«Fare a meno del gas russo? Stiamo procedendo molto bene e molto rapidamente sul fronte della diversificazione». Mario Draghi sa bene che il tema oggi – oltre alla difesa degli ucraini e del principio di autodeterminazione e di tutela degli stati – è togliere dal collo dell’Europa il laccio del gas russo. E delle fonti energetiche e delle materie prime in generale. Solo così le democrazie occidentali, per con tutte le loro imperfezioni, potranno lottare alla pari contro Mosca e il regime di Putin. Non è questione che si risolve in qualche ora ma è stato il tema del faccia a faccia ieri mattina a Bruxelles con Ursula von der Leyen. L’occasione, anche, per chiarire qualche misunderstanding sorto con Bruxelles nelle ultime difficili settimane e prima del vertice di Versailles (giovedì e venerdi).

Prima del tema energia il premier italiano ha voluto sottolineare come l’Italia sia ligia nell’applicare le sanzioni, a partire dal congelamento dei beni degli oligarchi, e ha chiesto che tutti gli Stati dell’Unione si muovano con la stessa decisione e intensità di indirizzo. «L’Italia ha prontamente eseguito importanti provvedimenti di congelamento di beni nei confronti di oligarchi russi e continueremo a farlo», ha spiegato il premier al presidente von der Leyen. «È chiaro però che misure simili o analoghe devono essere prese da tutti i nostri Paesi», ha aggiunto in inglese per far arrivare meglio il messaggio. Pare infatti che sulle sanzioni economiche Francia, Germania e Italia si stiano muovendo rapidamente e con risultati sostanziali. Altri paesi Ue lo stanno facendo assai meno. Chiarito questo punto, si è passati al dossier energia. Grazie a un lavoro in team, palazzo Chigi, Farnesina, Mef e ministero della Transizione ecologica (ieri a Bruxelles c’era anche Cingolani) stanno lavorando per ridurre la dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia e colpire là dove le sanzioni commerciali possono dare la spallata definitiva al regime di Putin visto che gas e petrolio russo sono una delle poche, forse l’unica vera fonte di contante e risorsa finanziaria del Cremlino.

Mentre la maggioranza si spacca sul catasto e sul fisco e d’accordo con l’opposizione si diverte a fare la conta su altri provvedimenti importanti come giustizia e decreto Concorrenza, il governo pensa a come diavolo risolvere il guaio della nostra dipendenza dalle fonti di energia. Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani ha chiesto che venga messo un “price cup”, ovverosia “un tetto europeo al prezzo del gas”. Se dovessero scattare sanzioni sul gas russo, i nostri operatori non saranno soli a dover rispondere della sospensione dei contratti. Nel frattempo occorre procedere alla sostituzione delle forniture di Gazprom e a nuovo Piano energetico nazionale. Basta dare un’occhiata al nostro “energy mix”, la dispensa energetica di casa Italia, ed è subito evidente quanto sia “debole”: dipendiamo al 90% dal gas e di questo il 40%, cioè 25 miliardi di metri cubi, sono forniti dalla Russia.

Ora però nel 2000 in Italia si estraevano 20 miliardi di metri cubi. Nel 2020 poco più di tre. Di fronte ad un consumo annuale di gas è rimasto tra 70-80 miliardi ogni anno. L’aggravante oggi è che che Gazprom sta facendo extraprofitti altissimi (circa un miliardo al giorno) provocati dalla paura dell’interruzione dei flussi dalla Russia e in pratica il gas venduto all’Europa (il 40% del fabbisogno) sta pagando i costi della guerra e compensa gli effetti delle sanzioni economiche. Per aumentare il numero dei fornitori staccandoci da Mosca, il ministro Di Maio ha compiuto in questi giorni missioni in paesi come Libia, Algeria, Azerbaigjan e a Doha. Missioni doppie perché precedute e seguite passo passo dal premier Draghi a sua volta in contatto telefonico con i padroni di casa. Il lavoro della diplomazia ha ottenuto che Libia e Algeria ci diano 10 miliardi di metri cubi in più. Mettendo a pieno regime i nostri rigassificatori (sono almeno due quelli non in uso) e prendendo gas liquido da Usa, Canada e Nord africa, recuperiamo altri 5 miliardi di metri cubi. Ne mancano ancora dieci per sostituire la fornitura russa. Non sono pochi ma sono sempre meno della metà.

Nel medio periodo il piano è accelerare il più possibile sulle rinnovabili; nuovi rigassificatori “con strutture galleggianti e pronti in un paio d’anni” da cui dovrebbero arrivare i dieci miliardi di metri cubi mancanti in un anno o due. Nel frattempo bisogna provvedere (lo ha fatto una settimana fa il primo decreto Ucraina) a che gli impianti estrattivi italiani peschino ulteriori due miliardi di metri cubi di gas. In questo modo, nell’arco di 2/3 anni ci liberiamo dal ricatto russo. Il nuovo piano energetico ha anche l’obiettivo di rendere efficaci le sanzioni economiche alla Russia. L’Ispi ha fornito negli ultimi giorni un quadro molto aggiornato della situazione. La fonte primaria è la Banca centrale russa. L’arma finanziaria, se usata con attenzione, può essere il colpo finale. Con le sanzioni attuali sono bloccati 346 miliardi dei 630 che costituiscono le riserve in valuta estera della Banca centrale russa. Restano disponibili i fondi cinesi e russi, circa 284 miliardi. In pratica, l’unica leva finanziaria e monetaria possibile per Putin è il Fondo sovrano alimentato dalle rendite di gas e petrolio. Ecco perché limitare il gas russo in arrivo e smettere di alimentare il Fondo sovrano è la sanzione economica più dura per il regime di Mosca. E questo sarà l’oggetto del nuovo pacchetto di sanzioni a cui sta lavorando Bruxelles.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.