L'intervista
Giusti: “Gli Stati Uniti sono più grandi dei loro presidenti. E con i Mondiali abbiamo visto vocazione all’accoglienza”
Mentre gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dell’Indipendenza, il dibattito pubblico è segnato dalla forte polarizzazione che accompagna la seconda presidenza di Donald Trump. Ne parliamo con Carlo Alberto Giusti, rettore dell’Università degli Studi Link Campus e autore del recente saggio The American Club (Paesi Edizioni), dedicato alla storia e all’identità politica degli Stati Uniti.
Rettore Giusti, cosa distingue il 250° anniversario dell’Indipendenza dal Bicentenario del 1976?
«Sono due celebrazioni che riflettono due Americhe profondamente diverse. Anche nel 1976 il Paese era attraversato da tensioni enormi: lo scandalo Watergate aveva appena provocato le dimissioni di Richard Nixon, la guerra del Vietnam lasciava ferite ancora aperte e la crisi energetica aveva introdotto nel mondo occidentale il concetto di austerità. Eppure il presidente Gerald Ford scelse di trasformare quella ricorrenza in un momento di riconciliazione nazionale».
Con Donald Trump il copione è cambiato?
«Direi radicalmente. Trump ha scelto una narrazione molto più identitaria e divisiva. Ha sciolto il progetto bipartisan “America 250”, nato per coinvolgere il Paese in celebrazioni storiche condivise, sostituendolo con “Freedom 250”, un’iniziativa direttamente riconducibile al governo federale e fortemente caratterizzata sul piano politico. Le celebrazioni hanno così assunto anche il tono di una piattaforma programmatica».

Nel suo discorso è tornato anche il tema del comunismo. Perché?
«È un richiamo che appartiene più all’immaginario politico del Novecento che all’America di oggi. Trump continua a evocare il comunismo come minaccia, recuperando categorie tipiche della stagione maccartista. Ma la realtà è diversa: negli Stati Uniti il dibattito riguarda semmai il riemergere di alcune sensibilità socialiste, come dimostrano nuove figure politiche. Parlare ancora di comunismo significa utilizzare una categoria storicamente superata».
Quale insegnamento lascia questo anniversario?
«Che gli Stati Uniti sono più grandi dei loro presidenti. Chiunque sieda alla Casa Bianca passa, mentre l’identità americana continua a fondarsi sulla capacità di attrarre persone, idee e talenti da tutto il mondo. Lo abbiamo visto anche con eventi globali come i Mondiali di calcio, che confermano una straordinaria vocazione all’accoglienza. La Corte Suprema ha ricordato che gli Stati Uniti sono una nazione costruita su questo valore, bocciando l’ordine esecutivo volto a restringere lo ius soli. Un messaggio che si intreccia con quello di Papa Leone XIV, il primo Pontefice statunitense, il quale ha ribadito come uguaglianza, inclusione e accoglienza rappresentino non soltanto valori americani, ma un patrimonio dell’intera umanità. È questa, in definitiva, la lezione più profonda dei 250 anni degli Stati Uniti».
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