui stesso ha contribuito a scrivere “e di cui però si sa poco”.

Perché possiamo “fare” la guerra
Il ruolo attuale dell’Italia – invio di uomini e mezzi e presidio dei confini Nato – è perfettamente previsto dai principi fondanti. I pacifisti alzano l’articolo 11 della Carta (“L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), ma al pari di quello esiste l’articolo 52 per cui “la difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. L’articolo 78 della Costituzione «per il quale il Parlamento delibera lo stato di guerra e conferisce al governo i poteri necessari – spiega Amato – implica inesorabilmente che l’Italia può trovarsi in guerra. E già questo dovrebbe bastare per rispondere al dibattito se il ripudio della guerra sia assoluto o se la guerra difensiva sia consentita dalla Costituzione». Non solo.

Circa il tormento, per qualcuno vero per altri fintissimo, se l’Italia possa contribuire alla difesa del Paese aggredito «mi limito a fare un’osservazione. Se all’Italia non fosse consentito per Costituzione di partecipare alla difesa di Paesi terzi aggrediti, sarebbero per noi illegittimi sia l’articolo 5 del Trattato Nato, sia l’articolo 42 del Trattato dell’Unione il quale dice che qualora uno Stato membro dell’Unione subisca aggressione sul suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestare aiuto con tutti i mezzi in conformità all’articolo 51 della Carta Onu che consacra il diritto di difendersi da un attacco armato prima ancora dell’intervento delle Nazioni Unite». Per essere ancora più chiaro: «Difendersi è un obbligo degli stati membri e inviare le armi è più che legittimo» sempre però tenendo conto della «priorità della pace e dei mezzi pacifici». Soft power, appunto.

Il ruolo delle Corti Europee
Per esercitarlo al meglio, però, dovrebbe essere tenuto in piedi e funzionante “un determinato sistema di relazioni”. E qui interviene uno dei passaggi chiave della relazione di Amato: «La situazione generale intorno a noi comporta tante tragiche conseguenze e getta non poche preoccupazioni sull’avvenire, anche per la tenuta degli ordinamenti costituzionali europei». Il ruolo delle Corti è fondamentale nella gestione della guerra e per frenare la crisi. Le singole Corti europee sono le garanti di un “tessuto di valori”, devono tenere «a bada pulsioni nazionali e far prevalere i valori comuni su quelli identitari». La Corte di Giustizia decide «se le devianze sono tali e devono cessare». Oggi, è l’amarissimo ragionamento di Amato, «i paesi devianti sono obbligati a ottemperare ma se non ottemperano vanno avanti lo stesso. L’Ungheria ha una collocazione asimmetrica, rispetto alla quale possono sorgere problemi. Quanto riusciranno le Corti ad evitare la frattura del tessuto che ci tiene insieme?». Perché se prevale «l’identità nazionale su quella comune siamo su uno scivolo che può portare alle conseguenze più diverse. Una Ue in cui questo scivolo prendesse spazio vedrebbe corrosa la propria unità e la propria forza».

“Avviare istruttoria contro i crimini di guerra”
Una delle domande che aleggiano sulla Corte, così come nel dibattito pubblico, è cosa possono fare ora l’Italia e l’Europa contro lo scempio di umanità e diritti che vediamo a Bucha, a Irpin e via via che le truppe russe arretrano rispetto alle città rimaste sotto conquista per quasi un mese. Ben poco, ad essere sinceri. «Gli ostacoli per processare Putin sono altrove e non nella carta europea», mette le mani avanti il Presidente della Corte. «L’istruttoria della Procura presso il Tribunale internazionale per i crimini di guerra può essere avviata per cercare prove che si trovano nel territorio di uno Stato che ha accettato lo Statuto della Corte, come l’Ucraina. E poi si vede cosa succede». Amato si è occupato anche («un’altra cosa per cui devo ringraziare Pannella…») della creazione del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nel 1998.

La giurisdizione di quella Corte, ha ricordato, «è sulle persone e sugli autori, non sugli Stati e le nazioni. Riportare i crimini di guerra allo Stato è difficile anche per l’altra Corte internazionale, quella delle Nazioni Unite». Un’istruttoria non è tuttavia il processo. E qui l’amarezza di Amato aumenta. «Il mondo nonostante le Nazioni Unite è nelle mani delle sovranità nazionali e quindi lo Statuto sui crimini di guerra c’è ma la giurisdizione sarà effettiva ed efficace solo nei confronti degli Stati che l’accettano». Ed ecco che la Russia non ha ratificato il trattato per il Tribunale internazionale. Così come non lo hanno fatto gli Stati Uniti «negli anni in cui i Marines erano nei Paesi più diversi del mondo e temevano accuse da quei Paesi».

Sassolini dalle scarpe
Qualche sassolino dalle scarpe il presidente della Corte se lo leva con eleganza e distanza anche rispetto alle vicende nazionali. Il tormentone, ad esempio, sul 2% delle spese militari rispetto al Pil nazionale. Un accordo sottoscritto nel 2014 in ambito Nato e su cui il Movimento 5 Stelle ha pensato bene di intrattenere il dibattito politico per quattro lunghissimi giorni. Bene. L’obiettivo di portare al 2% del Pil la spesa militare «esiste da molti anni e l’Italia lo ha sempre rispettato con parsimonia». Ora è stato deciso «con l’accordo di tutti che questo termine verrà adempiuto nel 2028. Con la gradualità necessarie e che non è mai stata in discussione». Punto, stop, fine. Sassolini tolti anche sul ruolo politico della Corte. Il giudice costituzionale non può, come è ovvio, fare politica. Cosa che avverrebbe se, ad esempio, decidesse prima circa la costituzionalità o meno di una norma. E se il Parlamento è bloccato sul modo di eleggere il Csm – sorteggio oppure no – non può essere la Corte a dirimere la questione. «Se dovessimo essere noi oggi ad indicare la soluzione migliore, il giorno dopo sarebbe difficile dare torto a chi dice che la Corte è entrata in politica».

Comunicare
Ci sono state polemiche sul fatto che il presidente Amato ha tenuto conferenze stampa e ha partecipato ad interviste tv. Soprattutto quando sono stati bocciati i referendum sulla cannabis, sull’eutanasia e sulla giustizia. Amato è un comunicatore sottile e affascinante. Doti che sa annaffiare di umorismo e sarcasmo. Un brillante. E non ci sta a farsi mettere nell’angolo. Chi accusa la Corte costituzionale di fare politica “ha una nozione della politica del tutto incompatibile con i caratteri dell’ordinamento democratico” che prevede che “anche autorità non politiche hanno il diritto e il dovere di farsi capire come Dio comanda”. La Corte comunica con i podcast, ha una piattaforma digitale su cui si trovano sentenze e pronunce e volumi di studio. Organizza incontri e concerti. A luglio ce ne sarà uno in piazza del Quirinale. E’ la piazza su cui affacciano i massimo organi di garanzia nazionali, il Quirinale e la Corte, appunto. “E’ una piazza centrale per la civiltà che la nostra Costituzione ha contribuito a costruire in Europa”. E forse non basta per far cessare una guerra. Ma servirà ad indicare che “la soluzione si trova non con la forza ma nel confronto delle ragioni, degli argomenti e dei valori”.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.