Il Governo Draghi e la Ministra Cartabia stanno conducendo in porto la riforma del processo penale disegnato dalla già approvata legge-delega. I decreti attuativi, molto complessi ed articolati, sono stati appena resi pubblici, e ci sarà bisogno ancora di qualche giorno per formulare su di essi un giudizio compiuto (come d’altronde dovranno ora fare le Camere). Mi limito ad azzardare, ad una prima sommaria lettura, che nel complesso essi non sembrerebbero aver tradito le deleghe, salvo alcune deludenti soluzioni che recano in sé le impronte di qualche manina intervenuta a contenere se non a vanificare i concreti e felici effetti riformatori di alcune importanti novità introdotte dalla legge delega. Ne riparleremo meglio nei prossimi giorni, “cognita causa”, per dirla in latinorum.

Il fatto è però che nel frattempo noi tutti siamo già di fronte ad un quadro politico totalmente terremotato da una fulminea crisi di governo, e da un appuntamento elettorale imprevisto ed imminente. Quale che sia il punto di vista politico di ciascuno di noi, due grandi novità ci attendono, l’una auspicabile, l’altra pressoché certa. Quella auspicabile è che il prossimo Parlamento sappia esprimere una maggioranza politica, quale che essa sia, almeno teoricamente compatta intorno ad un programma di Governo. Quella certa è che l’incubo di questi anni, e cioè il populismo giustizialista becero ed analfabeta al governo del Paese, azionista di maggioranza (ancora oggi si stenta a crederlo) del Parlamento repubblicano, sarà solo -almeno nelle dimensioni appena conosciute- null’altro che un angoscioso e lontano ricordo. Deo gratias.

Questa radicale, imminente mutazione del quadro politico non potrà non modificare le prospettive della politica giudiziaria, ed in qualche modo inesorabilmente attenuare il peso condizionante di questa riforma appena varata. La quale, sarà bene non dimenticarlo mai, ha dovuto fare i conti – non poco costosi- con la necessità di mediare con le querule bandierine giustizialiste di quell’azionista di maggioranza parlamentare. E ripeto quello che noi penalisti abbiamo detto e ribadito in questo percorso riformatore: si è trattato di un risultato, dato il desolante quadro parlamentare, buono e per qualche aspetto addirittura sorprendente. Ma nessuna autentica riforma può nascere da questa asfissiante necessità di quadrare un cerchio.

Un esempio valga per tutti: la riforma della prescrizione. Per far salva solo formalmente (perché nemmeno hanno compreso di avere ottenuto semmai l’effetto esattamente opposto a quello da loro auspicato) la bandierina della “epocale riforma Bonafede”, gli azionisti pentastellati di maggioranza hanno preteso ed ottenuto un pasticcio (la improcedibilità in grado di appello) che nessun altro -a cominciare dalla stessa Commissione Lattanzi- aveva mai nemmeno lontanamente immaginato. È ben probabile che su questo, e su qualche altro importante istituto -più tecnico ma non meno rilevante per i diritti dei cittadini- della riforma appena varata, occorrerà ritornare senza indugio.

E qui, però, casca l’asino. Perché, come avrete certamente notato, la già furibonda e disordinata campagna elettorale ha da subito messo il silenziatore sui grandi temi della giustizia penale e dell’ordinamento giudiziario. Il tema scotta, fa paura, crea imbarazzi all’interno delle già incerte coalizioni, dove albergano idee diverse, non di rado antitetiche tra di loro. Separazione delle carriere mediante riforma costituzionale; divieto dei distacchi dei magistrati fuori ruolo presso l’esecutivo; recupero e riaffermazione dei principi liberali fondativi del processo penale accusatorio, progressivamente erosi e vanificati da un trentennio di ostile giurisprudenza creativa; rilancio del patrimonio riformista degli stati generali della esecuzione penale, indecorosamente rinnegati pochi mesi prima della fine della scorsa legislatura per miopi calcoli di convenienza elettorale; riforma dell’ergastolo ostativo (necessariamente conforme al comando inequivoco formulato dalla Corte Costituzionale, non certo ad esso ostile come qualcuno vaneggia!); sono solo alcuni degli esempi più chiari.

Assistiamo a prese di posizioni estemporanee di questo o quel leader politico su questo o quello tra quei temi che più vellica le aspettative (vere o presunte che siano) del proprio elettorato, ma ancora più diffusamente ad imbarazzati silenzi; da nessuno, ad oggi, una chiara scelta di campo, coerente e complessiva, che proponga ai cittadini una precisa idea di politica giudiziaria per i prossimi cinque anni. Noi penalisti ci impegneremo in queste settimane, per quanto nelle nostre forze, a sollecitare scelte chiare e coraggiose, che consentano ai cittadini di orientarsi e scegliere con cognizione di causa. La politica dello struzzo, della non scelta, della pavida indeterminatezza programmatica, crea solo danni per tutti, e mortifica nel sentimento dei cittadini il valore e la qualità della politica. Non disperiamo che, finalmente, tutti sappiano comprenderlo.

Presidente Unione CamerePenali Italiane