Dopo la conferenza stampa del presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato, questa volta è la ‘carta’ a chiarire perché il 17 febbraio scorso i giudici della Consulta hanno bocciato l’ammissibilità di tre degli otto referendum proposti, ovvero quelli su eutanasia, cannabis e responsabilità civile diretta delle toghe.

Cannabis

Secondo i giudici il referendum sulla “abrogazione di disposizioni penali e di sanzioni amministrative in materia di coltivazione, produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope” è inammissibile, secondo la costante giurisprudenza sull’articolo 75 della Costituzione, perché “si pone in contrasto con le Convenzioni internazionali e la disciplina europea in materia, difetta di chiarezza e coerenza intrinseca ed è, infine, inidoneo allo scopo”.

Il quesito infatti, così come era stato posto, “avrebbe condotto alla depenalizzazione della coltivazione di tutte le piante da cui si estraggono sostanze stupefacenti, pesanti e leggere, con ciò ponendosi in contrasto con gli obblighi internazionali”.

La Corte ha ritenuto che la lettura prospettata dai promotori “non è in alcun modo ricavabile dal testo normativo. Attraverso il richiamo testuale alla Tabella I, la “coltivazione” di cui si parla al comma 1 dell’articolo 73 non può che riferirsi alle droghe pesanti, e non già solo alla cannabis che, invece, è compresa nella Tabella II, richiamata dall’articolo 73, comma 4, del medesimo Testo unico”.  La richiesta per i giudici della Corte “avrebbe condotto quindi alla depenalizzazione della coltivazione di tutte le piante da cui si estraggono sostanze stupefacenti, pesanti e leggere, con ciò ponendosi in contrasto con gli obblighi internazionali derivanti dalle Convenzioni di Vienna e di New York”.

Inoltre la Consulta ha osservato che il risultato perseguito dalla richiesta referendaria non sarebbe stato raggiunto “in quanto sarebbero rimaste nell’ordinamento altre norme, non toccate dalla richiesta referendaria, che sanzionano la coltivazione della pianta di cannabis nonché di ogni altra pianta da cui possono estrarsi sostanze stupefacenti (articoli 26 e 28 del Testo unico sugli stupefacenti)”. Ciò rendeva, in questa parte, il quesito “fuorviante” per l’elettore.

La decisione è stata depositata con la sentenza numero 51, con redattore Giovanni Amoroso).

Eutanasia

La Consulta ha giudicato inammissibile il referendum sull’abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente) perché “rendendo lecito l’omicidio di chiunque abbia prestato a tal fine un valido consenso, priva la vita della tutela minima richiesta dalla Costituzione”.

La sentenza, con redattore Franco Modugno, spiega che così facendo sarebbe stata sancita “la piena disponibilità della vita da parte di chiunque sia in grado di prestare un valido consenso alla propria morte, senza alcun riferimento limitativo”.

L’approvazione del referendum “avrebbe reso lecito l’omicidio di chi vi abbia validamente consentito, a prescindere dai motivi per i quali il consenso è prestato, dalle forme in cui è espresso, dalla qualità dell’autore del fatto e dai modi in cui la morte è provocata.

La liceità insomma “sarebbe andata ben al di là dei casi nei quali la fine della vita è voluta dal consenziente prigioniero del suo corpo a causa di malattia irreversibile, di dolori e di condizioni psicofisiche non più tollerabili”.

Una normativa come quella dell’articolo 579 secondo la Consulta può essere modificata e sostituita dal legislatore, ma non puramente e semplicemente abrogata, senza che ne risulti compromesso il livello minimo di tutela della vita umana richiesto dalla Costituzione.

Responsabilità dei magistrati

Nel giudica inammissibile il referendum sulla responsabilità civile diretta dei magistrati, la Corte ha sottolineato come “la tecnica manipolativa del ritaglio, in sede di referendum, non è ammessa se con essa non ci si limita ad abrogare la normativa vigente ma si propone una disciplina giuridica sostanzialmente nuova, non voluta dal legislatore”.

Come noto i promotori miravano all’abrogazione di diverse disposizioni della legge n. 117 del 1988 (cosiddetta legge Vassalli), come modificata dalla cosiddetta riforma Orlando, n. 18 del 2015, che disciplina il regime della responsabilità civile dei magistrati per danni arrecati dagli stessi nell’esercizio delle loro funzioni.

Il quesito referendario mirava, mediante la tecnica del ritaglio abrogativo, a ricavare dalla normativa di risulta un’autonoma azione risarcitoria nei confronti del magistrato, per consentire al soggetto danneggiato di chiamarlo direttamente in giudizio.

La Corte ha ritenuto inammissibile il quesito “per il suo carattere manipolativo e creativo, non ammesso dalla costante giurisprudenza costituzionale: esso, infatti, attraverso l’abrogazione parziale della legislazione vigente, avrebbe introdotto una disciplina giuridica nuova, non voluta dal legislatore, e perciò frutto di una manipolazione non consentita”.

Il quesito è inoltre inammissibile per mancanza di chiarezza: “la normativa di risulta, infatti, non avrebbe consentito di configurare un’autonoma azione risarcitoria, esperibile direttamente verso il magistrato, poiché ne sarebbero rimasti oscuri i termini e le condizioni di procedibilità. Oscuro è anche il rapporto tra la stessa azione diretta e quella verso lo Stato, che sarebbe rimasta in vigore anche dopo l’abrogazione proposta dalle Regioni promotrici. Pertanto, la normativa di risulta – per come formulato il quesito referendario – non sarebbe stata idonea a definire i tratti e le caratteristiche della nuova azione processuale, che il quesito intendeva introdurre”.

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Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.