Malgrado manchino verosimilmente ancora molti mesi alla fine della legislatura, la domanda cruciale comincia a salire sempre più prepotente. Ed è sempre la stessa: chi vincerà le elezioni? Tradotta poi nel linguaggio di ciascuna forza politica, diviene: “Come farò a vincere le elezioni?” e, siccome nessun partito è in grado di vincerle da solo, la domanda si trasforma ancora: “Come farò a vincere le elezioni, anche rispetto ai miei potenziali alleati/concorrenti”?
Basta leggere i giornali per rendersi conto che questo è quanto sta accadendo. Sono domande certamente comprensibili e del tutto legittime.

La politica è competizione per il potere. E vincere è fondamentale. La cosa meno comprensibile è, invece, che non ci si faccia l’altra di domanda. Soprattutto in questo paese, con la sua storia di eterno ritorno dell’uguale. E l’altra domanda è: “Ammesso che vinca le elezioni, come faccio a governare?”. In Italia dal 1861 a oggi ci sono stati 132 governi: durata media un anno e 77 giorni. Dal 1948 a oggi i governi sono stati 64: durata media 1 anno e 51 giorni. Dal 1994 ad oggi la media è un po’ migliorata (grazie soprattutto alle legislature del maggioritario) attestandosi a 1 anno e 214 giorni. Ovviamente si tratta di un calcolo “al lordo” delle fasi di crisi, in cui i governi erano formalmente in carica, ma si limitavano a gestire gli affari correnti.

Basterebbero questi semplici dati per farci comprendere che la domanda: “come faccio a vincere le elezioni?” è quasi ridicola. Vincere le elezioni, in Italia, a parte l’ebbrezza calcistica di fregare l’avversario, un po’ di distribuzione di potere personale e di partito, non significa granché. Il problema è durare nell’esercizio del potere, per realizzare almeno un po’ delle mirabolanti promesse fatte agli elettori. E in Italia non dura praticamente nessun governo. Dal 1861 a oggi (se si esclude, per ovvie ragioni, il Governo Mussolini) nessun governo ha compiuto il suo quarto compleanno; solo due (Berlusconi II e Berlusconi IV) hanno superato i 3 anni e solo quattro i 2 anni. Sei governi su 196 in 160 anni di storia unitaria.

A ciò si aggiunga che questa girandola di governi e maggioranze effimere non ha spesso nulla a che vedere con gli orientamenti espressi dagli elettori attraverso il proprio voto, perché non solo i governi non durano, ma alla loro morte ci si guarda bene dal tornare dagli elettori, cosicché nel corso di una legislatura i Gabinetti possono essere tre, quattro, addirittura sei. È fin troppo banale e scontato dire che una situazione del genere non solo non ha eguali in quei paesi con cui vorremmo confrontarci, ma è ormai divenuta una realtà talmente scontata che nessuno si meraviglia più. Abbiamo completamente perso, o siamo comunque rassegnati, all’idea che in Italia la politica si faccia così.

In fondo che c’è di male? C’è ricambio, si evita l’eccessiva concentrazione di potere, così almeno il Parlamento conserva un po’ del suo ruolo. Contenti noi. Non stupiamoci poi se per una qualsiasi riforma di sistema ci vogliono decenni e alla fine…non si fa, non stupiamoci se le poche riforme durano lo spazio di un mattino, perché chi le fa non ha nemmeno il tempo di dar loro attuazione ed evitare, soprattutto, che vengano risucchiate dalle vecchie abitudini; non stupiamoci se la politica somiglia sempre di più a una campagna elettorale in cui vince chi la spara più grossa, perché tanto non dovrà mai misurarsi con la responsabilità di realizzare le promesse. E non stupiamoci, infine, che la legislazione sia una specie di fiume in piena che si riempie sempre di più dei detriti delle migliaia di leggi accumulate, senza mai trovare un momento di depurazione e razionalità.

Perché, in realtà, lo sappiamo tutti che, anche per fare il presidente di una società di piccole dimensioni, gestire un condominio o un’associazione bocciofila, in un anno e 51 giorni non c’è manco il tempo di capire in quali armadi stanno i dossier. E poi ci si lamenta delle burocrazie che catturano il decisore politico! La situazione, poi, con il tempo è persino peggiorata. La politica italiana, soprattutto dopo la morte dei partiti e senza le riforme costituzionali, è diventata una serie di giri di giostra, in cui si prova per qualche mese l’ebbrezza del volo, ma alla fine si ritorna al punto di partenza per lasciar spazio al prossimo della fila.

E fa un po’ sorridere che persino Giuseppe Conte, intervistato da Floris, invochi l’esigenza di stabilità dei governi, alludendo a non si sa bene quale soluzione, dopo aver accettato di rappresentare l’esperimento istituzionale più coerente con questo modello di democrazia parlamentare arcaica, senza volto, in cui i governi sono liberamente sostituibili, frutto di patti parlamentari, di trasfughismi elettorali, sulla testa degli elettori che non toccano palla.
Quello che dice Conte è giusto, com’era giusto quello che prima di lui dicevano i De Gasperi, i Craxi, i Berlusconi, i Prodi, i Renzi e i Salvini. Solo che ad ogni affermazione in questo senso, si è sempre levato un coro di insulti in difesa della democrazia inconcludente e perbenista.

Chiunque abbia veramente l’ambizione di governare questo paese nei prossimi anni, dovrebbe seriamente porsi non solo la domanda “come faccio a vincere”, ma anche quella “come faccio democraticamente a durare?”. A meno che l’ambizione vera non sia solo un giro di giostra, perché tanto, si sa, più di così, in Italia, non si può fare. Chi siamo noi, del resto, per paragonarci a gente come Blair, Merkel, Mitterand, Thatcher, Kohl, Zapatero, Rajoy e persino Rutte? Noi non facciamo la storia, tutt’al più un po’ di cronaca. E per un cambio di passo siamo dovuti ricorrere a un papa straniero. In attesa di riavviare la giostra.