Il "peggior pattume mediatico-giudiziario”
Giustizialisti al tappeto, crolla il teorema anti-Berlusconi sulle stragi di mafia del 1993: decreto firmato sei mesi fa…
Archiviate le accuse contro Berlusconi e Dell’Utri dopo oltre dieci anni. Meloni: “Assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio e criminalità organizzata”.
È finita. Il giudice del Tribunale di Firenze ha archiviato l’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-94, procedimento nel quale Marcello Dell’Utri risultava indagato e che, fino alla morte dell’ex presidente del Consiglio, aveva riguardato anche Silvio Berlusconi. Il decreto, firmato nel gennaio scorso, è diventato di dominio pubblico soltanto ieri, mettendo una pietra tombale su una delle vicende giudiziarie più surreali della storia della Repubblica.
L’indagine, coordinata in origine dagli allora procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli, ipotizzava che Berlusconi e Dell’Utri avessero concorso, insieme ai boss mafiosi Filippo e Giuseppe Graviano, nella strategia stragista che tra il 1993 e il 1994 colpì Firenze, Roma e Milano. Secondo la ricostruzione accusatoria, gli attentati avrebbero avuto l’obiettivo di destabilizzare il quadro politico-istituzionale dell’epoca e favorire l’affermazione del progetto politico che di lì a poco avrebbe portato alla nascita di Forza Italia. Nel corso degli anni, gli investigatori avevano raccolto elementi, a loro avviso, ritenuti indicativi: dalle presunte compatibilità tra le celle telefoniche agganciate dai cellulari in uso ai fratelli Graviano e quelli riconducibili a Berlusconi e Dell’Utri, fino alle dichiarazioni di Salvatore Baiardo, l’ex favoreggiatore dei boss di Brancaccio che aveva sostenuto di essere a conoscenza di rapporti tra esponenti di Cosa nostra e il fondatore di Forza Italia. Elementi che il giudice ha ritenuto alla prova dei fatti privi di “concretezza”.
Per il filone investigativo fiorentino si tratta dell’ennesimo approdo senza sbocchi processuali. Già in passato, analoghe ipotesi investigative erano state archiviate dalle autorità giudiziarie di Palermo, Caltanissetta e della stessa Firenze. Di recente, Report aveva dedicato una intera puntata ai rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra. La trasmissione di Rai3 condotta da Sigfrido Ranucci aveva riproposto in toto la ricostruzione investigativa della Procura di Firenze. Marina Berlusconi aveva parlato di “peggior pattume mediatico-giudiziario”. Per la presidente di Fininvest, Report aveva riesumato “le infamanti e paradossali accuse di una presunta vicinanza di mio padre alla criminalità organizzata”, rimestando “in un bidone di accuse sconnesse, illogiche, già smentite mille volte” e dando spazio a “personaggi più che screditati”.
Parole che ora acquistano un significato particolare. La primogenita di Berlusconi aveva ricordato come quelle contestazioni fossero “vecchie di un quarto di secolo e tutte regolarmente sepolte sotto le plurime archiviazioni decise, sempre su richiesta degli stessi inquirenti, dai Tribunali di Palermo, di Caltanissetta e di Firenze”. Un’affermazione che trova oggi ulteriore riscontro. Ancora più dura la riflessione sul fatto che il decreto fosse stato firmato a gennaio senza che la notizia trapelasse. “Stupisce, e molto, che il decreto di archiviazione risalga a gennaio e che se ne sappia qualcosa soltanto adesso: se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?”, ha osservato la presidente di Fininvest.
L’archiviazione ha suscitato una valanga di reazioni. “Dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata. Il centrodestra è, ed è sempre stato, una forza della legalità e per la legalità in Italia”, ha commentato la premier Giorgia Meloni. Il componente laico del Csm Enrico Aimi ha parlato di un passaggio di “straordinaria rilevanza”, sostenendo che per oltre trent’anni ipotesi investigative prive di approdo processuale hanno alimentato sospetti e campagne di delegittimazione nei confronti di Berlusconi.
Per il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, il susseguirsi delle archiviazioni impone una riflessione sull’equilibrio complessivo dell’azione investigativa e sulla necessità di evitare lunghi procedimenti destinati a concludersi senza riscontri. Il presidente dei deputati di Forza Italia, Enrico Costa, ha parlato della chiusura di “una delle pagine giudiziarie più vergognose della Repubblica”, chiedendo che vengano resi noti anche i costi sostenuti dallo Stato per un’indagine rivelatasi priva di sbocchi processuali. Per il senatore Pierantonio Zanettin, capogruppo del partito in Commissione giustizia, il provvedimento di Firenze “scrive anche sotto il profilo strettamente giudiziario la parola fine su una tesi d’accusa apparsa fin dall’inizio priva di qualsivoglia riscontro oggettivo”. Ancora più netto il giudizio del presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, che ha definito l’inchiesta “una costruzione mediatico-propagandistica fondata sul nulla”.
Archiviato il fascicolo, resta aperta la questione, sollevata dalla stessa Marina Berlusconi, sul funzionamento della giustizia. Concetto ribadito anche da Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito radicale, per i quali la riforma della giustizia deve tornare al centro del dibattito pubblico.
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